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Roma. Al Consiglio atlantico di Bruxelles, Donald Rumsfeld ha portato l’esplicita diffidenza americana verso l’iniziativa di eurodifesa annunciata a Napoli.
Condita però dall’impegno assunto con il presidente Bush di lasciare a Colin Powell, giovedì, il confronto più duro coi ministri degli Esteri dei paesi dell’Alleanza.
Sin dal suo arrivo domenicale Rumsfeld ha così alternato battute distensive – “sono certo che i paesi membri non vareranno iniziative se non Nato-friendly” – ad altre più ruminose – “non ci è chiaro su che cosa Francia, Germania, Belgio e Gran Bretagna si stiano accordando”.
In realtà, coi britannici il filo diretto è stato continuo, Powell si è fatto vivo con Jack Straw anche mentre il summit flegreo era in corso, e gli alti gradi militari americani hanno fatto lo stesso coi loro corrispettivi inglesi.
Tony Blair l’aveva già spiegato a George Bush a Londra, la scorsa settimana.
Un’attenta valutazione degli equilibri europei e il desiderio di giocare un’influenza sugli sviluppi continentali lo ha convinto che solo portando avanti la trattativa con Parigi sull’eurodifesa e aprendo alla “cooperazione rafforzata” a tre coi tedeschi, Londra si assicura il bastone di comando europeo.
Non più e non tanto di un’Europa di Maastricht vulnerata a morte, o di un’Europa di Francoforte dei banchieri centrali .
E’ lo strumento militare, quello sul quale mettersi in gioco.
La scelta è tra la rottura con gli Usa, seguendo la posizione francese, o una difficile “autonomia integrata”, secondo la formula che usa Robert Cooper, il diplomatico ex guru blairista nella politica estera fino a due anni fa, che oggi, come direttore degli Affari politici sotto Javier Solana, è il britannico più influente nel crocicchio di competenze della politica estera europea.

Di questa tesi, non è affatto convinto Nick Burns, il falco ambasciatore americano alla Nato che ha mandato a Rumsfeld briefing preoccupati.
Lo è molto di più invece Powell, che ha pregato Condoleezza Rice di adoperarsi perché Rumsfeld non forzasse i toni.
Nel memo di Burns, si chiede ai britannici di dare una risposta precisa, rispetto agli accordi “Berlino Plus” definiti nello scorso febbraio anche coi nuovi paesi dell’Est Europa prossimi all’ingresso nell’Alleanza.
Ci sono quattro ipotesi di un’eventuale azione militare coordinata. La prima passa per una normale delibera Nato, quindi nessun problema (tranne naturalmente che per l’Iraq non è stato possibile, e che il dibattito ieri sul contributo dell’Alleanza in Afghanistan ha irritato Rumsfeld: si è finiti a discutere di tre elicotteri, tre).
Seconda ipotesi, i paesi aderenti all’eventuale eurocooperazione rafforzata decidono di usare propri reparti e logistica a disposizione ordinariamente dell’Alleanza, nonché dell’integrale capacità di pianificazione operativa della Nato.
Terza ipotesi, decidono di farlo usando non i comandi integrati Nato centralizzati, ma i comandi nazionali integrati nella struttura Nato, nel caso britannico la struttura di Northwood, in Italia Santa Rosa.
Quarta ipotesi, pianificano, guidano e realizzano l’operazione
da un proprio, distinto e separato comando integrato o coordinato, ma esterno all’Alleanza.

Belgio e Francia è al livello quattro, che vogliono spingersi.
Gli americani, vorrebbero che ci si fermasse al livello due.
I britannici puntano al tre.
Gli italiani, per ora, al di là delle dichiarazioni di circostanza
improntate all’ottimismo sia in chiave filoeuropea sia filo Nato, osservano.
Gli americani hanno gettato sul tavolo la concessione alla Bae britannica del visto di massima sicurezza per partecipare alla parte più delicata del prossimo caccia JSF, l’elaborazione
del suo sistema di comando e controllo elettronico e dei relativi software.
Interessa anche l’Italia, per via dell’alleanza tra Finmeccanica e Bae che si spera vada presto in porto.
E’ la maggior apertura in termini di business che gli americani abbiano fatto da anni a questa parte, di JSF se ne costruiranno circa 4 mila.
Ma i britannici giocano di fino.
Geoffrey Hoon ha più volte riservatamente confrontato la propria situazione con quella del suo collega, il ministro della Difesa germanico Peter Struck, trovandola analoga.
Reparti corazzati al limite dell’operatività, tagli ai futuri investimenti dovuti alle ristrettezze del bilancio, penuria di risorse da dedicare al raggiungimento della piena interoperabilità con l’ormai incomparabile vantaggio tecnologico guadagnato dalle forze armate americane.
Anche per questo, integrare l’integrabile dello strumento militare europeo, sapendo che i militari tedeschi in questo terreno non sono affatto filofrancesi come la loro controparte politica, è una via di mezzo che Blair proverà a perseguire senza troppo irritare Wasghington.

La linea molto rispettosa di Berlino
In queste settimane, Struck e Schroeder si sono attenuti a una linea molto rispettosa della compatibilità Nato, impegnati come sono oltretutto a impedire l’annunciata chiusura di basi americane in Germania.
Ed è anche per questo che, la settimana scorsa, Berlino non ha gridato alla lesa maestà nazionale quando la divisione MTU, motori aerei della Daimler, è stata acquisita dal fondo d’investimento americano KKR, esattamente come americani sono i proprietari dei cantieri HDW che costruiscono i più avanzati sommergibili convenzionali al mondo, ed è General Dynamics che ha fatto spesa in Germania e Svizzera, mettendo insieme storici marchi di produttori di mezzi corazzati e blindati come Steyr, Mowag, Santa Barbara.
Il contrammiraglio Hubertus von Puttkamer, attaché militare a Washington, insieme al consigliere politico Uwe Fialkowski hanno passato più ore al Pentagono, nell’ultima settimana, che nella propria ambasciata, mettendo direttamente a confronto con gli americani le diverse ipotesi di euroiniziativa in campo militare.
Per Blair è un rischio. Allontanatasi la prospettiva di un referendum sull’euro, recuperare il consenso dei suoi elettori su un’eurodifesa che parli con l’accento meno francese possibile, è comunque la via per evitare che gli diano del “poodle”.

saluti