....servitore dello Stato
Roma. Cinque giorni prima, o anche cinque giorni dopo, sarebbe suonato meno stonato. Prima della strage di Nassiriyah, o dopo i funerali dei diciannove caduti italiani.
Ma Marco Calamai, discendente dei reali di Spagna, è uomo tempestoso, abituato ai naufragi per parte di padre, il capitano Calamai con cui l’Andrea Doria affondò nel 1956, e anche tempestivo.
E quindi, elegantissimamente vestito, è piombato a pie’ pari sul lutto nazionale, e all’Unità domenica ha detto che “a Nassiriyah siamo vicini al fallimento della missione”, e che l’attentato contro il quartier generale italiano “è la conseguenza di una politica sbagliata e di una sottovalutazione della complessità della
struttura sociale dell’Iraq”.
Il tutto con una erre un po’ strascicata per via delle origini
spagnole, e dell’uso di mondo.
Poi un’altra piroetta sui giornali, e le dimissioni. Da special advisor
dell’Autorità provvisoria di coalizione, e succede che adesso in molti si chiedono non perché se ne sia andato, e con tanto
rumore, ma come diavolo ci sia finito in Iraq a fare il consigliere
speciale.
Alla Farnesina dicono che l’Italia l’aveva inserito in un database, insieme ad altri esperti, e il Cpa di Baghdad l’ha scelto, per la sua professionalità (del resto era stato anche in Kosovo, rappresentante del governo italiano all’Onu, anche se per pochi
mesi soltanto, e in Algeria, e anche in Perù per qualche vago import-export).
A Baghdad dicono però che se non si fosse dimesso, l’avrebbero
mandato via loro, perché era una “testa calda” (e in ogni caso il suo mandato scadeva a dicembre), lui però avrebbe preferito essere il vice del governatore John Bourne, ma gli inglesi non l’avevano voluto, l’ingegner Calamai.
Uno che nella vita ha fatto di tutto, e se ne è andato da dappertutto, però sempre con modi impeccabili, e feste chicchissime in terrazze superbe. Come la festa per il libro di Lucia Annunziata, o come le terrazze delle casette della Capriola, in Maremma, casetta piccola e casetta grande.
Un bon vivant castrista dalle affascinanti donne con annesse avventure e minacciose scritte sui muri di casa (“he loves so much fucking” narra la leggenda di una fidanzata gelosa e assai creativa), e poi finalmente una bellissima e raffinatissima seconda moglie, Betta Seeber, dell’elegantissima libreria Seeber di Firenze, che è un po’ come dire il caffè Michelangelo, ingiustamente e con rozzezza chiusa per sempre.
Uno che ha fatto davvero di tutto
Marco Calamai, per parte di cattolicissima madre imparentato col re di Spagna, e unito a Sartorius, nobile spagnolo antifranchista, per parte di sorella, sarebbe dovuto entrare in Marina, come il padre Piero. E infatti frequentò l’Accademia militare di Livorno, ma poi, per fortuna della Marina, rifiutò il giuramento.
Iniziò a fare l’ingegnere, all’Ibm, ma poi, cavallerescamente, nel 1968 organizzò uno sciopero. Fu licenziato.
Entrò allora nella Fiom, voleva fare il sindacalista, si fece crescere la barba (che piacque moltissimo alle signore annoiate della sinistra chic) e rinunciò a case e onori per vivere in una comune. “Devi capire che lo sto facendo per te, perché tu possa vivere in un futuro migliore” spiegava alla perplessa figlia Domitilla, che poi l’ha raccontato in un libro, “Tutta colpa di Fidel”; niente più servitù, e i parenti eleganti sostituiti da gente che fuma e parla molto, le gite al casale in Toscana sostituite da manifestazioni in cui a un certo punto il papà, “rosso in viso per l’eccitazione, urla: ‘Corri, corri, ci caricano!’” e pure canta:
“Compagni dai campi e dalle officine”, perché “quando sarai più grande ti accorgerai che avevo ragione. Al mondo ci sono troppe ingiustizie, troppa gente che muore di fame. Ci sono le guerre, i disoccupati, l’imperialismo”.
Marco Calamai ha fatto davvero di tutto (anche, a Madrid, recentemente, l’editore multimediale di cd rom sul Louvre, gli Uffizi e la Cappella Sistina con Alvise Passigli), è stato anche giornalista, e quindi collaboratore a Rinascita, dove per un breve periodo scrisse di comunisti spagnoli e di lotta di classe sotto il franchismo, poi nei primissimi anni Ottanta redattore di politica estera all’Unità. Sempre per poco tempo, sempre perché insofferente a qualsiasi rigidezza (anche se gli invidiosi dicono che nessuno riusciva a prenderlo sul serio, di giorno), ma sempre splendido e divertente e con amici importanti, e un fascino irresistibile, e la sangria pronta e dolce il giusto.
Liberal, american, european, Marco Calamai è un uomo avventuroso che predilige la lotta.
In Iraq era andato per aiutare i progetti di ricostruzione, portando la sua esperienza e la sua inventiva, ma purtroppo non gli hanno dato spazio abbastanza –e poi da qualche giorno tira una brutta aria laggiù – e allora, due giorni prima dei funerali di chi laggiù ci è morto ammazzato, si è alzato e con la erre strascicata ha mandato tutti a quel paese.
saluti




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