di Nando Dalla Chiesa


Ma perché Di Pietro no? Perché respingere l'Italia dei Valori fuori dai confini (della lista unitaria per l'Europa), quasi fosse una flottiglia di immigrati indesiderabili? Più passano i giorni e più questa domanda rischia di diventare uno dei nuovi misteri gloriosi del centrosinistra italiano.

Più si gira per il paese e più si sente rimbalzare questo interrogativo accalorato nelle riunioni, nelle assemblee, negli incontri di movimento e di partito.

Già: perché Di Pietro no? La spiegazione dell'ostracismo in teoria c'è. Lapidaria. Ferrea. Invalicabile. Semplice come per un bambino capriccioso: perché lo Sdi non vuole. Il fatto è però che questa spiegazione - stando a quel che si vede negli incontri - non riesce a essere per nulla persuasiva. Non solo. Finisce pure per rovesciare sulla lista unitaria, sul suo significato, sulla sua immagine, una ipoteca maligna. Che sarebbe interesse di tutti smontare nel più breve tempo possibile.

Ma andiamo con ordine. Il veto dello Sdi, bisogna dirlo, appare a tutti un atto prepolitico, frutto di una ruggine privata che il popolo dell'Ulivo non è più disposto a consentire a nessuno di elevare a ragione collettiva. Proprio a nessuno, nemmeno a chi ha molto più potere e voti dello Sdi. Se Prodi lancia l'idea di una lista unitaria dell'Ulivo per le elezioni europee, e Di Pietro, che è fuori dall'Ulivo, dichiara la sua adesione al progetto, non è forse questo - così ragionano gli elettori - un segno del tutto positivo? Un segno incoraggiante sulla strada di una sempre più ampia unità nel centrosinistra? E perché mai dopo avere visto i guasti devastanti prodotti dalle divisioni, dopo avere sperimentato (in Italia e perfino nel mondo) a che cosa portano i rancori o le rivalità addobbate di ideologia, dovremmo ricadere nella cultura dei recinti, dei dispetti, degli orgogli infranti? In effetti, una volta che si scelga coraggiosamente di abbandonare il principio, tipico del proporzionale, secondo cui "divisi si prende di più", non si capisce perché non andare fino in fondo e realizzare la coalizione più estesa possibile.

Il veto, il veto. Lì si torna nei dibattiti. E giustamente su di esso ci si interroga. Talora con foga. Intendiamoci. Lo Sdi ha molti meriti politici. Tutti dobbiamo essere grati a questo partito, ai suoi dirigenti, ai suoi militanti (che non sono solo sulla carta) per avere tenuto una parte del mondo socialista - la più qualificata, tra l'altro - sul versante del centrosinistra. Chi ha seguito con attenzione la vicenda politica sa anche quanto questa scelta strategica sia costata in energie, rinunce e perfino in legami di amicizia. E tuttavia la gratitudine per questo partito, il significato che si riconosce alla sua presenza nell'Ulivo (che va ben al di là dei numeri), non possono essere la premessa per abdicare alle proprie responsabilità; la premessa per negare la precedenza assoluta all' interesse generale.

Tanto più che (vogliamo parlarne finalmente?) nemmeno le ragioni del "rancore di partito" appaiono davvero e storicamente fondate. Perché se è vero che si va sempre più diffondendo l'abitudine di riscrivere la storia secondo gli estri e i bisogni inventivi del momento, va pure ricordato che a Milano il crollo elettorale del Psi alle elezioni dell'aprile '92 non fu dovuto a Di Pietro e ai suoi colleghi (come oggi convenzionalmente si ripete) ma agli elettori in carne e ossa. Salvo il caso di Mario Chiesa, infatti, nessun esponente di spicco socialista era stato ancora raggiunto da avvisi di garanzia quando si andò alle urne. Anzi, negli ambienti più intransigenti la procura di Milano venne accusata di avere atteso le elezioni prima di fare scattare i provvedimenti a carico degli esponenti cittadini del Psi per non incidere sull'esito del voto.

Si mormorò insomma che i magistrati avessero quasi riservato un'attenzione indebita alle ragioni elettorali del partito. Calunnie, certo. Fatto sta che furono i cittadini, per i fatti loro, con il loro libero voto, a provocare il crollo dei consensi. Può non piacere, fa male pensarlo, ma fu così. Dunque, non Di Pietro alle origini del declino. E nemmeno Di Pietro colpevole di avere dolosamente perseguito reati inesistenti visto che un bel po' di reati (e non sempre i minori) commessi dalla classe politica dell'epoca furono poi certificati in modo definitivo dalla giustizia italiana.

E allora? Di Pietro alieno, estraneo per cultura e temperamento ai filoni vecchi e nuovi del riformismo? Sì, questo è vero. Di Pietro non è un portatore di cultura riformista. Non lo è almeno nella accezione più diffusa del termine. Propone un suo impasto culturale, nel quale si riflette una piccola ma significativa porzione dei cittadini italiani, a quanto pare l'equivalente dei consensi elettorali di verdi e comunisti italiani insieme, a quanto pare il doppio o il triplo dei consensi dei socialisti italiani. Un impasto di legalitarismo, di buon senso, di antipolitica. Più compatibile con la sinistra che con la destra, almeno nell'Italia di Berlusconi. E che però c'è, e va inserito (e aspira a inserirsi) in un progetto riformista coerente come quello di Prodi per l'Europa. Non organico alla cultura dell'Ulivo, ma nemmeno alieno. Tanto che lo stesso Di Pietro fece parte del governo Prodi in un ruolo non marginale.

E allora? E allora quel veto sembra affondare in una combinazione inestricabile di storia e psicologia, perfino (sia detto senza offesa) in dimensioni psicanalitiche. Così come vi affondava dopo il '96 il rifiuto tenace dei socialisti di entrare nell'Ulivo, egemonizzato dai Ds e imbottito di giustizialismo; o -successivamente- l'astio verso i movimenti del 2002, fatti uguali per decreto alle fiaccolate un po' qualunquiste di dieci anni prima. Quel groviglio di storia e psicologia va affrontato con il massimo di rispetto, nell'interesse di tutto il centrosinistra.

Ma, altrettanto nell'interesse di tutto il centrosinistra, esso non può bloccare ciò che è nella coscienza del popolo dell'Ulivo e che si sta facendo strada a passi sempre più decisi. E in fondo: non è la richiesta di adesione di Di Pietro alla lista unitaria la più grande e rumorosa delle autocritiche, l' abiura più netta e più rotonda rispetto a una scelta di separatezza, di orgogliso isolamento? L'abiura di un isolamento che prese le mosse proprio dal rifiuto di riconoscersi nel governo di Giuliano Amato, indicato come il simbolo più eminente (e insopportabilmente ambiguo) dell'esperienza craxiana-socialista? Non si pretende dai socialisti di far propria la parabola evangelica del figliol prodigo.

Ma alla loro intelligenza politica si può chiedere di sapere valorizzare una propria vittoria? E di farlo nell'interesse di tutti, guadagnandosi così sul campo un'ulteriore ragione di riconoscenza?
Il veto, infatti, oltre a essere privo di senso politico, rischia anche di danneggiare irreversibilmente l'immagine e il senso della grande, storica scelta che si è compiuta pochi giorni fa in contemporanea a Bologna, Roma e Napoli. Bisogna ricordarlo? C'è stato chi, davanti alla proposta unitaria di Prodi, per calcolo elettorale e puro istinto di sopravvivenza ha risposto di no nel giro di un minuto. Comprensibile. Meno comprensibile però è che poi venga rovesciata sui tre partiti che hanno risposto positivamente a quell'appello l'accusa di volere -essi- dividere, soprattutto quando, al loro interno e tra di loro, la scelta dell'unità è stata gravida di discussioni, di sofferenze vere, di contraddizioni trasparenti.

E tuttavia, se il "no, tu no" risposto a Di Pietro continuerà a riecheggiare con la forza di un boato, quell'accusa di volere tracciare fossati nella sinistra apparirà credibile. E paradossalmente una scelta unitaria porterà sulla sua pelle il marchio della divisione. Paradossalmente, ancora, una scelta unitaria sarà l' alibi perfetto per chi preferisce difendere i suoi piccoli numeri. Paradossalmente, infine, una scelta unitaria darà testimonianza di un costume politico che, appena può, antepone gli interessi o gli umori di partito all'Italia dell'Ulivo e dei suoi elettori.

Nando Dalla Chiesa

B.