Fiumi di bibite attraversano il pianeta in lungo e in largo. In bottiglie di plastica e in lattine di alluminio. Acque minerali e altre bevande, da quelle famosissime a quelle meno note. Le marche in vendita sono migliaia. Il business è multinazionale. E spesso finanzia le guerre. Un viaggio nel mondo oscuro dei contenitori «velenosi» di bollicine.
Bottiglia pazza, lattina pazza. Ad esempio, c'è parecchio petrolio nelle bottiglie di acqua minerale in plastica e nelle lattine di bibite. Ma non è stato Acquabomber.
L'acqua in scatola: quasi una molotov
In Italia, centosettanta litri pro capite annui di acqua in bottiglia significano cinque miliardi di bottiglie di plastica (oltre l'80% del totale dei contenitori idrici): 100.000 tonnellate, un milione di metri cubi di discariche. La plastica si fa con il guerrafondaio petrolio, in doppia veste: come materia prima e come combustibile. Vanno a petrolio i Tir carichi di acqua benedetta su e giù per l'Italia, pesanti quanto gli affari di quel pugno di multinazionali che cercano di acquisire acquedotti e anche marchi in bottiglia. Eppure, malgrado se ne parli tanto, malgrado il costo, malgrado la fatica di arrancare a ogni età con casse di bottiglie, continua il primato italiano del consumo di acqua in gabbia. Con situazioni paradossali. Per esempio, nelle Marche, a un convegno sulla purezza dell'acquedotto, ecco le bottiglie di «minerale» davanti ai relatori. (E facciamo un salto a Bassora, dove gli esperti internazionali usano litri di acqua minerale perfino per far bollire la pasta. Intanto si dice agli iracheni: fate bollire l'acqua per sterilizzarla - peccato che non abbiano abbastanza gas).
L'acqua del sindaco è spesso di sorgente, la sua qualità è continuamente controllata con una normativa più stringente a partire da dicembre 2003, i suoi parametri sono più stringenti rispetto alle minerali. Bere l'acqua di rubinetto dovrebbe diventare cool, di moda, motivo di fierezza eco-sociale. Chiederla al barista. Mettere la caraffa in frigo per toglierle il cloro e poi portarla in tavola (in caso di vecchie condutture si potranno applicare apparecchi domestici). Bere dal rubinetto anche in ufficio. Non temere un po' di calcio: le acque in bottiglia ne vanno fiere! Riempire la borraccetta da viaggio a ogni fontana o rubinetto. E quando non c'è alternativa, se non altro la «minerale» sia quella in bottiglia di vetro a rendere, e locale.
Coca Cola, Pepsi e le altre
L'Italia tracanna di sola Coca Cola circa 30 lattine a testa l'anno; «siamo presenti in 200 paesi, per un totale di un miliardo di consumazioni al giorno», spiegava un rappresentante di Coca Cola Italia a un convegno su «Impresa e ambiente». Non abbiamo dati per le lattine di altri marchi, né per le bottiglie di plastica. Bere una multinazionale riunisce una quantità di errori politico-socio-ecologico-nutrizionali. Bollicine per la guerra: ogni sorso è una royalty a chi ha sostenuto - e sosterrà? - la campagna elettorale di Bush (si veda la campagna «no money for war», su www.motherearth.org). Bollicine devastanti: formule segrete, corrosive (spacciate per digestive), con potere nutritivo zero. Bollicine impoverenti: lo mostrano le tabelle della cooperativa brasiliana di donne, Maos Mineiras, spiegando alle classi povere che non devono usano i loro spiccioli per comprare bibite anziché frutta (in Zambia si usa il termine Fanta baby per indicare i bambini denutriti). Bollicine in cambio di acqua, che le fabbriche imbottigliatrici sottraggono ai villaggi circostanti, come nello stato indiano del Kerala. Bollicine al pesticida, quando si tollerano residui nelle bottiglie prodotte e bevute nel Sud del mondo: mesi fa ha sollevato lo scandalo l'associazione indiana Centre for Science and Environment). Bollicine sfruttatrici dei lavoratori: il sindacato colombiano ha lanciato un boicottaggio internazionale della Coca Cola. Bollicine usa & getta: produrre alluminio dalla bauxite richiede enormi quantità di energia; il riciclaggio è una soluzione parziale, e poi quante lattine randagie si vedono abbandonate in giro?
L'altro modo di bere scuro, e anche chiaro
Tutti soggiogati, almeno fino a poco fa. Vendevano Coca Cola, anziché succhi di frutta messicani, le cooperative zapatiste del Chiapas all'incontro intergalattico di anni fa. Coca Cola è stata la prima azienda Usa a radicarsi nel Vietnam, dopo il lungo embargo e la guerra al napalm. No global italiani tranquillamente sorseggiavano lattine multinazionali; come i pacifisti americani a Baghdad durante la guerra. Ma stanno crescendo, pur lentamente, «altri modi di bere scuro». E' uno sganciamento anche questo, a suo modo. Uno speciale di Le Figaro del mese di novembre ha fatto il punto sulle bibite alternative o antagoniste in Francia, dove si dividono un piccolo 2,5% del mercato (la percentuale comprende anche le normali «sottomarche», non multinazionali ma nemmeno alternative), e seppure in crescita, non sembrano essere percepite come una minaccia dalla Coca Cola che invece teme un rallentamento dei consumi di bibite (il che è già una buona notizia).
Approda in Italia la Mecca Cola, prodotta in Francia da un imprenditore franco-tunisino; destinerebbe una parte degli utili ai bambini palestinesi, anche se per ora non ha mandato granché, per sua stessa ammissione. Però: perché far venire una bibita in plastica fin dalla Francia, e perché chiamarla Mecca, mercificando luoghi sacri che oltretutto sono nelle mani di integralisti wahabiti, uguali e contrari agli integralisti che siedono a Washington? Marchi quasi di quartiere stanno ri-sorgendo nei paesi arabi e asiatici, altri resistono da decenni anche in Italia. Meglio però le bevande eque. In Bretagna, la cooperativa Kan Ar Bed produce una cola detta Beuk, con zucchero della Coopecanera, costaricana. Nei Paesi baschi, Alternativa ha lanciato Ehka, per «introdurre la solidarietà nelle feste locali».
Nelle feste locali e nei locali in Italia si fa strada il Guaranito - soda e sciroppo del commercio equo - che «copia» la bevanda nazionale del Brasile. Bottigliona e bottigliette di vetro contengono: energetico estratto di guaranà dei produttori indios Sateré Mawé, zucchero di canna della costaricana Coopeagri, niente conservanti. Quando poi diventerà di moda una salutare spremuta di arance bio? Ordinate direttamente al produttore (gruppi d'acquisto), costano 80 centesimi al chilo: meno di una lattina da 200 cc. E 200 cc. di italiano biologico succo di mirtilli - una manna per gli occhi - costano un euro.
Marinella Correggia
Il Manifesto 10 12 03




Rispondi Citando