INTERVISTA AD ADEL SMITH: ECCO DOVE VUOLE ARRIVARE LA COMUNITA' ARABA
La "sentenza" degli islamici: il vostro Paese non è più cattolico
MONICA GENOVESE
Abdul Mamour, più noto come l'imam di Carmagnola da martedì sera si trova in Senegal con Barbara Aisha Farina e i quattro figli ma il suo allontanamento dal Paese fa ancora discutere molto, soprattutto in merito alla ipotetica pericolosità di questo personaggio che, se non lo è, fa di tutto per vantare apparenti legami con Al Qaida.
Altro personaggio di cui l'Italia parla in questo periodo è Adel Smith che, alle prese con la vicenda del crocefisso, concede l'intervista al nostro quotidiano.
Come cittadino italiano e come musulmano qual è la sua opinione sull'espulsione dell'imam?
«Diciamo subito che non lo considero affatto un imam e che quindi non lo si può definire tale. Chiamiamolo pure sedicente imam. A mio avviso, come cittadino italiano ritengo l'espulsione di questa persona un atto decisamente maldestro e stupido. Credo che se qualcuno sia ritenuto potenzialmente pericoloso, un fiancheggiatore di una potente organizzazione terroristica come in questo caso, dovrebbe essere controllato a vista costantemente e non allontanato dal Paese. E' più pericoloso il fatto che adesso si trovi all'estero libero di agire e senza freni e controlli da parte delle autorità. Non condivido la scelta del ministro Pisanu al cui posto avrei operato in modo da neutralizzare la pericolosità di questo sedicente imam. E' un provvedimento miope».
Per quale motivo non lo ritiene un imam, forse perché sprovvisto di moschea?
«Non solo. Un imam è una persona che ha compiuto studi in determinate scuole teologiche, che si è preparata a svolgere la funzione dell'imam, che conosce bene il Corano e le tradizioni profetiche. Ogni musulmano può guidare la preghiera diventando un imam ma nessuno si può improvvisare tale. Quello di Carmagnola non è un imam, si veste come tale solo per pubblicizzarsi, per apparire in televisione e sui giornali, in realtà una volta l'ho visto passeggiare per le vie di Torino indossando scarpe Nike ai piedi e un casco da baseball. La sua è solo apparenza, una facciata».
Ritiene che nel torinese abbia un suo ipotetico "sostituto" che ora potrebbe prendere il suo posto?
«Non credo affatto che abbia un seguito, credo piuttosto che lui faccia parte di qualche servizio segreto ma non musulmano. Se fosse effettivamente legato al mondo islamico estremista non gli converrebbe fare le dichiarazioni che tutti conosciamo, in quanto sarebbe, com'è, sempre sotto i riflettori a meno che non sia un demente».
Nell'intervista concessa al nostro quotidiano, Mamour l'ha definita un provocatore, come risponde?
«Non so che cosa significhi essere un provocatore, se sia una professione o se sia necessario frequentare una scuola per esserlo. Personalmente non lo faccio di mestiere e non sono andato a scuola per diventarlo. La sua è una critica gratuita, solo un'opinione. Inoltre, molti mi criticano in quanto mi ritengono un concorrente per loro perché sono cittadino italiano, cerco di far valere i miei diritti e rappresento la comunità islamica».
Pensa che Barbara Farina potrebbe tornare in Italia e farsi portavoce del marito, visto che si definisce una combattente sulla via di Allah?
«Non lo so, soprattutto perché non so cosa intenda per combattente. Tutti lo sono, musulmani e sacerdoti, nel senso che professano il loro credo e trovano forza in questo ma un musulmano sa che non può rendersi protagonista di violenze, di lotte senza dichiarare guerra, senza tradire la sua religione e il Paese che lo ospita».
Lei ritiene l'Italia un Paese cattolico?
«Non credo si possa dire proprio così, è sbagliato. L'Italia è una nazione multi-religiosa. Ci sono numerose persone che professano varie religioni, ci sono undici mila atei, non pochi e anche se tanti sono cattolici, il parere della maggioranza non deve incidere e non deve contribuire con arroganza sulle decisioni finali, in questo caso, esponendo il simbolo cattolico. Ci sono sedi più idonee dove farlo come le chiese, i cimiteri o le proprie abitazioni. Negli edifici pubblici dovrebbero essere esposti tutti i simboli o nessuno. Non ne faccio una questione di fastidio nel vedere un simbolo di una religione che non mi apparitene, è una questione di diritto e di diritti, di pari dignità. I miei figli davanti allo Stato sono trattati in modo diverso rispetto agli altri».
Per quale motivo ha deciso di intentare causa proprio ora e non in un altro momento?
«Inizialmente ho chiesto alle maestre di mio figlio di sei anni, l'unico che frequenta la scuola, di esporre un simbolo musulmano nell'aula della prima elementare. Le maestre hanno acconsentito e l'effigie è stata collocata sulla parete opposta a quella che ospita il crocefisso. In questo modo c'era equità tra persone e culto ma nel giro di ventiquattro ore quell'effigie è sparita. Il preside non ha accettato la mia richiesta. Se le cose fossero andate diversamente non avrei intentato causa. Un simbolo emana un messaggio che non tutti possono condividere, è per questo che ognuno dovrebbe esporlo nel proprio privato».
Suo figlio è a disagio nei confronti di questa situazione, è integrato nella scuola?
«Certo, il disagio è innegabile ma non è una questione di integrazione. L'integrazione non è una pretesa, e non deve esserlo, di assimilazione. Mio figlio è un bambino italiano che ha tanti amici coetanei ma la questione riguarda un fatto che dovrebbe essere privato e personale e che invece entra nelle istituzioni pubbliche. Se vado a casa di persone cattoliche nella cui abitazione c'è il crocefisso non pretendo, certamente che lo tolgano perché è un luogo privato, così come se la mia vicina di casa che indossa una catenina con la croce mi viene a far visita non mi aspetto che smetta di indossarla per me. Conosco i miei diritti e dichiaro le mie opinioni senza problemi, infatti le ho raccolte in un libro di prossima pubblicazione, che si aggiunge alla ventina di testi che ho già pubblicato. Il titolo è "Crocefisso?". Le mie dichiarazioni vengono spesso riportate dai giornali ed ho già espresso pareri in merito a questioni politiche, in questa occasione voglio far presente la mia solidarietà al ministro della Giustizia Castelli in disaccordo con il mandato di arresto europeo che consente a un magistrato di un paese della Comunità europea di usare la polizia di un altro paese per arrestare un ricercato».
«Il crocefisso? E' solo un simbolo che va esposto nei luoghi privati, non certo nelle strutture pubbliche»
[Data pubblicazione: 21/11/2003]