...non piace più
Palermo. Bastava dire Ciccio, a palazzo di giustizia, e tremavano pure i mobili.
Ma Ciccio La Licata, inviato della “Stampa” a Palermo, da un mese a questa parte in tribunale quasi non ci mette più piede.
E dire che le notizie non mancano:
ci sono due marescialli arrestati perché lavoravano di giorno per l’antimafia e di notte per la mafia;
ci sono “emeriti procuratori aggiunti” che all’improvviso appaiono come “fraternissimi amici” del primo compare del boss;
ci sono toghe di eccellenza che raccomandano un “sottufficiale traditore” ai vertici del servizio segreto militare;
ci sono investigatori accusati di mafia che hanno raccolto le prove per meglio incastrare altri imputati di mafia.
Insomma, ce ne sarebbero notizie da dare, scandali da denunciare e pentole da scoperchiare. Ma Ciccio preferisce non metterci mano: l’acqua lo bagna, il vento l’asciuga. Tanto, chi potrà mai rimproverarlo?
Lui, la sua campagna di Sicilia l’ha fatta, eccome.
Negli anni eroici e martellanti di Gian Carlo Caselli non passava giorno che non trovasse l’indiscrezione clamorosa, che non intervistasse il magistrato coraggioso, che non raccontasse dell’ultimo sospiro dei pentiti contro Giulio Andreotti o Francesco Musotto o Calogero Mannino o Marcello Dell’Utri.
E se i verbali non c’erano, nessun problema. Perché Ciccio, cronista di razza, i pentiti li intervistava direttamente: una sera, beato lui, incontrò – così, per caso – a un casello dell’autostrada, nientemeno che Gioacchino Pennino, il “Buscetta della politica”.
Non si vede più da queste parti nemmeno Saverio Lodato, corrispondente dell’Unità. Che ieri ha pubblicato un lungo articolo per spiegare indirettamente ai propri lettori perché ha scavato così poco nel pozzo senza fondo del caso Ciuro; di quel maresciallo cioè, che dopo avere indagato per nove anni su Marcello Dell’Utri, si è ritrovato in carcere con la stessa accusa formulata a carico del suo inquisito: concorso esterno in associazione mafiosa. “E’ un mosaico invisibile”, si giustifica Lodato. “Ma siccome l’inchiesta non dovrebbe essere infinita, verrà giorno in cui l’intero mosaico sarà finalmente svelato”, conclude. Dal che si deduce che una speranza, per i lettori dell’Unità, c’è. Le notizie saranno scritte, ma quando il mistero sarà compiuto.
Loro possono non sapere
Giorno verrà, forse, anche per Giovanni Bianconi, del Corriere della Sera, incaricato di seguire molto da vicino i magistrati che da un anno a questa parte non perdono occasione per contestare sia il procuratore Pietro Grasso sia i colleghi che indagano su tutti i “puri e i ciuri” della procura.
Bianconi lavora a Milano, ma è come se vivesse a Palermo, addetto alle questioni delicate.
Per esempio, appena la polemica tra gli ex caselliani e Grasso si fa rovente, Felice Cavallaro, che è il corrispondente dalla Sicilia, viene accantonato ed entra in campo lui, Bianconi.
Ma sugli sviluppi dell’affare Ciuro, l’inviato ha preferito non inviare nulla: meglio una parola in meno che una parola in più.
Se non fosse stato per un articolino di Cavallaro, costretto a riprendere una notizia pubblicata dal Foglio, i lettori del Corriere sarebbero rimasti fermi all’arresto delle due talpe e del boss Michele Aiello.
E i puri, all’occhio del mondo, sarebbero rimasti tali.
Invece erano a dir poco distratti.
Ingroia, pm di Dell’Utri, non si era accorto, per esempio, che i muratori chiamati da Ciuro per ristrutturare la masseria del padre, facevano capo al boss della Sanità: ma è successo “quando ancora non si sapeva che Aiello fosse fortemente sospettato di essere un mafioso”, ha scritto ieri Lodato, firmando la giustificazione.
E Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini e Marco Travaglio e Attilio Bolzoni, trivelle inesorabili di ogni scantinato giudiziario, perché stavolta non sono qui a girare le loro lame su contiguità e zone grigie per dare ai lettori di Repubblica scoop all’altezza delle loro penne? Perché hanno deciso di relegare nelle pagine locali le cronachette di questa storiaccia?
Certo, quando il mistero si compirà, si avrà pure una risposta a queste domande. Ma una spiegazione si comincia a intravedere. La “Ciuro connection” rade al suolo molti miti costruiti dall’antimafia militante.
Ricordate Andreotti? Era mafioso perché non poteva non sapere che Salvo Lima, suo amico, era in realtà l’uomo dei boss. Ricordate Dell’Utri? E’ sotto accusa perché non poteva non sapere che Gaetano Cinà, suo amico, fosse un magnate di Cosa Nostra. Ingroia, invece, vive per nove anni nella stessa stanza con Ciuro ma può tranquillamente non sapere niente né di Ciuro né di Aiello.
Come Ciccio. E come tutti gli altri eroi dell’antimafia giornalistica. Anche loro possono, di tanto in tanto, non sapere le notizie. Che male c’è?
saluti




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