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Discussione: Makeru ga, katta

  1. #1
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    Predefinito Makeru ga, katta

    Uno degli aspetti più affascinanti della cultura dei giapponesi, per me, è la loro ammirazione per i perdenti.
    Nella cultura occidentale, gli eroi sono sempre vincenti (oltre che giovani e belli) e quando subiscono sconfitte, rimangono eroi malgrado la sconfitta; i Giapponesi invece spesso costruiscono l'epopea di un eroe proprio grazie alla sua sconfitta.
    La storia di Minamoto no Yoshitsune ne è un tipico esempio: le sue brillanti vittorie militari non contribuirono alla sua fama di eroe nazionale quanto i lunghi mesi vissuti come fuggiasco, inseguito dal crudele fratello, e culminati nel rituale seppuku.

    "Resta in silenzio e accetta la sconfitta
    che ti assegnano voci volgari...
    In un luogo di pietra
    Taci ed esulta,
    Ché di tutte le cose
    Questa è la più difficile"
    (William Butler Yeats)

    o per dirla con Franco Califano, "Se riesci a sorridere alla sconfitta, è una vittoria sulla sconfitta"



    Samurai dallo sguardo enigmatico mi fissano dall'antico vaso che una altrettanto antica prozia portò da un viaggio in Oriente.
    Quando le cose non vanno per il verso giusto, mi faccio giapponese anch'io: accetto la sconfitta ed esulto, ché di tutte le cose questa è la più difficile.

  2. #2
    Makeru ga, katta
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    Predefinito Re: Makeru ga, katta

    Yoshitsune Minamoto: Questo personaggio, realmente esistito, è uno dei più grandi eroi della storia giapponese.

    La sua storia si svolge nell'arco di trent'anni, cioè dall'anno della sua nascita ( 1159 ) a quello della sua morte ( 1189 ).

    Yoshitsune Minamoto è passato alla storia come l'eroe che sconfisse gli Heike, una casata che spadroneggiava in Giappone in quel periodo. Quando nel XII° secolo la sovranità dell'Imperatore era decaduta e con lui il potere dei nobili notabili, il paese cadde in mano alla casta dei guerrieri "bushi", ovvero i Samurai. Tra le varie casate soltanto due avevano il potere necessario per ambire a guidare il Giappone: gli Genji ( capeggiati dalla famiglia Minamoto ) e gli Heike. In un primo tempo gli Heike ebbero la meglio, vincendo proprio nel 1159 ( lo stesso anno della nascita di Yoshitsune ) quella che va sotto il nome di "battaglia di Heiji". Yoshiie Minamoto ( il capo dei Genji ) venne giustiziato e Yoritomo (il primogenito di Yoshiie) venne imprigionato ad Izu. Il nono figlio di Yoshiie venne risparmiato ma venne mandato al tempio di Kurama per essere educato alla vita di monaco buddista. Venne risparmiato soltanto perché ( essendo troppo piccolo al tempo della battaglia di Heiji ) non conosceva le proprie origini. Avendo vinto la guerra con il clan dei Genji, Kiyomori Taira divenne una sorta di reggente dell'impero nipponico. Le leggi imposte dagli Heike erano molto dure ed il popolo soffriva la loro feroce tirannia aspettando con ansia l'avvento di un grande eroe che li avrebbe liberati dal giogo degli Heike.

    Narra la leggenda che un bel dì un tengu si recò da Yoshitsune rivelandogli la sua appartenenza al casato dei Genji e addestrandolo all'arte della spada. Dopo di che lo incoraggiò a spodestare la crudele stirpe degli Heike.

    Così fugge dal tempio e sul ponte Gojo ( a Kyoto ) incontra il ladro Benkei che lo seguirà per tutta la sua vita. Negli anni successivi radunò tutti i Genji sopravvissuti e li organizzò in un'armata. Lo stesso fece suo fratello Yoritomo ( che nel frattempo era scappato dalla sua prigionia sull'isola di Oki ). Gli Heike, credendo ormai vinta ogni possibile resistenza, avevano smantellato il loro forte esercito e così la grande armata di Yoshitsune ebbe la meglio prima nelle battaglie di Ichinotani e Yashima e poi nella battaglia campale di Dannoura ( 1185 ) che risultò essere quella decisiva: i Genji avevano infine vinto e il Giappone era libero. Ma la fortuna di Yoshitsune finì li. Infatti il fratello Yoritomo, che non vedeva di buon occhio il favore del popolo nei confronti del fratello minore e temendo che potesse essere messa in discussione la sua posizione di capo dei Genji ( e quindi di reggente del Giappone ), accusò il fratello di tradimento e pur essendo lui scappato verso Kyoto attraverso il Nord, lo fece raggiungere dai sicari e così nel 1189 Yoshitsune Minamoto venne ucciso ( probabilmente ad Oushu ). Una leggenda popolare vuole che il valoroso eroe sopravvivesse alla morte e che, passato via mare in Mongolia, si coprì di altra gloria col nome di Gengis Kahn! Così Yoritomo divenne il primo Shogun "ufficiale" della storia del Giappone, ma il giovane fratello restò sempre nella memoria del popolo forse anche per la sua storia tragica. Ancora più triste è la storia che sarebbe spettata alla consorte di Yoshitsune. Shizuka (protagonista della leggenda nota come "la triste danzatrice" ) era una danzatrice del tempio di Gozen a Kyoto. Era una donna bellissima e la sua danza e la sua voce erano entrate nella leggenda quando riuscì, ballando, a far interrompere una siccità di cento giorni. Divenuta la sposa di Yoshitsune lo seguì nella sua fuga verso il mare attraverso le montagne, ma questo la rimandò indietro quando si rese conto che il freddo avrebbe compromesso la vita che lei stava portando in grembo. L'addio fu straziante e due si promisero di rivedersi presto. Così Yoshitsune affidò ad alcuni suoi soldati la moglie affinché la riportassero indietro, ma questi, dopo averla derubata dei gioielli e dei kimono che Yoshitsune le aveva dato per mantenersi fino al suo ritorno, la lasciarono da sola al freddo delle montagne. Riuscì ad arrivare al tempio di Gozen in tempo per la festa del Dio ed un bonzo, dopo aver notato la sua tristezza, la convinse a danzare. La gente dapprima fu meravigliata dall'armonia della sua danza, ma subito dopo si resero conto di chi era: la moglie di Yoshitsune il "traditore". La donna venne portata davanti allo Shogun Yoritomo che la interrogò sul luogo in cui avrebbe dovuto rincontrare il marito ed, avendo ottenuto un fermo rifiuto, le impose di danzare per lui. La povera Shizuka si sarebbe rifiutata di danzare se un anziana servitrice non le avesse consigliato di intonare un canto per il marito davanti allo Shogun al fine di intenerirlo e risparmiare suo marito. Shizuka intonò un bellissimo canto ed ottenne molto successo tra gli spettatori ma, al contrario delle sue aspettative, indignazione da parte di Yoritomo. Fu così che, passato del tempo, Shizuka partorì un bel maschietto vispo che venne ucciso appena nato... L'unica soluzione che restò alla bella Shizuka fu la via della morte. C'è chi dice che si annegò nelle fredde acque del mare invernale.
    _______________________
    Gli zeri, per valere qualcosa,
    devono stare a destra.

  3. #3
    Makeru ga, katta
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    Predefinito Re: Re: Makeru ga, katta

    Un enorme "arigato" a pcosta per questo thread
    _______________________
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    devono stare a destra.

  4. #4
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    sorridere alla sconfitta e` un`arte molto sottile, non a caso ha piu` successo fra gli orientali.
    noi occidentali, ho l`impressione, che abbiamo un tale amore per la vittoria ed il successo da voler esibire anche la sconfitta.
    perdenti di mestiere che starnazzano per tutta la vita di essere stati sconfitti.
    il vero sconfitto vive in silenzio.
    da noi invece, anche gli sconfitti ( o ritenuti tali) fanno sempre e comunque troppo rumore.

  5. #5
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    Arigato anche da parte mia per questo tema.
    La civiltà del Giappone mi affascina e vorrei saperne di più.

  6. #6
    a mia insaputa
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    Predefinito Arigatò





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  7. #7
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    ...WOW, UN MANEKI-NEKO, UN GATTO CHE SALUTA!


    La "vera" leggenda del gatto che saluta

    Il tempio di Gotoku si trovava in un quartiere povero, raramente meta di visitatori, di Edo, ora Tokyo, circondato da giardini che da tempo avevano abbandonato le loro origini zen per essere sopraffatti dalla natura lussureggiante. Il tetto era afflosciato e i muri attaccati dal freddo e dall’umidità che si annidava in ogni loro fessura.

    Il salone principale dell’edificio era ormai privo dei segni di splendore dei tempi più prosperi, ma di fronte al suo altare, semplice di legno, non mancavano mai offerte fresche ed incenso acceso mescolato all’odore di muffa del tatami. Tre volte al giorno si poteva trovare la figura riverente di un vecchio monaco rivolto verso l’altare, col capo prono fino al pavimento e recitante preghiera dopo preghiera. Il vecchio monaco non aveva ancora abbandonato la speranza che un giorno le sue preghiere sarebbero state ascoltate e che la fortuna, di cui aveva disperato bisogno per restaurare il tempio, gli avrebbe finalmente arriso.

    Una sera, mentre il monaco cucinava del riso per la sua cena, egli notò un gatto rognoso e minuto seduto nell’ingresso. Come era sua natura, ebbe pietà dell’animale e gli offrì la metà della sua cena. Essi consumarono assieme le loro ciotole di riso e quando ebbero finito il gatto miagolò con gentilezza e si strofinò contro il monaco in segno di gratitudine. Da quel giorno in avanti, il gatto ritornò ogni sera alla stessa ora ed il monaco divideva la sua cena con lui.

    Una notte il monaco, sentendosi molto abbattuto per lo stato disperato del tempio, si lamentò col gatto: «se solo tu fossi un uomo e non un gatto, allora forse mi potresti aiutare», il gatto lo guardò, strofinò la testa contro la sua gamba e rispose con un sapiente "miaooo!".

    Subito dopo, si scatenò un violento temporale e un bel numero di samurai passò vicino ai giardini del tempio. Il loro capo, Ii Naotaka, era il ricco feudatario del castello di Hikone nella prefettura di Shiga e stava ritornando a Edo, vittorioso, dopo l’assedio di Osaka. I suoi samurai stavano cercando un rifugio dal temporale ma non riuscivano a trovarne uno valido. Ii, attraverso la pioggia scrosciante, intravvide un gatto dall’aspetto curioso sul ciglio della strada. Il gatto, seduto sul suo posteriore, stava sventolando in aria una zampa anteriore come se stesse salutando. «Che strana cosa per un gatto starsene fuori così con questa pioggia» pensò Ii e si avvicinò per osservarlo più da vicino. Mentre si chinava per vezzeggiarlo, il gatto si allontanò di alcuni passi, si sedette e ricominciò a salutare. Incuriosito, Ii seguì il gatto che scomparve in uno stretto sentiero attraverso il groviglio di giardini. Non c’era illuminazione e presto Ii lo perse di vista. Proprio quando già stava per abbandonare la ricerca e ritornare sulla strada prncipale, i giardini si aprirono ed egli si trovò di fronte al fatiscente tempio di Gotoku. Là, in cima ai gradini, vi era il gatto che si stava strofinando attorno alle gambe del monaco.

    Il monaco offrì il riparo del tempio ad Ii ed ai suoi uomini e così essi poterono sfuggire alla furia del temporale ed asciugarsi al piccolo fuoco del monaco. Durante quella sua breve permanenza, Ii fu colpito dalla gentilezza e dalla saggezza del monaco e decise di fare di quel tempio il suo tempio di famiglia in Edo. Così da quella notte in poi, il tempio di Gotoku prosperò sotto il patrocinio di Ii Naotaka.

    Il monaco non dimenticò mai quella notte di tempesta quando, in risposta alle sue preghiere, il gatto guidò Ii e di conseguenza portò buona fortuna al tempio.

    Quando, alcuni anni dopo, il gatto morì, egli eresse una statua con la forma di un gatto che saluta, nei giardini del tempio, per propiziare sempre buona fortuna.

    Così nacque la leggenda del Maneki-neko, il gatto che saluta.


  8. #8
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    Arigattoni anche a Cinzia-san e Stefano-san...

    molta buona fortuna in questo thread

  9. #9
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    Interessante è la posizione delle zampe del maneki-neko. Si dice infatti che la zampa sinistra sollevata (molto più comune) significhi denaro e fortuna in affari, la destra salute e buona sorte in famiglia. Una credenza popolare consiglia di acquistare un maneki-neko al mese, alternando la zampa sinistra per i mesi dispari e quella destra per i pari: nel giro di quarantotto mesi ci si sarebbe assicurati la fortuna per tutta la vita, sia dal punto di vista professionale che personale. E, attenzione, più è alta la zampa sollevata, maggiore è la buona sorte!
    Ma anche i colori hanno la loro importanza: il più comune è il bianco, che significa già di per sé buona fortuna, il nero assicura protezione contro le malattie, il giallo oro porta denaro e fa avverare i desideri, il giallo propizia l’amore, il verde il successo negli esami e l’azzurro la fiducia in se stessi. Credo che acquisterò quest’ultimo…




  10. #10
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    Sarà per questo che il gatto, in Giappone, si è fatto una posizione ?

    ... la famosa nekoashi dachi
    dove
    "dachi" vuol dire appunto "posizione"
    "ashi" sta per "piede, gamba"
    "neko" vuol dire, naturalmente, "gatto"


    ps
    ... oh, no, quella è una posizione relativa alle zampe di dietro (gambe) e non a quelle davanti (braccia)

 

 
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