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Discussione: Caro pm....

  1. #21
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    In origine postato da antonio
    e neanche quello scritto dal dott. Giuffrida..tecnico Bankitalia gia' oggetto di minacce a mezzo stampa da parte de Il Giornale dei Famigli
    Ciuro, giusto per chiarezza, NON ha fatto indagini; ha fatto una relazione tecnica ed ha affiancato Guffrida (come da prassi) nel suo compito.

    Quello che ha fatto SEI anni dopo (vergognoso, se confermato), NIENTE ha a che fare con un processo del quale NON si può parlare (salvo quando fa comodo agli imputati).
    E dopo la Gasparri, l'assoluzione mediatica sarà assicurata.

  2. #22
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    Predefinito Il mezzo....

    ...pentito

    Palermo. “Picciotti, adagio: non c’è pentimento…”.
    Il cancelliere nega, l’avvocato frena, i magistrati non confermano e non smentiscono.
    Si sa. Ma l’ipotesi che il maresciallo Pippo Ciuro stia considerando seriamente la possibilità di aprire il cofanetto dei segreti comincia a trovare un numero sempre più grande di scommettitori. Soprattutto tra i suoi colleghi.
    Tra quei poliziotti della Dia o del Ros che, avendo lavorato per anni con i procuratori antimafia, sanno bene quali odori cogliere tra le parole dette e non dette da un imputato afflitto dalla crudeltà del carcere.
    Il maresciallo Ciuro, arrestato il 5 novembre scorso per complicità con la mafia passava le notizie riservate della procura a Michele Aiello, boss della Sanità – di frasi che odorano di pentitismo ne ha già pronunciate tante. Basti pensare alla risposta fornita ai magistrati che, cercando la supertalpa ancora nascosta in una qualche stanza del palazzo di giustizia, lo interrogavano sui rapporti tra Guido Lo Forte, ex pm del processo Andreotti, e il radiologo Aldo Carcione, parente e socio occulto di Aiello. “Erano fraternissimi amici”, ha risposto.
    E anche se Lo Forte ha diffuso una replica secca e irritata (“Non vedo Carcione dal 1966”) l’ex maresciallo non ha girato i tacchi. Anzi. Si è alzato sulle punte e ha cominciato a dedurre.
    E’ successo quando il gip gli ha chiesto espressamente, al di là dei rapporti tra Lo Forte e Carcione, se avesse un’idea della supertalpa.
    Lui poteva fare un nome, poteva dire: “Non so”.
    Ha scelto la terza via, quella della deduzione e ha spiegato che per conoscere determinate notizie bisogna essere “all’apice… Deve essere uno dentro l’ufficio… Uno che sa…”.

    La via delle “deduzioni logiche”
    Le “deduzioni logiche” accompagnano, ormai da una decina di anni, la storia del pentitismo. Masino Buscetta, per esempio, aveva dichiarato a Gian Carlo Caselli che Giulio Andreotti era sempre lì, pronto ad aggiustare in Cassazione tutti i processi dei boss.
    Ma quando l’avvocato Franco Coppi, in aula, gli ha chiesto di citarne almeno uno, ha risposto che la sua “era solo una deduzione”.
    Lo stesso ha fatto Salvatore Cancemi, pentito di seconda generazione. Il quale, volendo superare in azzardo persino Buscetta, aveva lasciato intendere che dietro le stragi del ’92 poteva esserci nientemeno che Silvio Berlusconi. Prove? Nessuna, “una mia deduzione logica”.
    E dopo Cancemi, ecco Nino Giuffrè. Appena i magistrati lo invitano a parlare di mafia e politica lui, che ha solo orecchiato qualcosa perché ha speso i suoi anni nelle campagne di Caccamo, tenta subito di accontentarli. “Se le signorie vostre me lo consentono potrei dedumere che…”.
    Uno dei pm sta per dargli spago ma il procuratore Pietro Grasso, presente all’interrogatorio, taglia corto e il “dedumere” di Giuffrè abortisce lì.
    Ciuro, però, le cose le sa. Eccome. Ha vissuto per dieci anni nel cuore della procura antimafia. Ha avuto un ruolo nell’inchiesta sull’ex ministro Calogero Mannino ed è stato, con il pm Antonio Ingroia, l’investigatore di punta nel processo contro Marcello Dell’Utri.
    Sa bene, dunque, come sono state raccolte le prove, come sono state trovate le testimonianze, come sono stati interrogati e verbalizzati i pentiti.
    Tutto regolare, per carità. E se ci fosse stata, mettiamo, una pur minima forzatura? Potrebbero i magistrati inquirenti dire che le parole di un pentito sono nient’altro che acqua sporca?
    Ma nel cofanetto di Ciuro non ci sono solo i piccoli e grandi segreti dell’antimafia militante. Ci sono anche quelli di Michele Aiello e della corte che gli girava attorno.
    Ciuro conosce personaggi, interpreti e parti in commedia. Parlerà? Finora ha detto tutto il male possibile solo di Antonio Borzacchelli, un ex maresciallo dei carabinieri arruolato da Totò Cuffaro nell’Udc ed eletto deputato regionale.
    Lo ha accusato di essere, anche lui, talpa e pagnottista: “Ci furono periodi in cui non aveva i soldi per mangiare e Aiello lo campava…”.
    Un pesce piccolo, Borzacchelli.
    Che non riesce nemmeno a spiegarsi il perché di tanto accanimento.
    Ma ricordate Buscetta? Per incastrare il boss Pippo Calò chiese di parlare per una intera udienza di Giannuzzo Lallicata.
    Un pesce piccolissimo. Che però gli stava sullo stomaco da una vita.

    saluti

  3. #23
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    "Antimafia militante"

  4. #24
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    In origine postato da antonio
    Pippo Calo'? quello che pgava Lino Jannuzzi perche' dicesse peste e corna di Falcone e dei pentiti?
    Jannuzzi; uno coerente.
    Falcone è morto, chi lo paga è un altro; ma lui continua a dire peste e corna contro i "militanti" dell'antimafia.

  5. #25
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    Palermo. Oublier Palerme? Macchè.
    Gian Carlo Caselli, da tre anni a Torino, non riesce a dimenticare né la procura palermitana né quelli che furono i suoi fedelissimi –da Antonio Ingroia a Guido Lo Forte – oggi così smarriti di fronte alle polemiche nate dall’affare Ciuro, il maresciallo della Dia arrestato per mafia.
    Dopo mesi d’inappuntabile distacco, il procuratore generale di Torino ha preso carta e penna e ha risposto per le rime a Marcello Dell’Utri, da otto anni sotto processo per complicità con la mafia. Formalmente una replica, niente di più. Ma nei fatti quelle otto righe, così fitte di sdegno, si sono trasformate nel suono di una campanella.
    Tanto che uno dei suoi ex sostituti – quel Domenico Gozzo che, in coppia con Ingroia, sostiene l’accusa contro Dell’Utri – si è subito intestata un’iniziativa che, se mai andasse in porto, avrebbe il merito di spiazzare non solo il senatore di Forza Italia, ma anche il procuratore Pietro Grasso.

    Il “tranello” dei pasticcini
    Andiamo con ordine. Dopo il 5 novembre – giorno in cui si scopre che Pippo Ciuro, braccio destro di Ingroia, era anche il più stretto collaboratore di Michele Aiello, boss della Sanità – Dell’Utri decide di buttare alle ortiche l’abitino del “bravo imputato” e comincia a muovere qualche obiezione a tutti i “puri e i ciuri” della procura. Scrive, per esempio, una lettera a Ingroia e lo invita a riconsiderare il proprio ruolo in un processo imbastito per intero da un investigatore infedele (un “traditore”, secondo la durissima definizione del procuratore Grasso).
    Non solo. Qualche giorno dopo, mentre Ingroia continua a ripetere che lui con l’imputato parla “solo in aula”, Dell’Utri racconta di essere stato attirato nel ’96 in un “tranello”.
    Caselli lo invita nel suo ufficio, gli dice grazie per essere venuto, gli offre pure i pasticcini, e poi gli chiede notizie sulla Fininvest, su Silvio Berlusconi e sulle sue amicizie palermitane, fino a Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore;
    Dell’Utri parla, usa anche il bagno che il procuratore gli mette gentilmente a disposizione, ma quando ricompare, zacchete, è già nei guai perché Caselli ha verbalizzato tutto.
    “Commisi un errore grandissimo che ovviamente adesso non rifarei”, sospira l’ex amministratore di Publitalia.
    “Potevo avvalermi della facoltà di non rispondere e non l’ho fatto”.
    Sarebbe cambiato il suo destino? Avrebbe mai evitato l’apertura di un’ inchiesta per mafia a carico suo e di un’altra a carico di Berlusconi?
    L’unica certezza è che il racconto ha mandato su tutte le furie Caselli.
    “Le parole usate da Dell’Utri, tranello e simili, sono sintomo di un rapporto tra politica e giustizia che si avvale di un linguaggio malato”, esordisce tagliente l’ex procuratore di Palermo.
    “Perché si cancella la verità per fare polemica gratuita nei confronti di chi semplicemente ha adempiuto ai suoi doveri istituzionali applicando la legge in maniera uguale per tutti”.
    Pur usando parole forti – “sono invenzioni propagandistiche e ingiuriose” – Caselli evita di entrare nel merito di ciò che accadde nella sua stanza in quel pomeriggio del 1996.
    Preferisce tenere la polemica sui principi generali perché, ribadendo quei principi, indirettamente difende anche Ingroia: “Le parole malate e in libertà”, scrive, “servono solo a fare confusione oltre a denigrare chi ha esercitato il controllo di legalità ricorrendone tutti i presupposti in fatto e in diritto”.

    Il giorno dopo entra in scena Gozzo. Il quale, pur avvertendo di “non avere nulla da aggiungere rispetto alle parole del procuratore Caselli”, affida al Giornale di Sicilia una lettera con la quale spiega che la questione aperta dal caso Ciuro – cioè l’eventuale incompatibilità di Ingroia a sostenere l’accusa nel processo – non è stata sollevata “nelle sedi deputate, le uniche in cui l’imputato o i suoi difensori potrebbero ottenere da chi è competente una risposta nei termini di legge”.
    Il messaggio è chiaro: se volete disfarvi di Ingroia, rivolgetevi ufficialmente al suo diretto superiore, cioè a Pietro Grasso. Proposta furba: perché Grasso e l’intero suo ufficio, a quel punto, non potrebbero che fare quadrato attorno a Ingroia e a tutti quelli che, dopo la scoperta della “Ciuro connection”, hanno un solo santo in paradiso.
    Lassù, a Torino.

    saluti

  6. #26
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    Che dici; "quello intelligente" cosa farà mentre scrive "ste cose", sta serio o ride....

  7. #27
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    Palermo. “Il cuore mi parlava…”. Margherita Pellerano, segretaria del procuratore aggiunto Guido Lo Forte, questa iscrizione nel registro degli indagati se l’aspettava.
    Per evitarla aveva fatto di tutto. Dopo l’arresto dei due marescialli arruolati dai boss Giuseppe Ciuro, della Dia, e Giorgio Riolo, del Ros – aveva anche chiesto di essere trasferita.
    Ma i magistrati che conducono l’inchiesta sulle talpe della procura hanno accertato che il suo ufficio – quello di Lo Forte, appunto – era un porto di mare dove attraccava comodamente chiunque cercasse notizie riservate.
    E hanno deciso di scandagliare i fondali con un avviso di garanzia
    “false dichiarazioni al pubblico ministero” sostanzialmente legato a un sospetto: che Margherita Pellerano, interrogata un mese fa come “persona informata dei fatti”, abbia detto, tra una verità e l’altra, anche qualche bugia.
    Ma per coprire chi o che cosa?
    I guai per l’ex assistente di Lo Forte cominciano il giorno in cui cerca al telefono Pippo Ciuro (l’uomo che sapeva tutto dell’antimafia: era da nove anni il braccio destro di Antonio Ingroia, pm del processo contro Marcello Dell’Utri) e gli chiede se telefonino di Totò Cuffaro, “è per caso sotto controllo”.
    Il maresciallo risponde che non gli risulta; tuttavia consiglia alla signora di contattare Cuffaro attraverso i canali ufficiali.
    Quando i magistrati le chiedono conto e ragione di quella telefonata, Margherita Pellerano racconta che il marito, dipendente regionale, era stato trasferito d’ufficio che lei voleva chiedere personalmente al presidente della Regione la revoca del provvedimento.
    La cosa sembra finire lì. Nel fattempo però irrompe nell’inchiesta giallo del “talpone” che aveva soffiato a Michele Aiello, boss della Sanità, una notizia sconosciuta persino a Ciuro e a Riolo, le sue talpe più antiche e più fidate: il numero del procedimento (12790/02) nel quale l’imprenditore risultava indagato per mafia. Ma dove cercare la supertalpa?

    Quei due “fraternissimi amici”
    I magistrati ai quali il procuratore Pietro Grasso ha affidato la delicatissima inchiesta puntano gli occhi su un radiologo, Aldo Carcione, parente e socio occulto di Aiello, che poche ore dopo l’arresto del boss e dei due marescialli, si era spontaneamente presentato in procura per dichiarare di essere amico di due procuratori aggiunti, Guido Lo Forte e Anna Maria Palma, ma di non avere mai avuto da loro alcuna notizia riservata.
    Voleva mettere le mani avanti? Gli uomini di Grasso non si fidano, anche perchè, dalle intercettazioni sul telefonino di Aiello, risulta che Carcione, parlando delle sue fonti in procura cita un “emerito professore agg…”. E cominciano a stringerlo per benino.
    Il radiologo prima nega, poi risponde (“millanterie: volevo tenere buono Aiello) poi si contraddice. E finisce in carcere. Dove il suo silenzio diventa totale: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.
    Ma uno sprazzo di luce sull’intera matassa arriva inaspettatamente da Ciuro. Il quale, con un linguaggio che ricorda da vicino quello dei pentiti, definisce Carcione e Lo Forte “fraternissimi amici”.
    L’ex pm del processo Andreotti, replica irritato e sbrigativo: “Non vedo Carcione dal 1966”.
    Ma nei verbali sottoscritti dall’ex maresciallo ci sono due domande e due risposte che portano dritto Margherita Pellerano.
    I magistrati chiedono a Ciuro: Carcione è andato da Lo Forte?
    “Non lo so, penso di sì. Ho riscontri indiretti…”.
    E non lo ha mai chiesto alla signora Pellerano con la quale lei era in ottimi rapporti? “No, cioè non lo escludo. Ma neanche posso dire un no fermo”.
    L’altro ieri, prima di riconsiderare la posizione dell’ex segretaria di Lo Forte, i magistrati sono tornati a interrogare Ciuro nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
    Il suo no, che già non era fermo, si è sciolto ulteriormente?
    E la presunta bugia della quale è ora formalmente accusata Margherita Pellerano riguarda questo o un altro dettaglio dell’inchiesta?

    saluti

  8. #28
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    In origine postato da antonio
    in effetti non si e' mai visto che un imputato, peraltro pregiudicato, si affidi al Giornale di Famiglia per esigere la rimozione del pm...
    Basta che l'imputato si rivolga al Parlamento per farsi fare leggi ad "uso e consumo"...

    Palermo, 15:17
    Mafia, giudici: tabulati non utilizzabili in processo Dell'Utri

    I giudici hanno applicato la legge sull'immunità parlamentare al processo per concorso in associazione mafiosa a carico del senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri. Non saranno dunque utilizzabili le conversazioni dei tabulati Telecom. (Red)

 

 
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