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Discussione: Alice e la...

  1. #1
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    Predefinito Alice e la...

    ...nuova storia in musica

    La storia….
    …dopo Alice

    Così dice Alice. Revisionisti in si bemolle.
    Dopo il delizioso articolo di Aldo Cazzullo che ha intervistato Francesco De Gregori facendosi raccontare dello zio partigiano ucciso dai partigiani e degli esami all’università fatti con Paolo Mieli, tanti sono i cantautori che si sono solleticati e hanno concesso interviste revisioniste a chicche e sia.
    “Nel ’76 un concerto finì in un processo proletario”, così dice Alice.
    “Mi imbarazzavano il rituale dei pugni chiusi e il canto di Bandiera Rossa”, così continua Alice.
    Tanti sono i cantautori che hanno abbracciato il revisionismo e, va da sé, il terzismo.
    Ha colto la palla al balzo da par suo Mariano Apicella che rivela a Carlo Rossella, direttore di Panorama, tutti i retroscena della sua poetica: “Ho fatto esami con Giovannino Russo, con Luciano Canfora e con Giggino Compagna. Ho visto fratete, matete e patete allontanati dal parcheggio di strada ‘e Toledo a causanza degli abusivi di piazza Plebiscito.
    Il più simpatico tra gli intellettuali è Dell’Utri, ma anche Previti ogni tanto è simpatico. Vuole che io canti al Cavaliere una canzone composta da lui. In parole e musica: Core Ingrato”.
    Ma il Cavaliere cos’è per lei? Chiede Rossella.
    Risposta dell’Alice-Apicella: “E’ maestro compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra”.

    Così dice Alice, e Lucio Dalla, intervistato da Maurizio Viroli della Stampa, ha accettato di prendere parte al dibattito sul revisionismo raccontando la versione definitiva di 4 marzo 1943: “Ho fatto gli esami con Nicola Matteucci, un seminario con Angelo Panebianco e il catechismo con il cardinal Biffi. Ho scritto 4 marzo 1943 per raccontare anche il delitto di San Giovanni in Persiceto dove un sindacalista cattolico viene ammazzato dai partigiani per essere celebrato dopo, fino a quest’anno, dal consiglio comunale della città, come vittima della furia fascista”.
    E’ questa un’altra storia che Alice non sa.
    Fiorella Mannoia, socia della cooperativa d’indignazione civile che fa riferimento a Sabina Guzzanti, intervistata da Mario Luzzato Fegiz sul Corriere della Sera rievoca le serate musicali partenopee e parte irpine con Ciriaco De Mita:
    “Una vergogna. Io cantavo e loro, invece che indignarsi, mi guardavano le gambe.
    Proprio a me che avevo dato esami con Ettore Paratore”.
    Tante storie Alice non sa.
    Franco Battiato, intervistato da Sebastiano Messina sulla Repubblica in occasione delle relazioni transioniche tra Giarre e Riposto, racconta: “Ho dato esami con Carmelo Ottaviano, studio i libri di Manlio Sgalambro e sono amico di Benito Paolone, di Enzo Bianco e di Turi Càchiti. Non ho memoria di guerra civile perché insomma, a Jonia, è tutto un centro di gravità permanente, però è buona la granita di mandorle, buono anche seltz, limone e sale”. Anche Roberto Vecchioni, intervistato da Maurizio Caverzan del Giornale, racconta la sua Alice: “Ho fatto esami con Nicola Abbagnano, sono stato compagno di corso di Stefano Zecchi e copiavo le versioni dai compiti di Giuseppe Conte.
    Sogno di fare una canzone ispirata a don Baget Bozzo ma i discografici si sono sempre opposti: temevano che mi precludessi un concerto all’Auditorium di Roma”.

    saluti

  2. #2
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    "Alice guarda i gatti
    e i gatti guardano Alice"
    [Francesco De Gregori]

    Saluti liberali

  3. #3
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    già
    ma su giovanna che è stata la migliore non ci sono dubbi
    anche se è un ricordo che vale mezzo centesimo di Euro

  4. #4
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    “Tra la vita e la morte avrei scelto l’America”, cantava Francesco De Gregori, ed era il 1976, era “Bufalo bill”, era appena finito il Vietnam.
    E poi cantava “Il cuoco di Salò”, era due anni fa e semplicemente “in una bella giornata di sole/ qui si fa l’Italia e si muore”.
    Uno che canta quel che pensa, uno onesto sempre (anche quando pensava malissimo di Craxi, e allora cantava: “E’ solo il capobanda, ma sembra un faraone, si atteggia a Mitterrand, ma è peggio di Nerone” però adesso dice anche: “Non mi piaceva la loro arroganza ma era pur sempre il partito di Nenni, Lombardi e Brodolini”).
    Onesto nell’intervista ad Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, dove ha improvvisato un assai poco banale revisionismo del cantautore, impegnato e di sinistra, lo stesso dell’“Italia che resiste”, e di “Bella ciao” con Giovanna Marini – infatti il suo “bella ciao” era quello delle mondine e non quello delle girotondine, e De Gregori ha raccontato a Cazzullo che negli anni Settanta leggeva Paese Sera e non l’Unità, e anche che lo imbarazzavano i cortei, il rituale, i pugni chiusi, Bandiera rossa.

    Adesso qualcos’altro lo imbarazza: “Quando ho suonato per una causa politica mi sono sempre pentito, perché alla fine ci si sente usati. Resiste un’attitudine togliattiana: l’artista viene percepito come l’utile idiota”.
    Dice: “Le canzoni non devono passare attraverso i filtri della politica”, però invece è ovvio che le sue canzoni politiche lo sono state spessissimo, perché se sei un cantautore e non fai politica allora o sei un po’ scemo e vai a Sanremo a cantare “Sono un italiano”, e nessuno ti prenderà mai sul serio, oppure sei un drogato.
    De Gregori invece è sempre stato quello un po’ antipatico ma intelligente, l’intellettuale con il cappello e la chitarra, e allora forse gli si perdonerà di avere letto Giampaolo Pansa, “Il sangue dei vinti”, e di averlo trovato “necessario”, di avere lodato Renzo De Felice e di provare anche “affettuosità” per il Duce, una specie di “eroe shakespeariano”.
    Di avere uno zio partigiano ucciso dai partigiani rossi e di avere detto: “Finora mi sono riconosciuto nelle posizioni della sinistra. Non escludo di farlo in quelle della destra”.
    Tranquilli, il cantautore impegnato è salvo, e l’ha già scritto, in una canzone di qualche anno fa: “Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”.

    saluti

  5. #5
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    Prendete uno come Claudio Bisio. Due terzi dei lettori già faranno bleah, invece Bisio è uno che sa il fatto suo, uno che faceva il Teatro dell’Elfo e vinceva l’Oscar con Salvatores prima che Muccino nascesse, che era pelato prima di Ronaldo, che faceva i picchi d’ascolto su Mediaset quando la Guzzanti già faceva flop su Raitre.
    Un professionista.
    Uno che sa stare al mondo e sa fare il suo mestiere.
    Tranne che uno come Bisio, un professionista come Bisio, ha la vocazione pedagogica.
    Infatti il suo cavallo di battaglia è “Monsieur Malaussène”, archetipo sfigato ma irriducibile della resistenza umana, alter ego di Daniel Pennac, uno che prima faceva appunto il professore, sfigato e irridicibile.
    E gli è rimasto il tarlo. Del pedagogo e dell’irriducibile.

    Prendete uno come Fabrizio De André. Due terzi dei lettori già faranno bleah, e senza dubbio il direttore, ma De André sapeva il fatto suo, traduceva Brassens quando nessuno parlava francese, Lee Masters quando nessuno sapeva l’inglese.
    Ha scritto la “Canzone dell’amore perduto”, ha fatto la world music quando Peter Gabriel aveva ancora i capelli.
    Aveva la faccia di Genova e una voce che sapeva di liquore.
    Ma poi, non siamo qui per farne una questione di gusti.

    Non solo canzoni, un pensiero da divulgare
    Siamo qui per dire che da quando Fabrizio De André non c’è più, uno come Claudio Bisio ha sentito un’urgenza vocazionale, una pulsione necessitante: quella di divulgare il pensiero del maestro. Il Maestro Cantore. Prima ha preso il lavoro si direbbe meno appetibile di De André (ma non è così, vedremo), “La buona Novella”, concept-album ispirato ai Vangeli apocrifi che nel 1969 fece fare bleah a quattro quinti del Movimento: ma come? ’sto borghesuccio si dà posa d’anarchico, e adesso che noi diamo la scalata al cielo lui parla di Giuseppe e Maria?
    Discepolo Bisio l’ha portato in teatro tre anni fa, canovaccio sceneggiato e ballate live, un po’ teatro canzone e un po’ ora di religione. Un successone.
    Gente a frotte, stampa oh che bello, solo se andate a sfruculiare qualche sito di puristi trovate chi gli dia di stronzo, a Bisio: che palle gli Apocrifi e poi canta proprio male, in confronto al divino Faber.
    Quest’anno Bisio ci ha riprovato mettendo mano a “Storia di un impiegato”, altro concept-album, il più politico, l’unico direttamente politico del cantautore.
    Lo spettacolo era già circolato la scorsa stagione come “Appunti di viaggio”, canovaccio da Michele Serra e Giorgio Teruzzi (non fate bleah, lui è un bravo corsivista sportivo di Mediaset).
    Ora la pièce è in trionfale tournée con titolo rivisto dal marketing e più sagacemente consumeroriented, “I bambini sono di sinistra”.
    A Milano, dove di solito c’è anche di meglio da fare che andare a teatro, ha fatto il tutto esaurito. Code al botteghino per sentire Bisio spiegare come va male il mondo, che abbiamo perso gli ideali e io ho cinquant’anni ma finalmente mi torna quella rabbia impotente, e che il frigorifero è troppo pieno e la tv una merda, ma i bambini quelli sì che non sono come noi.
    Proprio come l’impiegato di De André, che sente la “Canzone del Maggio” cinque anni dopo e si accorge di essersi perso la rivoluzione, vuole recuperare ma la rivoluzione non c’è già più, c’è solo la strada anarchica e perduta del bombarolo.
    “Per l’odio potrei farcela da solo/ illuminando al tritolo/ chi ha la faccia ma mostra solo il viso sempre gradevole”.
    Che effetto fa risentirle in questi giorni, quelle canzoni?
    Non siamo qui per rispondere, ma qualcuno invece potrebbe farlo. In fondo, come dice la Guzzanti, siamo o non siamo il paese in cui “se vuoi capire cos’è successo in Italia devi vedere uno spettacolo di Dario Fo; per capire qualcosa sulle stragi, i processi, devi vedere Paolini; per sapere cosa c’è scritto sulla Costituzione devi vedere Paolo Rossi”?. Va da sé che per capire qualcosa della vita non resta che ascoltare lui, il Maestro Cantore.
    Teatro pedagogico, appunto.
    Per la regia di Giorgio Gallione, anima dell’Archivolto di Genova, regista anche dello spettacolo di Luttazzi, quello di Andreotti e Moro.
    Non è solo teatro e neanche solo effetto postumo. Quella per Fabrizio De André è diventata nel giro di tre anni una vera devozione. La trasfigurazione di un artista carismatico quanto volete, ma anche quantomai schivo, in un punto di riferimento morale e ideologico. La pubblica ostensione, la lectio divina officiata da Bisio è solo la cima dell’iceberg.
    Cima affollata come le Tofane a ferragosto, del resto, se è vero che pure David Riondino, il professorino, si sta cimentando cimentando con la messa in scena della “Buona Novella”. Gesummaria.
    Le forme devozionali trascendono palco e politica, sono fenomeno popolare: il doppio tribute-album del concerto di addio svoltosi al Carlo Felice di Genova, “Faber. Amico fragile”, è uscito poche settimane fa e ha subito scalato la hit parade. Nonostante non sia cosa da puristi, ci cantano pure Celentano e Ligabue.
    Culto mediatico: può succedere che un giorno qualsiasi di novembre un quotidiano come la Stampa dedichi una pagina intera ai restauri di Via del Campo a Genova, “la strada di De André”, neanche fosse il restauro della Fenice.
    Culto corale: su viadelcampo.com, un sito di fan agguerrito come una Treccani, alla voce “cover band” sono censiti una ventina
    di gruppi che vanno in giro per l’Italia a cantare le canzoni di “Fabrizio”. Si fanno chiamare Mercanti di liquore o Princesa,
    Anime salve o La cattiva strada.
    Culto istituzionale: tra dicembre e gennaio Firenze dedicherà
    addirittura “un mese di iniziative” al venticinquesimo
    anniversario dello “storico concerto” che De André tenne con la Pfm il 13 gennaio 1979 al Teatro Tenda.
    Manco fosse la prima dell’Aida.
    Ma per trovare il substrato ideologico del fenomeno bisogna tuffarsi alla base dell’iceberg. Passando magari per i tanti libri, davvero tanti a pensarci, che escono a ripetizione, dedicati non solo alla vita o all’arte, ma soprattutto “al pensiero” e “all’insegnamento” di De André. Bastano i titoli. Qualche mese fa il buon Pablo Echaurren ha popolato dei suoi coloratissimi coloratissimi disegni un librino pacifista e poetico, “Girotondo”, nient’altro che il testo di una filastrocca antica di De André, (“se verrà la guerra marcondirondero/ se verrà la guerra chi ci salverà”?). Enrico Grassani ha scritto “Anche se voi vi credete assolti. Attualità del messaggio politico sociale di De André”. Poi le raccolte di saggi di varia foggia ed elaborazione: “Accordi eretici”, “De André il corsaro”. Fino al coté religioso indagato da Paolo Ghezzi in un libro appena sfornato dall’editrice cattolica Ancora:
    “Il vangelo secondo De André”. Sottotitolo: “Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”.
    Verrebbe da dire che la Weltanschauung di De André è l’ultimo cemento ideale restato alla sinistra, l’unico capace di tenere insieme, sul filo di poesia e utopia, le sue anime più perse che salve. Sotto la forma poetica levigata, nella voce sofferta, nell’atteggiamento ritroso del cantautore ciò che piace, che conta, è in realtà la vena anarchica, illegalista, no global ante litteram, i pastori sardi e i pellerossa, gli “addetti alla nostalgia”. E poi quel sarcasmo duro, la “scimmia del Quarto Reich”, che piace alla sinistra irriducibile, quella che oggi medita o dovrebbe meditare sull’attualità della scelta dell’Impiegato. E sarebbe bello capire se almeno la colgono, l’ironia che pure c’era nel disco del Faber.
    Poi c’è la compassione per gli ultimi, ché tutti morimmo a stento, la cifra delle cifre di De André. Quella che apre la strada alla dimensione religiosa, alla Buona Novella. E sarebbe giudizio corto liquidarla come un birignao cattocomunista, quando De André stesso si era ritagliato un concetto a metà, qualcosa di meno e qualcosa di più, un “francescanesimo a puntate”, e quasi un’eco di Jacopone (“figlio povero figlio/ eri bianco e vermiglio”). Sia quel che sia, è comunque l’aspetto che fa di De André il cielo degli eletti in cui le anime della sinistra e quelle cattoliche si possono incontrare. Rapporto che non nasce oggi, del resto, quello tra la Chiesa e il cantautore schivo che “sprigiona come un odore di chitarre e di antichi crocifissi”, come scriveva nel 1968 Sorrisi&Canzoni (si scriveva così, una volta, su Sorrisi&Canzoni), se è vero che Radio Vaticana, già allora meno clericale della Rai, mise on air “Preghiera in gennaio”, quella scritta per Tenco, prima che ne avesse il coraggio il servizio pubblico.

    “Poi ci mandarono a cagare”
    Così va che tra un “Sogno di Maria” e un omaggio a “Renato Curcio il carbonaro” (roba di quattordici anni fa, è vero, ma che effetto fa ricantarla oggi?) la sinistra fragile si aggrappa al caro estinto, indubitabilmente più vivo di molti profeti “che mai non fur vivi”. Faber ha l’autorità postuma che non ha mai avuto, per quanti sforzi faccia, un De Gregori, ideologicamente opaco quanto la sua voce. Proprio no, se poi si mette a criticare la veltroniana Sabina, se con quel po’ po’ di regime che c’è in giro dice che il prossimo album “non so se sarà ispirato alla situazione che stiamo vivendo, per la verità il momento attuale più che ispirarmi mi terrorizza, sarebbe persino cinico che tutto questo possa diventare una canzone”. Un’autorità che non ha, non l’ha mai cercata, un Guccini, troppo montanaro e carnoso. O uno come Fossati, tanto bravo da sembrare sempre lontano.
    Non resta che Faber, l’anarchico fragile, il santo, il maestro di una sinistra che ha molto da pensare. E chissà se ci hanno mai pensato, che a codesto ruolo da Maestro Cantore De André ci avrebbe creduto poco, anzi niente. E magari aveva in mente pure loro, il pubblico festante dei catecumeni, quando con l’insofferenza del vecchio lupo che era sfornò versi di sarcasmo micidiale: “Gli ultimi viandanti ci guardarono cantare/ per una mezz’oretta/ Poi ci mandarono a cagare”.

    Maurizio Crippa

    saluti

 

 

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