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Inadatto a guidare l’Italia e l’Europa, così
il settimanale inglese definì il premier
italiano per via della vicenda Sme
Confermata la Carlo’s version


Sir, ci rivolgiamo a lei che guida il settimanale così carico di storia che i londinesi gli hanno dedicato, lì a St. James’s Street, la stessa Economist Plaza in cui sorge da 160 anni la sede del giornale.
Esimio Bill Emmott, giorno è venuto di riprendere il dialogo che intrattenemmo con lei all’indomani della pubblicazione del suo “Dear mr. Berlusconi…”, il guanto di sfida a tutta
copertina lanciato al premier italiano all’inizio di agosto dopo oltre 200 articoli non proprio equanimi (“Burlesquoni”, “Napoleon- of-Italy”, “An Italian poster politics”, “Imbroglio”, “He’s the same old Italy” e così via).
E dopo averlo sancito, con altre due copertine, “Unfit to lead” l’Italia prima, l’Europa poi. Sfogliando la collezione del suo giornale, lei sa bene che non si trova l’equivalente neppure nel 1933, all’avvento al potere di Adolf Hitler.
Ma non è di storia, che si tratta qui. Né di contrapporre pregiudizio a pregiudizio, qui nessuno mai ha storpiato la sua gloriosa testata in “The Ecomunist”.

L’Oeffentlichkeit, il confronto razionale e critico sugli affari pubblici cui dovrebbe essere votata il meglio della stampa libera, si nutre di fatti.
E il fatto è che la sentenza del tribunale di Milano dà torto a lei, e ragione quanto scrivemmo all’indomani di quel suo “Answers, please”, perentoriamente rivolto a Berlusconi. lei, per coerenza ai valori di Walter Bagehot, dovrebbe ora ammetterlo.
Lo riconosca, se vuole che si compia la fatica di credere alla sua buona fede –che sempre può incorrere in malaugurati errori – invece che a un’ostinata avversione: sbugiardata anche dai giudici.
Ad agosto la sua lettera aperta al premier italiano rimandava a una versione aggiornata dei 100 mila caratteri di accusa rivoltigli prima delle elezioni del 2001, e ai 28 relativi quesiti, condensato di tutta la letteratura manipulitesca sulle origini supposte incerte del gruppo Berlusconi.
Ma l’“arringa storica”, per così dire, era confinata al sito Internet dell’Economist.
Nel fascicolo a stampa, le domande a Berlusconi vertevano tutte invece su un solo punto. Un punto su cui a suo giudizio, esimio direttore, Berlusconi aveva il torto conclamato di aver offerto al tribunale di Milano, il 5 maggio scorso, una versione “which doesn’t fit the facts” (che non corrisponde ai fatti) esposti dal suo settimanale.
Era la sola vendita della Sme, quella su cui puntava i suoi nuovi strali.
Era la ricostruzione di Berlusconi secondo cui nessuna corruzione giudiziaria era stata posta in essere nella vicenda, anzi si era concorso a evitare una svendita, quella contro cui l’Economist invitava i suoi lettori a esprimere e rafforzare il proprio sdegno.

L’arringa del 2001 e quella del 2003
Leggemmo bene. Il paragone tra l’arringa del 2001 e quella del 2003, nei passaggi dedicati dall’Economist al caso Sme, testimoniava singolarità sospette.
Due anni prima si ricordava che Carlo De Benedetti era stato a sua volta “briefly imprisoned” da Mani pulite. Si spiegava che la preintesa di vendita che aveva stipulato con Romano Prodi “was not ruling”, non fu riconosciuta come valido contratto da 15 diversi giudici che concorsero a tre gradi di giudizio civile, aditi da De Benedetti fino alla Cassazione.
Tutto questo nell’arringa del 2003 scompariva.
De Benedetti diventava un “maverick businessman”, le pronunzie avverse dei tribunali non venivano più citate, e tutta l’accusa a Berlusconi si fondava invece sul fatto che Prodi non avesse bisogno di alcuna autorizzazione alla vendita, che dunque la preintesa con De Benedetti era più che valida, e che infine solo a patto di corruzione si poteva immaginare che l’esito della vendita fosse stato diverso.
Quanto al perché Berlusconi avesse corrotto, era per ripagare l’onorevole Craxi della difesa delle sue televisioni.
Parola per parola, tre mesi fa a differenza di due anni prima l’Economist faceva sue le tesi esposte dall’avvocato Giandomenico Pisapia a nome della parte civile Cir.
Noi la chiamammo la “Carlo’s version”.
La Carlo’s numero due, anzi, visto che a Federico Rampini lo stesso De Benedetti l’aveva raccontata ben diversa, lamentando che Prodi non avesse informato Craxi, che “su questo aveva ragione”, dice De Benedetti nel 1999, e che pensava che “fosse stata pagata una tangente solo alla Dc”.

Ora però il tribunale di Milano ha sentenziato che sulla Sme corruzione non ci fu, e che la parte civile Cir aveva torto oggi come allora.
Esimio Emmot non le resta che una cosa da fare. Se ha un briciolo di quello scrupolo che ha invocato dagli altri per anni, se non vuole essere preso per un girotondino qualunque, lo ammetta.
E chieda chiaramente, inequivocabilmente, scusa.

Giuliano Ferrara su il Foglio

saluti