dal Secolo d’Italia del 3 dicembre 2003

Identità: difendiamola cominciando dal lavoro

STEFANO CETICA

Il mio interesse è nel futuro, perché è lì che ho intenzione di spendere il resto della mia vita», ha scritto Charles F. Kettering, ed è questa la chiave che vorrei usare per “ragionare” sulle affermazioni che Gianfranco Fini ha fatto in Israele sull’eredità storica del fascismo.
Non penso, infatti, valga la pena di addentrarsi troppo nell’esegesi di un discorso che sicuramente risentiva dell’emozione suscitata dal luogo e dall’incalzante curiosità della stampa internazionale che ha cercato di indagare la “coscienza politica” del leader di An sin nei più reconditi meandri, nella speranza che una frase dal sen fuggita potesse dimostrare la strumentalità dei sentimenti di sincero distacco e di orrore per la Shoah che il vicepresidente del Consiglio andava manifestando.
Mi sembra, peraltro, che l’unico testo ufficiale in circolazione sul pensiero di Fini – quello diffuso in Italia e pubblicato sul Secolo del 28 novembre scorso – sia piuttosto lontano dalle condanne senza appello e dai presunti insulti ai Reduci della Repubblica Sociale che gli sono stati attribuiti, mettendo insieme pezzi di frasi che cambiavano il senso del ragionamento.
Valga per tutte il riferimento al fascismo considerato come “male assoluto” che non è stato mai fatto, almeno in questi termini, ma che è stato “confezionato” recuperando una citazione relativa allo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento.
Quello che è più interessante, come dicevo all’inizio, è, invece, capire dove Gianfranco Fini vuole condurre Alleanza nazionale e come intende spendere – nel presente e nel futuro – la complessa e ampia eredità sociale che ha trovato nel Msi e che ha trasferito, tutta intera, in An.
E’ chiaro, infatti, che Fini sta tentando di superare i confini della “Destra nazionale” provando a inserire il partito in quel contesto europeo che lui vede come scenario, possibile e obbligato, di un movimento che abbia “durature” ambizioni di governo non solo “domestiche”.
Ma pur ammettendo che per qualcuno, in politica, “il fine giustifica i mezzi”, è bene che ci si interroghi e si abbiano le idee chiare sul “fine”, cioè su quale deve essere il posizionamento di un partito di destra che spende le proprie idee, la propria storia (che non nasce certo a Fiuggi) e le energie della propria classe dirigente, nel millennio della globalizzazione.
Colpisce, in questo senso, l’immediato “allineamento” della stampa italiana – con tanto di stupefacente (cioè, “atto a stupire”) sondaggio del solito Mannheimer – che ha immediatamente sposato la teoria dello “strappo” attribuendo al leader di An una buona fede troppo spesso ingiustamente negata in altre circostanze. E’ stato un coro di elogi, di lodi alla coerenza, di encomi al coraggio per quello “strappo” che, secondo Angelo Panebianco (Il Corriere della Sera, 29.11.03), “non conclude un processo ma lo apre”.
Per andare dove?
Proprio Panebianco formula l’ipotesi più attendibile, tra i commentatori, sul percorso futuro di An, dicendo che “Il vero rischio è il nichilismo: un partito che ha avuto una identità ideologica forte può ritrovarsi alla fine senza identità, senza credere più in nulla. Non sembra molto plausibile l’idea che quella identità possa esser sostituita da una specie di gollismo all’italiana. Che ci si fa con il gollismo all’italiana, ad esempio, quando l’intento, come nel caso di Fini, non è quello di contrastare l’integrazione europea ma di favorirla? Molto meglio sarebbe imprimere una più decisa svolta in senso liberalconservatore (per esempio farla finita con lo statalismo economico e sociale, che è la vera, e più importante, eredità missina tuttora presente in An) e puntare alla fusione fra Forza Italia e An”.
Per la verità, quello “statalismo economico e sociale” che, a ben vedere, poteva essere non solo la buona eredità da rivendicare, ma anche la strada da seguire una volta giunti al governo del Paese, non mi sembra possa essere considerato la “cifra” di questa prima parte della legislatura. Il “se non ora quando” che Fini ha pronunciato a Gerusalemme dovrebbe valere anche al momento di inserire nell’agenda parlamentare la proposta di legge sulla “partecipazione”, così come espressioni quali “borsa del lavoro” o “somministrazione del lavoro”, presenti nella cosiddetta Legge Biagi, non dovrebbero avere diritto di cittadinanza per chi afferma la centralità dell’Uomo rispetto all’economia e riconosce al lavoro, oltre al ruolo sociale, anche la funzione di realizzare l’Uomo.
Questi valori che promanano dalla dottrina sociale della Chiesa ma sono presenti nel Dna del nostro popolo da almeno mille anni, non appartengono alle cose su cui si può e si deve fare dei distinguo (peraltro già abbondantemente fatti da tutti coloro che hanno guidato il partito, sin dalla sua fondazione), ma sono e devono restare un patrimonio ed un carattere fondante della destra politica italiana.
Questi valori hanno avuto e vissuto una particolare esaltazione ed elaborazione durante il fascismo che non può essere cancellata, rimossa e, soprattutto, ignorata da chi, assumendo il carattere “nazionale” del proprio movimento, vuole e deve rivendicare tutta intera la storia, la tradizione, la cultura, l’identità di un popolo.
Leggendo un libro del corso di laurea in Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma, mi sono imbattuto in un capitolo dove era trattato – per l’esame di “Storia della Psicologia del lavoro in Italia” - il tema della psicotecnica, scienza il cui studio ebbe particolare rilevanza durante il fascismo per l’attività di importanti studiosi tra i quali Padre Agostino Gemelli. A quel tempo e in quel contesto (non dimentichiamo mai, infatti, che siamo nella prima metà del secolo scorso, a ridosso di una crisi economica mondiale e alle soglie della secondo conflitto) si studiava la capacità e la resistenza dell’uomo ai nuovi lavori cui era adibito, valutando la capacità di adattamento delle macchine all’uomo e non, come accade oggi, viceversa.
Questa impostazione e questi studi nascevano, secondo gli autori del libro, dall’orientamento che la Carta del Lavoro del 1927 aveva dato al sistema economico e politico, un orientamento di rispetto assoluto della dignità del lavoratore. La stessa Carta del Lavoro, come si ricorderà, costituisce la “premessa” al Codice Civile del ’42 permeando tutta la legislazione in senso sociale.
Tanto per capirci meglio e fare un esempio concreto e attuale, è soltanto grazie all’art. 2087 del codice civile del 1942 (che prevede che “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”) che i lavoratori colpiti da “mobbing” (cioè da persecuzione sul luogo di lavoro) possono ottenere giustizia davanti ad un magistrato.
Nei sessantuno anni successivi, infatti, non c’è stata una sola legge che è riuscita ad individuare meglio e a perseguire questo reato che sta diventando ormai una piaga nel mondo del lavoro. Bene, in tutto il capitolo del libro che ho citato, non c’è una sola riga in cui i docenti che lo hanno scritto sentono il bisogno di puntualizzare le responsabilità del fascismo in altri campi o lo stimolo a denunciare gli sbagli, che pure ci furono, nel ventennio.
E’ chiaro, allora, che il pregevole lavoro di tanti studiosi sul governo di Mussolini, a partire da De Felice, e, aggiungerei, dalla mai abbastanza lodata attività di quelle piccole ed eroiche case editrici che per cinquant’anni hanno continuato a pubblicare libri sul fascismo (senza aspettare che Pansa mettesse in prosa anni di studi e di ricerche di uomini come Tripodi o Pisanò), ha già provveduto a consegnare alla storia il giudizio sul fascismo “regime”, aprendo lo spazio per un diritto di cittadinanza, ormai incancellabile, ad una destra sociale che vuole rivendicare, anche in termini di continuità, l’impegno in difesa del lavoro.
Qualcuno, anzi, uno che sulla storia del Msi e di An ha scritto molto come Piero Ignazi, ha detto che “i lunghi soggiorni all’estero” come rappresentante del governo italiano nella Convenzione per la costituzione europea, hanno probabilmente avuto una influenza sulla posizione assunta da Fini in Israele, e questo viaggio, indubbiamente, ha influito in tutti i sensi sulla “svolta” del leader di An.
La metafora del viaggio è presente in molti scrittori, da Pascal a Nietzsche, da Hegel a Schopenhauer, come iniziazione alla vita, come crescita, allontanamento, costruzione della propria identità.
Agostino di Ippona ha scritto: “Le persone viaggiano per stupirsi dell’altezza delle montagne, della potenza delle onde del mare, della lunghezza dei corsi dei fiumi, della vastità dell’oceano, del movimento delle stelle. E passano accanto a se stessi senza meravigliarsi”.
Quel “se stessi”, ovviamente, non può essere riferito a Gianfranco Fini, ma al valore ed all’attualità di un messaggio che costituisce ancora un modello per una destra che vuole coniugare i valori sociali con quelli dell’economia di mercato, avendo come riferimento e fine il progresso ed il benessere della propria Comunità nazionale.