DAL NOSTRO INVIATO KACANIK (Kosovo) - Ci ha piantato la ...


DAL NOSTRO INVIATO
KACANIK (Kosovo) - Ci ha piantato la colza: «Cresce prima e si vende meglio». Le gelate venture non spaventano Qamil Berani, 42 anni, mani usurate d'un emigrato a Zurigo prima di tornare a questi campi di Kacanik. A impensierirlo non è che tempo fa: è il tempo che lo separa dal ritorno dei cercatori di fosse. Lui pianta solo roba che si raccolga in fretta. Perché da quattro anni gli ripetono che sotto la sua colza ci sono altri cadaveri, sepolti nel ’99. Tutti sanno: «Però nessuno viene mai a scavare». Ne trovarono alla pompa di benzina, nel pozzo della moschea, sulle montagne. Erano poche decine di corpi, però, non le centinaia che si pensava. Da allora tutti giurano che è impossibile, a Kacanik ce n'è altri. Basta cercare. Per esempio, sotto la colza di Qamil: «Io non ho mai trovato neanche un osso. Che vengano a controllare, purché dicano quando: ho famiglia, senza raccolto faccio la fame».
Le grandi fosse comuni del Kosovo sono un po' come le armi chimiche di Saddam: introvabili. Non che servano prove, della pulizia etnica: in pochi mesi, Milosevic massacrò duemila albanesi e ne provocò un esodo. Però gli stermini bosniaci tipo Srebrenica, denunciati da Clinton e dall'Europa, non sono mai stati dimostrati. E nessuno oggi ha troppa voglia d'indagare se è vero, come sosteneva l'Uck, che all'appello mancano almeno 9mila persone. «Sono state scoperte solo le piccole fosse, non quelle di massa - ammette Laurie Weisberg, commissario Onu per i profughi -. Il problema principale è la mancanza d'informazioni che ci mettano in grado d'identificare dove sono».
Do you remember Kosovo? Sono passati cinque anni da Racak, il massacro d'albanesi che finì per scatenare i bombardamenti Nato su Belgrado; ne sono passati tre, dalla cacciata del feroce Slobo. Eppure questa regione non è ancora nulla: non è più Serbia, non è ancora uno stato. Governa (male) l’Onu, una folla strapagata di ghanesi che organizzano i municipi o di pakistani che regolano il traffico. Un’amministrazione così chiacchierata da obbligare a istituire perfino una task-force d'investigatori sulla corruzione: è comandata da un finanziere italiano, ha già scoperto una dirigente delle poste (kosovara) che intascava decine di milioni di euro. Ci costa molto, stare in Kosovo: l'Ue ha speso 2 miliardi e 877 milioni di euro, il più grande investimento all'estero, senza contare i 18mila soldati Nato di 38 Paesi. I 2.800 militari italiani, sistemati nel campo superlusso di Peja, sono il contingente più grosso dopo quello americano. La nostra ambasciata a Belgrado ha aperto una legazione diplomatica nuova di zecca, guidata da Pasquale Salzano, mille metri quadri di palazzina e un enorme lavoro sui visti Schengen che altri (i tedeschi) rilasciano con fin troppa disinvoltura.
In Kosovo è l'Europa a pagare, ma è New York a comandare. S'è visto in giugno, quand'era pronta la nomina a governatore d'un italiano, Antonio Armellini, e invece è giunto il veto di Kofi Annan che ha imposto un ex premier finlandese, Henry Holkeri, entrato subito in collisione con Hashim Thaci, il guerriero-liberatore del '99 che nei giorni scorsi ha ricominciato ad agitare le piazze e lo spettro della Grande Albania, cortei per chiedere la cacciata dell'Onu.
Lo riconosce anche Rugova: c’è già una piccola Albania, qui. Il progetto multietnico è fallito. I serbi non tornano e se lo fanno, li ammazzano. Una trentina di morti negli ultimi sei mesi, bambini compresi. «Il nostro è un piccolo martirio che si consuma nell'indifferenza del mondo», enfatizza padre Sava, storica voce della comunità ortodossa. L'albanesizzazione è fatta di mille segni e l'unica cosa in cirillico che puoi ancora trovare, a Pristina, è l'edizione russa di Playboy . Le strade si chiamano via Madre Teresa, le statue sono dedicate all'eroe albanese Skanderbeg, le macellerie non vendono maiale, il logo della lotteria nazionale è l'aquila su fondo rosso, l'aula del Parlamento viene ristrutturata da Pacolli, l’ex marito di Anna Oxa. I partigiani dell'Uck hanno finto di disarmarsi, ma intanto è comparsa anche qui l'Ana, la falange albanese che mette bombe nella Serbia meridionale. Quando la polizia slovena ha arrestato un capo storico dell'Uck, Agim Ceku, braccio destro di Thaci ricercato per crimini vari, i commercianti di Pristina hanno rovesciato in strada tutti i prodotti importati da Lubiana.
Chi risolverà il cubo di Rubik kosovaro? L'11 settembre ha accelerato tutto. Impazienti di sterzare sull’Iraq, gli americani hanno fissato una data: indipendenza nel 2005. Gli interessi dell'America non sono quelli dell'Europa, però. Il Kosovo è uno stato-canaglia di droga, armi, nuovi schiavi. La strada Skopje-Pristina è una mappa del potere mafioso, ogni mezzo chilometro c'è un motel di ragazze moldave o una pompa di benzina: «Sono i soldi riciclati dal partito di Thaci - spiega un funzionario Onu -. Ma c'è anche gente di Rugova che s'arricchisce con questi affari. Qui non esiste un'economia e i soldi arrivano solo da due canali: quello che spendiamo noi delle missioni internazionali, quello che vendono loro alla mafia russa, italiana, turca». Gli affari interessano più delle fosse, in Kosovo. E la visita di Bloomberg, sindaco di New York, sui giornali ha più spazio di quella del segretario Nato. «Il nostro sogno è diventare un paradiso fiscale nel cuore d'Europa», ha le idee chiare Edi Limani, 36 anni, che fa soldi con le Mercedes taroccate in Albania. Mica per niente, lui come tutti, usa un cellulare col prefisso 00377: quello del Principato di Monaco.



dimostrazione chiara e lampante cosa fu effettivamente quella guerra umanitaria nel kossovo, nient'altro che una bugia mediatica