11 novembre 2003 - CASO MORO: SU RICHIESTA RIAPERTURA INCHIESTA
"Dagospia"
PERCHE' LA VEDOVA MORO CHIEDE DI RIAPRIRE IL CASO MORO
LO STATISTA DC NON FU UCCISO NELLA PRIGIONE DI VIA MONTALCINI
LE MENZOGNE BR E LA TESI DI CRAXI: MORO FU CONSEGNATO AD ALTRI
ANCORA OGGI BRIGATISTI E APPARATI PROTEGGONO QUESTI "ALTRI"
E' in via Caetani, dunque, la chiave per decifrare gli ultimi misteri del caso Moro. Ne è sempre più convinta la famiglia dello statista democristiano, che chiederà alla magistratura di riaprire l'inchiesta, come ha anticipato Dagospia (notizia ripresa oggi dai maggiori quotidiani che, deontologicamente mascalzoni e cialtroni e rosiconi quali sono, dal Corriere a La Stampa, si son ben guardati di citare il sito che l'ha scovata - eccezion fatta per La Repubblica).
Torniamo a bomba. La versione fornita dai brigatisti, secondo cui il presidente Dc fu ucciso nella prigione di via Montalcini e poi trasportato a bordo di una R4 in via Caetani, non regge alla prova dei fatti. E' contraddetta in particolare dai risultati dell'autopsia eseguita subito dopo il ritrovamento del corpo e dall'analisi dei materiali rinvenuti sull'auto: Moro fu ucciso in un luogo distante non più di 50 metri da via Caetani. (Di qui la particolare attenzione al ritrovamento del documento dell'autopsia da parte di Eleonora e Maria Fida Moro).
E' questa la convinzione anche di Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e sul terrorismo. Secondo la sua ricostruzione, i servizi segreti trattarono con le Br la liberazione del prigioniero, la trattativa giunse a un passo dal risultato positivo, ma all'ultimo momento qualcuno non rispettò i patti.
Ecco alcuni brani tratti da Segreto di Stato, l'intervista concessa da Pellegrino a Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, pubblicata da Einaudi nel 2000 (50 mila copie vendute, editoriali entusiastici di Eugenio Scalfari su Repubblica ed Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera). Ne leggerete delle belle...
Quindi, c'è un momento, nella fase finale del sequestro, in cui Moro è convinto che sta per essere liberato? Lei poco fa ha alluso alla possibilità che, mentre scriveva quelle tre pagine, Moro non fosse nella prigione di via Montalcini. Dunque era stato trasferito in un altro posto?
La versione dei brigatisti è che Moro non si sia mosso mai da via Montalcini. C'è però il sospetto, rafforzato proprio dall'ultimo brano del suo memoriale, che negli ultimissimi giorni non sia stato in via Montalcini. Potrebbe essere stato spostato altrove. E dunque, tutto ciò che di inverosimile c'è nella storia raccontata dai brigatisti su come uccidano Moro nel garage di via Montalcini, potrebbe servire in realtà a coprire il vero luogo dell'esecuzione, per non mettere nei guai persone che hanno collaborato al trasferimento dell'ostaggio in un luogo diverso.
Avete qualche idea del luogo in cui potesse trovarsi la prigione finale?
Alcuni ritengono che dovesse essere molto vicina a via Caetani, il luogo dove venne fatta ritrovare la Renault rossa con il cadavere di Moro. Anche perché la versione brigatista (Moro ucciso in via Montalcini e poi portato in via Caetani) non regge dal punto di vista della ricostruzione dei tempi.
Rileggete l'audizione di Maccari, noterete le contraddizioni e i dubbi proprio sui tempi. Fu un'audizione obiettivamente difficile, perché il racconto dell'ex brigatista non quadrava con i risultati dell'autopsia sul cadavere di Moro. Lui sosteneva che il prigioniero fu ammazzato in via Montalcini e poi immediatamente trasportato in via Caetani. Ma l'autopsia ha stabilito che Moro non morì subito, visse ancora dopo gli ultimi colpi. Allora bisognerebbe pensare, stando a quello che dice Maccari, che i brigatisti non si fossero accorti che Moro, mentre veniva trasportato in via Caetani, fosse ancora vivo, e francamente non è credibile.
Dunque, l'ultima prigione, come lei dice, poteva trovarsi in una zona non lontana da via Caetani. Ma dove, verosimilmente?
Direi in un luogo molto più vicino a via Caetani e comunque nella zona del ghetto ebraico. È questo il convincimento di Rosario Priore e Ferdinando Imposimato, due magistrati che hanno indagato a lungo sul caso Moro: mentre ispezionavano quella zona, qualcuno li controllò e li fotografò.
In via Caetani, dove venne trovato il cadavere di Moro, c'è il palazzo dei Caetani, la famiglia a cui apparteneva la moglie di Markevitch. Coincidenza quantomeno curiosa, non le sembra?
Non penso che Markevitch abbia mai abitato in quel palazzo. Semmai, altre furono in quel luogo le presenze che hanno suscitato il nostro interesse. Ad esempio, quella di Hubert Howard, l'ufficiale dell'intelligence inglese che per primo entrò nella Firenze liberata dall'occupazione nazista, e che affidò a Markevitch l'incarico di redigere i programmi musicali della radio Firenze libera. Nominato nel suo Paese baronetto per meriti di guerra, Howard decise poi di vivere in Italia, sposò anche lui una Caetani, cugina di Markevitch, e frequentò a lungo sia il palazzo a ridosso del ghetto, sia la meravigliosa tenuta di Ninfa, nel Lazio meridionale.
Quando l'indagine dei giudici bresciani ha riportato alla nostra attenzione la figura di Markevitch, ipotizzando un suo possibile ruolo nella vicenda Moro, ci siamo ovviamente domandati se proprio il suo antico sponsor fiorentino, divenuto poi suo cugino, avrebbe potuto essere il suo contatto con i Servizi occidentali. Un nostro consulente ha indagato anche negli archivi della Fondazione Caetani, che ha sede proprio in quel palazzo, ma stranamente non abbiamo trovato nulla, né sul maestro di musica né su Howard. Il nostro consulente ebbe l'impressione che qualcuno lo avesse preceduto, visto che non c'erano neppure i ritagli di stampa che descrivevano l'intensa vita pubblica di quei due personaggi, e di cui noi eravamo già in possesso.
Dunque, qual è la sua conclusione?
Nessuna, per il momento. Queste sono linee di una nostra inchiesta ancora in corso, non ancora fatti certi.
Concentriamoci allora sui fatti certi. Un punto sul quale lei non sembra nutrire dubbi, è che durante gli ultimi giorni del sequestro, Moro poteva trovarsi in un luogo diverso da via Montalcini...
Sí, è cosí...
... ed era convinto di essere a un passo dalla libertà...
Certamente...
Ora, se tutto questo è vero, non c'è che un'ipotesi, per spiegare quello che può essere accaduto. I brigatisti, convinti ormai che la trattativa sia a un passo dalla sua positiva conclusione, consegnano l'ostaggio all'intermediario o a qualcuno di sua fiducia: una sorta di parcheggio, insomma, in attesa della chiusura formale dell'accordo, che avrebbe consentito il rilascio definitivo del prigioniero.
Per stare ai dati oggettivi in mio possesso, posso confermare che il racconto dell'esecuzione fatto dai brigatisti contiene molte inverosimiglianze, molte aporie, che il fratello di Moro, un alto magistrato, ha evidenziato in un ottimo libro. A cominciare dal rischio che incredibilmente i brigatisti avrebbero assunto, scegliendo come luogo dell'esecuzione l'autorimessa di un immobile condominiale accessibile dall'esterno. Per rendere più verosimile la sua versione, Maccari situa l'esecuzione nel primissimo mattino, poco dopo le sei, se ricordo bene. Ma questo innesca una tempistica nel trasporto del corpo esanime di Moro in via Caetani, che assolutamente non torna e non collima, tra l'altro, con i dati dell'autopsia sull'ora della morte.
Inoltre, Moretti e Maccari non dicono la verità quando raccontano che l'esecuzione non fu annunciata al condannato, ma soltanto intuita e accettata con rassegnazione. Ancora una volta è Moro a smentirli, perché nella sua ultima lettera alla moglie, come abbiamo visto, scrive espressamente di aver ricevuto l'annuncio dell'esecuzione, che definisce terribile e inaspettato dopo il cauto ottimismo dei giorni precedenti.
A tutto ciò riesco a dare solo una spiegazione: che Moro sia stato trasportato ancora vivo (con le modalità e nell'ora - ma non nel giorno - descritte da Maccari) nel luogo (più prossimo a via Caetani) dove, convinto che il trasferimento preludesse alla sua liberazione, scrisse le ultime pagine del suo memoriale. Quelle in cui, appunto, ringrazia le Br per la loro generosità. Ma lì, invece, fu raggiunto dall'annuncio dell'esecuzione, che può essere avvenuta con la collaborazione di qualcuno che non aveva fatto parte del gruppo dei suoi carcerieri. Almeno, questo era ciò che pensava Craxi...
Craxi pensava questo?
Sí, questa era la sua ipotesi. Craxi, infatti, va a deporre in Commissione Moro, sostenendo che chiunque abbia un'idea di come si svolge un sequestro, non può credere che l'ostaggio sia stato ucciso dalle stesse persone che lo hanno tenuto prigioniero così a lungo. Poi aggiunge: è noto, infatti, che in queste circostanze, tra carceriere e prigioniero, si stabilisce una tale relazione umana, che è assai raro che chi ha custodito un prigioniero sia anche quello che lo uccide. Dunque, Craxi pensava che Moro fosse stato affidato ad altri, o che fossero sopraggiunti altri a cui poi era stato assegnato il compito dell'esecuzione.
Io volevo andare ad Hammamet per interrogare Craxi, ma purtroppo il conformismo di sinistra me lo ha impedito. La Commissione aveva deliberato all'unanimità la missione in Tunisia, ci eravamo preparati a lungo e stavamo per partire quando, divenuta pubblica la notizia del nostro viaggio, cominciarono subito i problemi. Anche dei miei amici, come i senatori Libero Gualtieri e Raffaele Bertoni, presero posizione chiedendo addirittura ai presidenti delle Camere che mi venisse impedito di andare ad Hammamet. A quel punto, Craxi cominciò ad accampare motivi di salute per rinviare l'audizione. In seguito, però, venimmo a sapere che, in realtà, era il governo tunisino che si era improvvisamente allarmato. La mia impressione, nettissima, fu che dall'Italia fosse arrivato un messaggio autorevole allo Stato tunisino, il cui senso era questo: possiamo tollerare la vostra ospitalità a Craxi, ma non il fatto che una Commissione d'inchiesta del Parlamento italiano interroghi un latitante. Chissà perché, invece, quando eravamo andati in Sudafrica a interrogare il generale Maletti, non si era scandalizzato nessuno.
Fu dunque il Governo italiano a porre il problema?
No, non il Governo... ma qualcuno che poteva comunque chiedere al Governo tunisino di ostacolare l'audizione.
Ma di che ambito? Politico-parlamentare o istituzionale?
Direi, piuttosto, autorità istituzionali sulle quali soprattutto la Procura di Milano poteva avere un'influenza...
Il Quirinale?
... Autorità istituzionali sulle quali la Procura milanese aveva una certa influenza. In ambienti giudiziari milanesi, infatti, questa nostra iniziativa fu molto mal vista, fu considerata un errore. Io, naturalmente, mi faccio carico del significato politico che si sarebbe potuto attribuire a questo episodio, però presiedevo una Commissione d'inchiesta e quello che per tutti noi contava era la possibilità di indagare. Avevamo interrogato tutti i "padri della Patria": Andreotti, Rognoni, Gui, Taviani, Forlani, perché non sentire anche Craxi ?
Ritengo che sia stato anche un errore politico impedircelo. Parlo di un errore anche della sinistra, perché alla fine, a causa di questo accanimento, è sembrato quasi che Craxi lo avessimo ammazzato noi. Ricordiamoci che cosa è successo quando è morto Craxi, quanto veleno è stato sparato sul mio partito, i Ds, su D'Alema. Se una Commissione del Parlamento come la nostra fosse andata a sentirlo, la politica avrebbe dimostrato una sua autonomia dalla magistratura.
Per quanto mi riguarda, lo avrei interrogato con grande cortesia, non come un latitante, anche perché latitava per problemi che non riguardavano la mia Commissione. Lo avrei sentito con lo stesso rispetto con cui ho interrogato Taviani, Andreotti, Forlani, Gui, Rognoni...
Non avete pensato di chiedergli qualcosa per scritto?
Sì, certo, ci avevamo pensato ma, francamente, finché non è stato male, ho sempre avuto la speranza di poterlo interrogare di persona. Poi, quando ha cominciato davvero ad aggravarsi, mi sembrò poco rispettoso della sua condizione umana sollecitare delle risposte scritte. Ritengo, comunque, che il fatto che gli abbiano impedito di testimoniare abbia rappresentato non solo un errore politico, ma anche un ostacolo per la nostra inchiesta.
Che cosa speravate che vi potesse dire di nuovo, Craxi, a tanti anni di distanza e nella sua diversa condizione di "esule" ad Hammamet?
Craxi aveva un ottimo rapporto con Dalla Chiesa e pensavo che avrebbe potuto anche dirci delle cose che il generale gli aveva confidato. Sì, questo era uno dei motivi per cui lo volevo interrogare. E poi, naturalmente, la storia dell'iniziativa socialista per una trattativa. E che fosse giusto sentirlo, è dimostrato dal fatto che una delle audizioni che ci ha fatto capire più cose sulla vicenda Moro è stata proprio quella di Signorile: abbiamo deciso di interrogarlo quando ho capito che non potevo più parlare con Craxi.
Agli atti della vostra Commissione c'è la storia di un'altra testimonianza concordata e poi saltata all'ultimo momento, per ragioni misteriose. Quella di Steve Pieczenik, il consulente inviato dal governo americano che, dopo una quindicina di giorni in Italia, perse la pazienza e decise di tornarsene a casa.
Sì, una vicenda davvero strana. Per l'improvvisa partenza di Pieczenik dall'Italia durante il sequestro Moro. Ma anche, appunto, per l'ancor più misterioso rapporto che il consulente americano ha tenuto con la nostra Commissione. A un certo punto, infatti, acquisiti finalmente i documenti del Comitato di crisi al Viminale, ci siamo resi conto che Pieczenik aveva dato dei buoni consigli. Volevamo dunque capire i motivi del suo improvviso abbandono e, dopo una serie di contatti, avevamo ottenuto di farlo venire a Roma. Lui ci aveva solo chiesto di assumerci l'onere delle spese e ci aveva persino comunicato il giorno del suo arrivo. Ma subito dopo aver ricevuto la nostra conferma definitiva, Pieczenik ci inviò un fax in cui ci comunicava di aver cambiato idea. In Italia dev'esserci proprio qualcuno che non aveva piacere che noi ascoltassimo Pieczenik.
Insomma, Craxi non si poteva sentire perché era un latitante; qual era il motivo "ufficiale" per cui non si doveva sentire nemmeno Pieczenik?
Non so proprio chi e perché abbia brigato per non farci incontrare il consigliere americano. Posso dire che da quello che abbiamo letto nei documenti sull'attività del Comitato di crisi, ci siamo fatti l'idea che Pieczenik sia una persona seria. Con noi, invece, non si è comportato seriamente. L'unica spiegazione, quindi, può essere che qualcuno lo abbia convinto della inopportunità di venire a deporre in Commissione stragi.
Sulla base di quello che voi avete letto nei documenti, che idea vi siete fatti circa il ruolo del Comitato di crisi istituito al Viminale. A proposito della sua composizione, qualcuno ipotizza che riflettesse quasi plasticamente il contesto geopolitico italiano e persino la frontiera. Insomma, c'era l'Occidente, ma c'era anche l'Oriente che teneva l'occhio e l'orecchio sul ministro dell'Interno.
Penso che un'ipotesi del genere sia estremamente credibile e coerente con la personalità di Cossiga: è sempre stato un uomo di fedeltà occidentale, ma non ha mai sottovalutato il fatto che l'Italia fosse un Paese cruciale nel delicatissimo equilibrio fra l'Occidente e l'Oriente.
Sono convinto, infatti, che in quel Comitato (in realtà i comitati erano almeno due, uno di consulenti, l'altro operativo) l'unico vero esperto nel settore della sicurezza fosse proprio Pieczenik. Gli altri, appunto, mi sembra che fossero lì più che altro per sorvegliare e riferire altrove. Quel Comitato mi è sembrato un sistema di antenne, ma ciò che veniva antennizzato non era Moro, non era Moretti, non era Morucci, non era la Faranda, ma il sistema italiano. Bisognava, insomma, controllare che non facesse qualche sciocchezza. Il che mi fa pensare che, effettivamente, c'era una reale preoccupazione su quel che Moro potesse dire, e che il compito del comitato andasse quindi ben al di là della consulenza.
Tornando a Pieczenik, che genere di consigli diede, prima di abbandonare il Comitato di crisi?
Analizzò le prime lettere di Moro, i comunicati delle Br, e propose di trattare, ma tenendo fuori il potere politico. Però, come abbiamo visto, andò via quasi subito. Perché? Secondo molti, e tra questi Stefano Silvestri, se ne andò perché aveva avuto l'impressione che in Italia non fosse possibile fare niente di serio. Silvestri ci ha anche detto che fecero fare a Piecznik un briefing con gli uomini dei Servizi, i quali sembravano preoccupatissimi di Cossiga, e del suo rapporto con le intelligence straniere. Insomma, il problema era: antennizzare tutto e creare un cordone sanitario intorno al ministro degli Interni.
Durante il sequestro, il mondo politico si divise tra i fautori della fermezza e quelli della trattativa. Tra i primi c'erano soprattutto democristiani e comunisti. Come possono essere interpretati, oggi, i motivi di quella posizione?
Le acquisizioni più recenti dimostrano che, effettivamente, da parte del Pci ci fu una posizione nettissima. Cossiga mi ha scritto un biglietto invitandomi ad acquisire dalla Fondazione Spadolini una lettera che lui, non più ministro dell'Interno, aveva indirizzato al leader repubblicano. In quella lettera Cossiga raccontava che, nei primi giorni del sequestro Moro, l'esponente comunista Paolo Bufalini gli aveva detto che, per Berlinguer, Moro era come se fosse già morto. Un chiaro segnale che il Pci era nettamente contrario ad ogni trattativa. D'altra parte, era una posizione assolutamente comprensibile dal punto di vista del Pci in difficoltà in quella fase perché, come sempre, aveva il problema di legittimarsi: qualsiasi cedimento alle Br doveva essere fortemente contrastato dal Partito, proprio perché c'era quell'album di famiglia in comune...
Oggi, comunque, sappiamo che anche nel monolite del Pci esisteva qualche crepa. Piperno ci ha fatto capire, e Barca ce lo ha detto chiaramente, che proprio Bufalini era più possibilista, meno convinto dell'utilità della linea della fermezza. Non a caso, latinista e finissimo traduttore dei classici, Bufalini aveva ricordato l'episodio di Cesare che, sequestrato dai pirati, prima accettò di pagare il riscatto e poi passò alla controffensiva, sterminandoli. Lo stesso Barca mi sembra che non condividesse del tutto la linea di assoluta intransigenza del partito. Infine, credo che anche Pietro Ingrao fosse molto dubbioso in proposito.
Se la motivazione vera e più profonda dell'atteggiamento comunista fu il bisogno di legittimarsi, quale ragione poteva spingere invece la Dc a sostenere la linea della fermezza? E inoltre: la rigidità del fronte della fermezza contribuì a indirizzare le vicende verso il tragico epilogo?
Il problema, in realtà, era un altro, come ci ha spiegato bene Signorile. La vera scelta non era quella tra fermezza e trattativa, perché anche i socialisti ammettevano che non era pensabile che lo Stato aprisse ufficialmente una trattativa con le Br. La vera scelta era, invece, tra fermezza e immobilismo. Un conto era la fermezza, consigliata ufficialmente perfino dal consulente americano. E un altro era mettere in campo una serie di iniziative di gruppi politici, associazioni umanitarie, Vaticano e, soprattutto, operazioni coperte degli apparati. Ma in quale sequestro di persona conclusosi felicemente, malgrado le dichiarazioni pubbliche, non si è in qualche modo trattato? La liberazione dell'ostaggio è sempre o il frutto diretto della trattativa, o la conseguenza indiretta, perché il dialogo con i rapitori è servito magari a far guadagnare il tempo necessario per preparare un blitz. Perciò, oggi, criticare la posizione politica della fermezza, alla luce delle conoscenze che abbiamo acquisito, mi sembra una cattiveria gratuita o una sciocchezza vera e propria. Lo Stato, nella sua veste ufficiale, non poteva fare cosa diversa da quella che fece. Però, come ha osservato giustamente Signorile, un conto è lo Stato-ordinamento, lo Stato-istituzione, altro è lo Stato-apparato, che può cercare di aprire una trattativa e utilizzarla per liberare l'ostaggio, in un modo o nell'altro...
Senza dubbio è così. Ma nel nostro caso, il problema è che l'ostaggio non è stato liberato, né in un modo, né nell'altro.
Nel caso specifico di Moro, si era cominciato a fare qualcosa per giungere alla sua liberazione, ma come ho già spiegato, è possibile che tutto abbia finito per incepparsi a causa delle complicazioni provocate dal fatto che l'ostaggio aveva cominciato a parlare con le Br.
O che il meccanismo della trattativa sotterranea si sia inceppato quando, a un certo punto, una rotella dell'ingranaggio ha deciso di fermarsi perché non aveva più nessun interesse a salvare Moro.
Purtroppo, noi non siamo riusciti ad acquisire elementi sufficienti per avere una certezza in un senso o nell'altro. Il dato sicuro è che tutt'ora ci sono delle zone di reticenza o delle zone di omertà che, a mio avviso, tendono non solo a proteggere qualcosa che è avvenuto, ma anche a proteggere qualcuno. Ancora oggi dev'esserci qualcuno che viene protetto, sia dai brigatisti sia dagli apparati perché questo qualcuno, o durante il sequestro Moro o più probabilmente nella fase successiva, ha dato dei contributi, patteggiando, in cambio, la propria impunità.
"Il Nuovo"
Moro, la vedova chiede nuove indagini
La famiglia dello statista della Democrazia Cristiana ucciso dalla Brigate Rosse il 9 maggio 1978, chiede la riapertura delle indagini. L'avvocato Marazzita: "Sono emersi nuovi elementi".
ROMA - Non c'è pace per Aldo Moro. Forse all'orizzonte ci sono nuove indagini, la riesumazione del corpo, un nuovo processo. Ma stavolta a turbare la memoria e a chiedere verità sono Eleonora e Maria Fida Moro, moglie e figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse. Il loro avvocato di fiducia, Nino Marazzita, chiederà nei prossimi giorni, alla procura di Roma la riapertura dell'inchiesta. La decisione, "la richiesta di giustizia", a sorpresa, è stata annunciata ieri, ed ancora oggi nello studio del legale c'è si la calma di sempre che "telefoni infuocati". Ed è complicato capire, anche da qui, la scelta della famiglia. Dopo tanto tempo, 5 processi con relative sentenze definitive, commissioni parlamentari, una manciata di film scandalo, un bel gruppo di saggi e reportage dei 55 giorni del rapimento "che ha marchiato l'Italia con gli anni di piombo", come scritto da Indro Montanelli.
Maria Fida, da parte sua è comunque sempre stata chiara. Lo ripeterà "tranquillamente" nel suo libro di prossima pubblicazione "La nebulosa - il Bignami del Caso Moro". E' convinzione dei familiari - si spiega - che bisogna approfondire alcuni punti mai realmente spiegati. E che partono da altrettanti assunti: il nucleo di terroristi che "gestì" Aldo Moro non è mai stato individuato nella sua completezza; chi ne faceva parte ed è stato arrestato non ha detto la verità; la dinamica dell'agguato a via Fani così come il ritrovamento nel pieno centro di Roma dentro un'auto. Il fratello del presidente Dc, Carlo Alberto Moro, nel suo libro scrive senza timore che "è difficile credere che i brigatisti abbiano attraversato una città, presidiata da migliaia di uomini delle forze dell'ordine, con un cadavere nel portabagagli".
Altri elementi, saltati fuori spesso, sono quelli "contesto politico", che partono da una strana "minaccia" ricevuta da Moro durante una visita negli Stati Uniti e che possono giungere alla sua volontà nel firmare il patto per il "Compromesso storico", che avrebbe fatto entrare, in tempi di guerra fredda, il Partito comunista italiano nel governo. In mezzo, c'è la responsabilità delle indagini durante i giorni del rapimento di appartenenti grandi e piccoli, alla P2, con relativo contorno di servizi segreti deviati, e collusioni con diverse organizzazioni criminali, dalla mafia alla banda della Magliana. Il legale della Dc in tutti i processi Moro, Pino De Gori, smentisce che l'autopsia di Aldo Moro sia sparita "basta chiederne fotocopia alla cancelleria della Corte di Assise" e poi aggiunge: "Non riesco ad individuare niente di nuovo, che possa giustificare una riapertura delle indagini mirate sulla morte dello statista".
"Dopo il dolore serve il riposo e non altro dolore". Caroline Kennedy, ormai unica erede diretta del compianto John Fitzgerald Kennedy, alcuni anni fa ha spiegato così il motivo per cui una delle famiglie più potenti d'America non ha mai fatto indagini dirette sugli omicidi che hanno "strappato agli Usa" suo padre e lo zio Robert. E se per Maria Fida Moro, l'azione anche polemica, è qualcosa di già percorso, per la vedova di Moro, Eleonora, "Doretta", è senza dubbio una "strada nuova". Per questo l'attenzione sul "dossier" che Marazzita presenterà alla Procura è ora dopo ora più forte. "Vi si adombra di un super servizio segreto definito Anello che ha forti responsabilità - si spiega - Ma anche del sospetto che Moro fu ucciso in altro luogo rispetto al garage di via Montalcini.
Agli atti della commissione stragi, risultano poi due deposizioni della famiglia, in cui si racconta che in quei "giorni maledetti del '78" che le forze dell'ordine avevano individuato una probabile prigione di Moro vicino Palo Laziale; e stavano preparando un blitz per liberarlo. "Ma, per misteriose ragioni, tutto si era fermato".
Enzo Fragalà, capogruppo di An in commissione Mitrokhin, condivide pienamente la richiesta di riaprire le indagini: "Chiederemo alla commissione di mettere a disposizione della famiglia, oltre alle risultanze dell'inchiesta parlamentare, i documenti relativi ai contatti fra la rete spionistica dell'Est e le Br, e il falso borsista Serghei Sokolov". Fragalà dice che tra i temi da affrontare c'é quello di Giorgio Conforto, agente "Dario" del Kgb, e padre di Giuliana Conforto, nella cui casa furono arrestati Valerio Morucci e Adriana Faranda.
Ma quel che "deve far riflettere" sono invece due scritte, "solidarietà alle Br" e "abbasso Berlusconi" che sono state trovate questa mattina sui muri di un corridoio interno dello stabilimento Fiat Auto Lastrature di Rivalta (To). A scoprirle, all'arrivo in fabbrica, sono stati alcuni operai che hanno immediatamente segnalato l'episodio e sul posto sono intervenuti gli uomini della Digos per gli accertamenti del caso. Ferma condanna è stata espressa dalla Uilm "per gli ignobili atti e le idee dei violenti".
"La Stampa"
La famiglia alla procura: riaprite il caso Moro
La vedova Eleonora punta il dito sul Kgb: prima di morire voglio sapere la verità
Francesco Grignetti
ROMA
La signora Eleonora Moro l'ha chiesto spesso, insistentemente, al suo avvocato: "Prima di morire, voglio sapere la verità". Già, la verità. Il caso Moro è sempre lì, uno scoglio attorno a cui ruota la politica italiana da venticinque anni. Eppure pochi sarebbero disposti a mettere la mano sul fuoco che la verità sia venuta fuori. Ogni tanto si celebra un processo -siamo al quinto - e piove qualche condanna. Ci sono i tomi delle commissioni parlamentari d'inchiesta. Escono libri. Spuntano brandelli di diari o frammenti di archivi. Si azzardano ricostruzioni più o meno fantastiche. Ma la vedova, irremovibile: "Voglio la verità. Quella vera". E così, nella primavera scorsa, l'avvocato Nino Marazzita ha messo mano agli incartamenti. Sono almeno un milione di fogli. Centoventimila faldoni: un lavoro ciclopico. "Ma siamo quasi pronti -dice il legale -.Entro una settimana, dieci giorni al massimo, presenteremo alla Procura di Roma un'istanza, ferratissima, documentata, inoppugnabile, per chiedere la riapertura delle indagini". Sarà una bomba: la vedova Moro, e con lei il suo avvocato Marazzita, è convinta che dietro la morte del marito ci sia il Kgb.
Su questo, infatti, Eleonora Moro chiederà di indagare: quanto ha giocato il terribile Kgb nella morte di suo marito? Quali sono stati i depistaggi dietro l'uccisione dello statista dc? Cosa significano, messi uno dietro l'altro, i segnali riconducibili a Aldo Moro che punteggiano il dossier Mitrokhin?
Misteri a cui non sarà affatto semplice dare una risposta. Ci hanno provato i commissari della passata legislatura, alla Stragi. Un po' anche quelli dell'attuale Parlamento, membri appunto della cosiddetta Mitrokhin. Il fatto è che a Mosca gli archivi dei servizi segreti, passato il comprensibile sbandamento del dopo-Urss, si sono richiusi a riccio. Nel dossier Mitrokhin, per come lo si conosce, ci sono alcune singolari coincidenze: su tutte, l'incredibile caso di quel Giorgio Conforto, spia di lungo corso, che lavora per conto del Kgb dal 1933 fino al 1978, magari bordeggiando oltre il consentito nel doppio gioco, e quindi avendo anche rapporti con il Viminale, ma che fa in tempo a conoscere - ospiti a casa della figlia - due terroristi che conoscono i segreti delle Br e dell'intero affaire Moro.
E poi c'è quell'altro strano caso di uno studente russo, un tal Sergjei Sokolov, classe 1953, che seguiva da vicino le lezioni del presidente Dc e subito dopo il sequestro tornò precipitosamente in Urss. Ebbene, ecco il vero profilo di Sokolov per come è stato possibile ricostruirlo oggi: ufficiale del Kgb, poi corrispondente dell'agenzia Tass, borsista di Storia del Risorgimento all'Università, frequentatore delle lezioni di Moro a Giurisprudenza.
Nello sfuggente mondo degli agenti segreti, le coincidenze sono sempre improbabili. Capita anche che siano volute, a futura memoria. Prove di depistaggio? Certo che d'indizi ce ne sono molti. Ed è comprensibile che la signora Eleonora voglia sapere. Sua figlia, Maria Fida, sta lavorando anche lei al caso. Sta preparando un libro, titolo provvisorio "La Nebulosa - Il Bignami del Caso Moro", che darà grande peso a un elemento forse sottovalutato. Sostiene Maria Fida essere scomparso il documento ufficiale dell'autopsia eseguita sul corpo del padre. Ma se il documento non salterà fuori, la famiglia si accingerebbe a chiedere anche la riesumazione del cadavere.
La questione dell'autopsia non è certo minore. Perche' la famiglia non si capacita di una ricostruzione - quella ufficiale - che vuole l'esecuzione dello statista effettuata nel garage del covo di via Montalcini, alla Magliana. Cosi' raccontano i brigatisti. Tutti. Ma evidentemente a casa Moro non credono a quel viaggio effettuato con un cadavere tanto scottante nel portabagagli dalla Magliana fino a via Caetani. No, sono convinti che la verita' sia un'altra. Che ci sia un altro covo, mai trovato, molto piu' vicino. Magari in un palazzo li' vicino. E torna insomma la pista dell' antico ghetto ebraico. I magistrati Rosario Priore e Ferdinando Imposimato ci credettero, ma non trovarono nulla. Indagarono. Anche la commissione presieduta dall' ex senatore Giovanni Pellegrino ha accarezzato a lungo l' iposesi di un ultimo covo. In quel caso si era pensato che ci fosse di mezzo palazzo Caetani, che e' proprio li' sulla strada, e che addirittura c'entrasse un musicologo apolide, ma d' origine russa, come Igor Markevit che che abitava proprio li'. Di recente, Pellegrino ha sostenuto di non crederci piu'. E Eleonora Moro ?
ANSA:
MORO: FRAGALA', GIUSTA RICHIESTA RIAPERTURA INDAGINI
Enzo Fragala', capogruppo di An in commissione Mitrokhin, condivide pienamente la richiesta della famiglia di Aldo Moro di riaprire le indagini. "Chiederemo alla commissione di mettere a disposizione della famiglia, oltre alle risultanze dell' inchiesta parlamentare, i documenti relativi ai contatti fra la rete spionistica dell' Est e le Br, e il falso borsista Serghei Sokolov. Cosi' una pagina della nostra storia potra' essere riscritta senza la lente deformante dell' ideologia, con la consapevolezza dell' abnorme livello di penetrazione che il Kgb ha raggiunto nel nostro Paese durante la guerra fredda".
Fragala', che di fatto preannuncia un interesse della commissione per il capitolo Moro, dice che tra i temi da affrontare c'e' quello di Giorgio Conforto, agente 'Dario' del Kgb, e padre di Giuliana Conforto, nella cui casa furono arrestati Valerio Morucci e Adriana Faranda.
Fragala' fa notare che nella documentazione riguardante Conforto che il Sismi ha inviato alla commissione c'e' un vuoto che va dal febbraio 1978 al giugno 1979, "in singolare coincidenza con il periodo del sequestro Moro. C'e' inoltre una lettera datata 1982 in risposta ad una nota di quattro anni prima: cosa e' successo in quegli anni? I riferimenti ai contatti fra la spia del Kgb Giorgio Conforto e le Br erano presenti nella bozza del libro di Mitrokhin che i servizi inglesi inviarono al Sismi, ma sono misteriosamente spariti dalla versione definitiva".
Inoltre nella rete di Carlos, il famigerato terrorista internazionale, su cui la commissione ha ricevuto documenti di fonte francese, fra i nomi citati c'e' anche quello di Valerio Morucci.
Ultimo tema d'indagine che l'avvocato Marazzita, legale dei Moro, ha ben individuato, riguarda il luogo dove lo statista Dc fu ucciso e l'identita' di chi avverti' Moretti che il 9 maggio 1978 Fanfani avrebbe annunciato al consiglio nazionale del partito, convocato per le 11 del mattino, l'apertura delle trattative per la liberazione di Moro con la concessione della grazia alla brigatista Besuschio, detenuta in gravissime condizioni di salute.




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