Bossi fa lezione di storia
«Da Marx alla Dc, quanti errori. La Lega ci salverà»
di Paola Colaprisco
Il Bossi che non ti aspetti. Calmo, pacato, contenuto nel linguaggio e nella mimica, poco incline all’attacco diretto e alla provocazione, ma come al solito logorroico. Un fiume in piena. Ottanta minuti di comizio, in una piazza dei Signori semi deserta, povera di bandiere e entusiasmi, per spiegare i mali della società di oggi- non solo italiana- partendo da lontano: da Napoleone che saccheggiò l’Italia alla Balena bianca che ha saccheggiato i padani.
Quella di ieri sera a Verona è stata la prima riunione di una lunga serie con cui la Lega intende disturbare il torpore degli alleati di governo, che sembrano aver dimenticato le riforme messe nero su bianco nel famigerato patto di alleanza, ma soprattutto certa magistratura, «perché vedo in giro giudici che tornano a punire i reati di opinione con leggi fasciste», ammonisce il leader del Carroccio, «e questo non ci piace».
In non più di 200 hanno aderito all’appello padano, ritrovandosi in piazza Arsenale da dove, a piedi e con fiaccole, i leghisti hanno raggiunto piazza dei Signori. Non c’è stato, come qualcuno temeva, l’incontro ravvicinato con i rappresentanti dei centri sociali, del coordinamento dei migranti e degli studenti, che con canti e balli- dal loro presidio allocato sul ponte della Vittoria- hanno dato il loro "benvenuto" ai «nuovi fascisti, che fanno del razzismo e dell’intolleranza la loro bandiera». Nei confronti di Bossi (con Flavio Tosi bersaglio preferito della protesta no global) è stato emesso un simbolico decreto di espulsione, «perché la Verona civile», hanno detto i protestanti, «non vuole dare confidenza e ospitalità a chi è così intollerante». Solo un po’ di freddo per i tanti poliziotti che hanno seguito le schermaglie verbali delle due fazioni.
Ad aprire il «corteo per la liberazione della Padania», fra la curiosità dei pochi veronesi a spasso dopo cena, l’onorevole Francesca Martini e Flavio Tosi. In coda, esponenti dell’estrema destra, che inneggiano contro il decreto Mancino.
Il leader Bossi è stranamente puntuale. Prima di salire sul palco, alle 21.55, trova persino il tempo di rispondere senza arrabbiarsi alle domande di una "iena" (la trasmissione satirica di Italia Uno) e di concedersi ai giornalisti. Non è in serata, lo si capisce dalle sue prime risposte. Non ha voglia di attaccare, si limita a ribadire concetti vecchi quanto il suo progetto politico.
E anche sul palco- fra Gobbo, l’on. Bricolo e il presidente Zaninelli- il senatùr ribadisce la sua non belligeranza. Quanto sia naturale o indotto, questo status, lo vedremo nei prossimi giorni. Certo è che il popolo leghista è un po’ spaesato. Credeva di scaldarsi applaudendo a raffica il suo leader, invece il primo battimani arriva dopo venti minuti, quando Bossi ricorda che «grazie alla Lega il governo premia il secondo figlio con un contributo di mille euro». Che non è di duemila euro, come sarebbe più giusto, «solo perché lo Stato è in crisi, come è in crisi mezzo mondo. Non c’è da divertirsi», ammette il ministro, «a stare al governo in un momento come questo. Se lo facciamo è solo perché vogliamo portare a casa le riforme. Stiamo pagando la globalizzazione», questa l’analisi del ministro, «l’apertura improvvisa dei mercati che ha trovato impreparate le piccole imprese, perno dell’Italia».
E poi un accenno alla crisi della famiglia, «figlia della psicanalisi e del ’68», del buco nero della droga («ma l’Europa sta imboccando la via del proibizionismo»), il no secco al voto agli immigrati e, infine, una spiegazione su quel «Bingo bongo» che ha lasciato perplessi. Poi tutti a cena, all’osteria Mattarana: bastava prenotarsi sotto il gazebo per cenare accanto al senatùr.


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