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Discussione: Scanzano, Italia

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    Predefinito Scanzano, Italia

    L'insorgenza in Lucania, per scansare da Scanzano il sito radioattivo, prosegue tra sfilate di moltitudini sdegnate. Sono così vere da sembrare finte, come al cinema: col primo cittadino di Scanzano, che assediato dall'accusa molto imbarazzante di aver saputo del sito già prima, concitato, sale su un camion, si discolpa, arringa la folla. Dichiara: «Mi batterò anche a costo del sacrificio della mia vita». Poco lontano, dei parroci annunciano processioni di statue di Madonne pellegrine, congratulati da alcuni no global e da un bracciante. E' l'Italia ovunque uguale a se stessa e che, dunque, si commuove molto più volentieri in difesa del suo particolare. Che al sindaco tocchi una parte più simile a quella di un film di Totò o al ministro Bossi la parte di Tino Scotti cambia poco: per indole tendiamo a badare anzitutto al particolare. In modi che peraltro parevano struggenti già ai tempi antichi. Tant'è che Cicerone ammise che neppure i Romani superavano «per il loro senso di attaccamento alla terra natale gli stessi Italici e i Latini».
    Profeta perfetto anche nel nostro caso, dopo più di duemila anni, perché i Latini di oggi si sdegnano anche loro, per l'insorgenza dei Lucani. A Cesano e a Osteria Nuova, nel Lazio, a migliaia, si dicono pronti a insorgere per evitare altri depositi radioattivi nel sito vicino a casa loro. Già sono tormentati dall'elettrosmog di Radio Vaticana. Dunque, non avranno vescovi in sfilata, ma promettono lo stesso ribellioni. I parlamentari piacentini poi lamentano che non si badi ai rifiuti radioattivi di Caorso. Ma la grande politica guarda a Scanzano; e l'opposizione con italico genio, nel senso di Cicerone, ne approfitta. Manda a Scanzano, per dispetto al governo, l'onorevole Castagnetti che agita le sue mani in gran sdegno, solidale con l'insorgenza. Tanto meno, del resto, resiste il forzista Micciché o il Sud berlusconiano. Riconferma che in Italia il particolare prevale comunque sul generale. Da noi i discorsi sono generali, i fatti particolari.
    La radioattività è un veleno creato però dalle terapie mediche o dall'elettricità di cui tutti abbiamo beneficiato. Ma tutti è nessuno, quando si tratta di mettere in sicurezza questi veleni. E' indubbio che produrre elettricità col nucleare non è stata una grande idea; e forse anche si potevano individuare altri siti più adatti non lucani, e s'individueranno. Ma anche altrove si ripeteranno gli stessi veti. Quasi che governare gli italiani sia prima che impossibile, inutile. E con che coerenza un certo ecologismo asseconda tutti i no? Per attaccamento alla propria terra, anche lui d'accordo. Ma l'esito di tutti questi veti in Italia alla fine, per logica, implica l'esportazione di questi veleni in qualche sito del Terzo Mondo. Ma non erano quello che facevano proprio le tante esecrate ecomafie e quanto nei raduni no global più s'avversa?
    Certo, i Romani antichi trattarono gli italici in modi oggi non ripetibili e, comunque, i romani non sono ora più quelli di una volta. Ma può lo Stato rinunciare al generale per il particolare? E i Lucani hanno certo molto da recriminare. Tra l'altro che gli altri italici non abbiano badato a un grande poeta come Albino Pierro. Ma rivendicare, come fanno certuni, il petrolio lucano alla Lucania è un gesto che, prima di essere fatto, andrebbe meditato. L'attaccamento di noi tutti alle nostre province è da millenni estetico, feroce, e struggente. Ma in anni come questi se non lo si armonizza a quello degli altri italiani è finita.

    Geminello Alvi
    Corriere della Sera
    25 11 03



    di GEMINELLO ALVI

  2. #2
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    Predefinito Viva la Basilicata

    Sul Corriere della Sera di martedì, Geminello Alvi si esercita in uno sport popolare, ai piani alti, come il golf e il polo: il tiro a segno sulle agitazioni popolari. Molto spiritoso e fitto di allusioni colte, l'articolo si può ridurre a un solo giudizio: in questo disgraziato paese, il "particolare" finisce sempre col prevalere sul "generale". Ovvero, la difesa che i lucani fanno del loro territorio contraddice superiori interessi, che riguardano l'intera collettività. E' vero altresì che Alvi riconosce che il nucleare non è stata, a suo tempo, una buona scelta [e, si potrebbe aggiungere, per fortuna un voto popolare l'ha messo fuorilegge, in Italia, se no chissà quante scorie dovremmo smaltire, considerato anche che noi non abbiamo ex colonie cui scaricare i nostri rifiuti, come fanno i francesi]; inoltre, l'editorialista del Corriere concede che, forse, Scanzano Jonico non è la migliore collocazione possibile, per il "deposito unico" [e ci mancherebbe: proprio il suo giornale, domenica, aveva rivelato quanto sbagliata sia la scelta, da parte del generale Jean, dal punto di vista sismico e idrogeologico].

    Ma queste circostanze non mutano il giudizio di fondo: da una parte c'è un corporativismo territoriale cieco, dall'altra la tutela dell'interesse generale [per quanto goffa e sbagliata]. Ed ha ragione, Alvi, le cose stanno proprio così. Senonché, noi propenderemmo per rovesciare il giudizio: il "particolare" va difeso perché è buono, il "generale" respinto perché cattivo. Ossia, il punto non è che si deve parteggiare per un territorio contro un altro, in un conflitto tutto orizzontale [questa è casomai la visione, chiamiamola così, della Lega nord]; il punto è piuttosto che tutti i "particolari", messi insieme, hanno ragione ad opporsi a un "generale" insopportabile.

    Il caso dell'energia è, dopo lo spettacolare black out di questa estate, abbastanza chiaro. Modi di produzione, di distribuzione e di consumo dell'energia vanno radicalmente cambiati, perché oggi è possibile produrre energia in modo pulito; distribuirla localmente, senza centralizzazioni disastrose per la democrazia e dispendiose dal punto di vista della distribuzione; risparmiarne almeno il 15 per cento con provvedimenti molto semplici e alla portata di qualunque comunità locale. Le scorie sono, oltre che il simbolo, l'ultimo e più sporco derivato di quell'altro modo di produrre energia, e farne uno scandalo può aiutare a imboccare la strada giusta.

    Ma, soprattutto, nella ribellione lucana, nei suoi modi di espressione, nella sua tenacia e nelle sue parole, c'è un meridione d'Italia che sta voltando pagina. Geminello Alvi converrà che tutte le promesse di "sviluppo", quelle che da un secolo e mezzo i meridionali si sentono fare, sono fallite. L'industrializzazione spontanea non c'è stata, quella indotta dagli investimenti pubblici nemmeno, la "flessibilizzazione" alla maniera del nord-est ha riguardato poche aree in vana concorrenza con la Cina e la Romania [dal punto di vista dell'indifferenza ambientale e del costo del lavoro]. In compenso, alcune coste sono state storpiate in modo forse irrimediabile [Taranto, Gela, Porto Vesme, per esempio] e il silenzio di ogni tipo di governo e di sinistra, sul futuro del sud, è imbarazzante.

    Così, qui e là nel Mezzogiorno, le comunità locali, le associazioni degli agricoltori, le mille forme dell'auto-aiuto, insomma una società non ancora desertificata, come nel nord, dal consumo, hanno cominciato a fare da sé. In Lucania, cercando di mettere in valore i loro beni storici [i Sassi di Matera], le loro qualità turistiche [la costa jonica o il Parco del Pollino], e soprattutto la loro terra. Attorno a quel che dovrebbe essere il "deposito unico" delle scorie fiorisce un'agricoltura di qualità, in cui il biologico si afferma sempre più, legata alla tradizione e perciò, come è noto, con più mercato.

    E' poco, ma è meglio di quel che non è stato. Soprattutto, non distrugge la società e il territorio, e dà mostra di poter creare un futuro senza emigrazione. E' questo che i cittadini lucani stanno difendendo: i loro blocchi stradali e ferroviari tengono fuori uno "sviluppo" da cui ormai sono caduti tutti i veli "progressisti". Proprio come accade a Messina e Villa San Giovanni, città, quest'ultima, dove il sindaco e la sua giunta, eletti perché sono contro la costruzione del Ponte, sono diventati bersaglio di bombe e intimidazioni della mafia, questa sì appassionata a un progresso fatto di grandi opere. Laggiù, a difendere il "generale", sono loro, i mafiosi.

    Pierluigi Sullo
    www.Carta.org

 

 

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