da il manifesto
Angelo D'Orsi: «Un grande reality show a favore dell'avventura militare». Un'intervista con lo storico torinese.
«I morti italiani a Nassiriya sono usati da chi vuol costruire un consenso popolare alla nostra presenza militare in Iraq». Angelo D'Orsi, storico e docente all'Università di Torino, non ama le mezze misure. Il suo giudizio è netto e non lascia margini di ambiguità. Autore del libro La cultura a Torino tra le due guerre, Angelo D'Orsi spiega che «Uno storico deve sempre misurarsi con la realtà e farci i conti. E la realtà è fatta di uomini, donne, dolore, passione. I fatti di Nassiriya e le reazioni in Italia non possono però essere compresi solo facendo leva sui sentimenti».
Con la morte dei soldati italiani in Iraq, la guerra è apparsa non come una cosa astratta e che i morti non sono solo gli «altri», ma anche i tuoi. Tu che ne pensi?
La guerra nella sua cruda e drammatica evidenza scuote sempre gli animi. In questo caso, sono morti dei soldati in un paese lontano, annulando così quel senso di lontananza che la guerra in Iraq ha dalla vita di tutti i giorni. Fa un certo effetto vedere esposte assieme le bandiere italiane e quelle pace, sdrucite, sporche di polvere e smog, lise e spente, come in fondo lise e offuscate sono diventate le ragioni del movimento della pace. Le scene viste in televisione delle code al Vittoriano testimoniano questo shock. Tra quelle persone c'erano sicuramente pacifisti e sostenitori dell'intervento militare contro Saddam. Ma la retorica di questi giorni serve a legittimare l'intervento militare in Iraq e a rinnovarlo: infatti, ci viene spiegato che andarsene adesso sarebbe un'azione da vigliacchi. Lo leggiamo sui giornali, lo ascoltiamo alla radio, ce lo propinano in televisione. Gli «opinion maker» non fanno altro che proclamare che siamo andati in Iraq per costruire la pace, che non siamo delle truppe d'occupazione, che i nostri ragazzi erano amati dagli abitanti di Nassiriya. E' il solito refrein degli «italiani, brava gente», che non ha nessun fondamento storiografico. E' un mito inventato per nascondere ciò che hanno fatto le truppe italiane impegnate in altre guerre, quasi sempre di aggressione.
Ma torniamo all'Iraq. Può non piacerci, ma i nostri soldati fanno parte di un esercito di occupazione. Se poi qualcuno avanza dei dubbi sul nostro ruolo, è subito indicato come una quinta colonna di un nemico impalpabile, minaccioso e pericolosissimo chiamato terrorismo, con la T maiuscola. In fondo, solo pochi giorni fa Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere della Sera per l'ennesima volta che o si è con Bush o si è con il terrorismo. Ma i continui attacchi contro i soldati americani, inglesi e adesso italiani fanno parte di una resistenza all'occupazione dell'Iraq da parte di eserciti stranieri. Nassiriya non ha quindi nulla a che fare con il terrorismo, bensì è un'azione militare contro un esercito occupante.
Negli Stati uniti le «body bags» sono nascoste, in Italia ostentate. Perché questa differenza?
Negli Usa c'è il precedente del Vietnam. Allora, la vista delle sacche che contenevano i corpi dei soldati morti ha alimentato l'opposizione alla guerra. Qui da noi sono ostentate per costruire il consenso alla nostra partecipazione all'occupazione dell'Iraq. Il torrente di parole speso in questi giorni per stringerci attorno alle bare del Vittoriano servono inoltre a costruire il consenso popolare alla avventura militare in Iraq. Per questo, sono molto colpito dal fatto che gran parte dell'opposizione di centro-sinistra non reagisca, che non chieda l'immediato ritiro delle truppe, proprio perché siamo un esercito occupante.
Eppure, la commozione di questi giorni mi sembra piena di pietas per le vittime. Non credi?
Sentire le storie di ognuno di quei diciannove morti non lascia indifferenti. Ci sono vite interrotte, familiari che rimangono con il peso di un dolore inconsolabile. Si, c'è pietas, ma anche altro. C'è anche quel sentimento che ti porta a dire: «C'ero anch'io, anch'io sono protagonista di un grande evento».
Parli delle persone che hanno partecipato all'omaggio dei soldati morti in Iraq come dei partecipanti a un grande «reality show»...
Si, è così. Faccio la fila e alla fine stringo la mano al parente di una delle vittime, partecipo cioè a un fatto corale, nazionale. Non nego che la guerra favorisca la crescita di un sentimento di fratellanza, che alimenti la solidarietà tra chi è coinvolto. Con le storie di minuta solidarietà e fratellanza accadute durante la seconda guerra mondiale si potrebbe riempire un'intera biblioteca. Ma qui mi sembra di assistere alla manifestazione di un sentimento morboso di chi partecipata al grande spettacolo della guerra.




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