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Discussione: Quale....

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    Predefinito Quale....

    ...Europa?

    Roma. Dopo gli incontri di Silvio Berlusconi a Parigi e Berlino della scorsa settimana, la strategia della presidenza italiana ha cambiato segno: contro l’intransigenza di spagnoli e polacchi si passa dalle blandizie alle minacce. Il premier Berlusconi e il ministro degli Esteri Franco Frattini hanno aggiunto la loro voce al coro europeo: nessun compromesso a tutti i costi.
    Il messaggio destinato ai primi ministri José María Aznar e Leszek Miller suona così: il processo costituzionale può fallire e la responsabilità politica agli occhi degli europei sarà vostra.
    Si può capire perché molti osservatori abbiano definito l’incontro tra Berlusconi e Gerhard Schroeder a Berlino il più cordiale tra i due da molti anni.
    Francesi e tedeschi avevano temuto che Berlusconi fosse pronto a pagare qualsiasi prezzo pur di chiudere con un accordo.
    Invece a Berlino Berlusconi ha scelto di chiudere il cerchio dell’isolamento in cui il resto d’Europa aveva già cercato di spingere Spagna e Polonia. Non ci sarà una nuova proposta di compromesso sul voto a doppia maggioranza: a Bruxelles, venerdì, farà fede il testo del conclave di Napoli. Se ci sarà un “no” sarà quello di Madrid e Varsavia.
    E all’ambasciata italiana a Berlino festeggiano il titolo di ieri del Tagesspiegel: “Italia e Germania parlano con una sola voce”.
    Non sono cose da tutti i giorni. La svolta poi è stata subito notata dai polacchi: “Stupisce la posizione non chiara degli italiani ha detto ieri il ministro degli Esteri Wlodzimierz Cimoszewicz – Avevano promesso ogni sforzo per convincere francesi e tedeschi e ora fanno il contrario”.
    Per Berlusconi non è stato un passaggio facile.
    Aznar e Miller sono amici, e il rapporto con i loro paesi è vitale nella visione italiana di creare un contrappeso all’asse franco-tedesco, specie nelle relazioni transatlantiche.
    Ma un fallimento del semestre con l’onore delle armi di 22 paesi su 25 è più sopportabile – anche sul fronte interno – che non l’immolarsi per Spagna e Polonia.
    Poi c’è sempre la possibilità di farcela.
    Dopo Berlino, Berlusconi ha alzato il suo tasso di ottimismo, dal 50 per cento di sabato scorso a Tunisi fino al 55.

    L’iniziativa (minaccia) del club dei fondatori
    Non sempre le posizioni arrendevoli sono le migliori per portare a termine un negoziato. Nelle cancellerie si lascia briglia sciolta alle voci su possibili ritorsioni contro Spagna e Polonia.
    Aznar dovrebbe dire addio alle ambizioni sulla presidenza dell’Ue, e sarebbe difficile poter contare su altre nomine di peso nelle strutture comunitarie per candidati spagnoli. Quanto alla Polonia, l’idea di avere il commissario alle Politiche agricole diverrebbe irrealistica. E questo senza aprire il capitolo della ripartizione dei fondi strutturali.
    Berlusconi e Schroeder avrebbero anche convenuto di non lasciar spazio all’ipotesi che il prossimo vertice di Bruxelles possa avere tempi supplementari. Tutto si dovrà chiudere entro sabato 13 dicembre con o senza firma sulla Costituzione. Ma l’elenco delle minacce non si ferma al piccolo cabotaggio.
    Frattini ieri ha dato sostanza alle voci che a un fallimento del vertice potrebbe seguire una iniziativa dei “fondatori” per costituire un nucleo d’integrazione più avanzata: “E’ una tragica realtà”, ha decretato il ministro.
    Sulla stessa linea la risoluzione con cui il Parlamento belga ha ratificato nei giorni scorsi l’ingresso nell’Ue dei nuovi Stati.
    Nel dispositivo si chiede – in caso di fallimento – di procedere “con chi ci sta”.
    E ieri il Financial Times rivelava di un avanzato piano franco-tedesco per continuare le trattative sulla Costituzione, anche dopo la fine del semestre italiano.
    Un modo per chiudere la strada a quella “clausola di rendez-vous” – tutto rinviato a una prossima Conferenza intergovernativa nel 2007-2008 – su cui la Polonia contava come via d’uscita.
    Questo indurimento generale deve aver prodotto qualche effetto se ieri il segretario spagnolo per gli Affari europei, Ramon de Miguel, ha assicurato che la sua delegazione andrà a Bruxelles
    “con spirito di compromesso”.
    E se ai vertici spetta di agitare il bastone, gli sherpa della Farnesina spiegano che sotto il tavolo delle trattative è pronta la carota. Se Spagna e Polonia dovessero cedere, il piatto delle compensazioni è ricco.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Eurodifesa

    Roma. Sfumato il consenso interno per quel referendum sull’ingresso nell’euro cui tiene tanto, alle prese con le reazioni sorprese che media e opinione pubblica hanno riservato alla notizia che il deficit pubblico l’anno prossimo sarà superiore alle attese spingendosi a 37 miliardi di sterline, Tony Blair ha visto in questi giorni profilarsi un fantasma ancor più temibile.
    Per effetto del sostegno dato da Londra a Madrid e Varsavia, se davvero Spagna e Polonia si opponessero il prossimo fine settimana al successo della Conferenza intergovernativa in nome della difesa del meccanismo di voto privilegiato loro assicurato dal Trattato di Nizza, la Gran Bretagna si troverebbe non solo ancor più lontana dall’euro.
    Per di più, sarebbe alle prese con il nucleo duro dei sei paesi fondatori dell’allora Mercato comune uniti nel sacro vincolo di procedere a quel punto con chi ci sta, sulla via delle cooperazioni rafforzate.
    Non è solo l’incontro di martedì tra Jacques Chirac e Gerhard Schroeder ad aver ratificato questa “rete di caduta” in caso di insuccesso della Conferenza.
    Anche l’Italia è d’accordo, utilizza questa ipotesi come arma estrema per puntare al successo del proprio semestre, e la formula dei “paesi fondatori” è un punto forte della piena intesa tra Farnesina e Quirinale.
    Tanto che ieri a Downing Street non è sfuggita quell’ultima frase rivelatrice del lungo e ispirato articolo che Carlo Azeglio Ciampi ha affidato alle colonne della Frankfurter Allgemeine.
    Dopo aver a lungo difeso il progetto di Trattato e aver scandito che “il prossimo Consiglio europeo non può fallire”, Ciampi conclude affermando che in caso diverso “Germania e Italia sanno che l’Unione andrà avanti comunque, se necessario anche attraverso nuclei aperti di avanguardie di Paesi che continueranno ad anticipare un’integrazione europea sempre più profonda ed efficace. Per i nostri due Paesi, come per gli altri Fondatori, sono impensabili battute d’arresto nella nostra vocazione unitaria”.

    Per la Gran Bretagna, le cooperazioni rafforzate su temi come quelli dell’Europa sociale, o dell’armonizzazione fiscale, sancirebbero l’allontanamento ulteriore dal modello cui tende. Nonché l’incubo di trovarsi senza più diritto di veto su questioni annose come il rimborso annuale da 2 miliardi di sterline dovuto da Bruxelles a Londra.
    Per Blair una vera e propria Caporetto, di fronte al proprio elettorato già tanto euroscettico.
    Ecco perché negli ultimi tre giorni Blair ha sottoposto a uno stress straordinario l’intera squadra britannica che ha seguito la Convenzione. Si è ripassato personalmente punto per punto tutte le richieste di modifica che ancora restano aperte. Ha parlato per telefono ripetutamente con Chirac e Schroeder, concordando un incontro a tre a colazione venerdì, prima che il Consiglio europeo abbia formalmente inizio.
    Per illustrare le materie sulle quali Londra intende difendere il voto all’unanimità e non a maggioranza, come proposte nel testo sottoposto dalla presidenza italiana.
    Ma soprattutto per comunicare in extremis a Parigi e Berlino che sarebbe un errore imperdonabile se esse insieme a Roma pensassero di lasciare a terra la Gran Bretagna, per reindossare la livrea dei “paesi fondatori”.
    Salterebbe a quel punto automaticamente l’iniziativa sull’Eurodifesa che Londra in queste settimane tanto ha difeso di fronte alle riservate richieste di chiarimenti di Washington.
    Datemi atto che ho difeso la possibilità di una difesa comune parallela, anche se non autonoma, rispetto alla Nato, ha detto Blair a Chirac e Schroeder. Sapete benissimo che è questa la carta su cui si misurerà nelle prossime crisi la credibilità europea sulla scena mondiale. Farla saltare tornerebbe a scavare un fossato fra le due rive dell’Atlantico. Oltre a privare l’Eurodifesa dello strumento militare più oliato agli interventi, quello britannico.

    La partita delle diplomazie segrete
    Non è un caso che proprio la partita militare sia quella in cui più attive sono le diplomazie segrete.
    A Londra mercoledì si è precipitata una delegazione dell’americana Boeing guidata dal capo del settore militare Jim Albaugh, per colloqui al ministero della Difesa volti a rassicurare che in nessun caso lo scandalo che ha travolto il presidente dell’azienda negli Usa possa avere ripercussioni nella gara per 17 miliardi di sterline sui nuovi aerorifornitori per la Royal Air Force. Una gara in cui Boeing e Bae sono contrapposti naturalmente ai franco-tedeschi di Eads.
    I francesi hanno risposto.
    Alex Dorrian, il capo della Thales britannica, ha controbattuto che a maggior ragione alla luce dei tagli di spesa militare annunciati da Londra, la cooperazione franco-britannica tra Thales e Bae è più che mai necessaria, per le due portaerei che a Londra servono.
    Giovedì sera, Berlusconi farà il punto con Aznar.
    Subito dopo, sarà con Blair, l’ultima riflessione occhi negli occhi sull’ipotesi che sia Londra a rimetterci, se Madrid non molla.

  3. #3
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    Predefinito

    Bruxelles. Nei grigi corridoi del Paul Henri Spaak, l’immobile che ospita gli uffici dei 626 deputati al Parlamento europeo, la parola d’ordine è “chiudere subito”.
    Una fretta inusuale per il sonnecchioso palazzo bruxellese, che nel 1996 diede il via libera al Trattato di Amsterdam e nel 2000, sotto presidenza francese, approvò il famigerato Trattato di Nizza (definito, un minuto dopo la firma, “nato morto”).
    Il problema, spiegano a Bruxelles, è che con la nuova Carta costituzionale, che i capi di Stato e di governo europei dovrebbero varare tra domani e sabato, l’Unione definirà una volta per tutte quale volto dare alla nuova Europa a venticinque.
    “Basta con le modifiche costituzionali ogni due anni: questo Trattato deve durare”, ammoniscono a Bruxelles.
    Ma sarà la presidenza italiana a dover gestire questo problemino da nulla, portando sulle spalle la responsabilità dell’accordo (forse) imminente.

    Giuliano Amato, che ha ricoperto per diciassette mesi la carica di vicepresidente della Convenzione di Giscard d’Estaing, è ottimista: “Queste partite si giocano sempre all’ultimo minuto – ha detto – e la presidenza italiana ha fatto bene a fare melina. Vediamo. Per ora apprezzo molto che stia tenendo su punti sui quali è importante tenere’’.
    Dello stesso avviso sono i deputati che rappresentano il Parlamento europeo nella Conferenza intergovernativa, l’assise dei governi e dei Parlamenti che ha esaminato la bozza di Trattato presentata dai convenzionali di Giscard e apportato le modifiche in discussione domani: “Finora su gran parte delle questioni la presidenza italiana si è tenuta molto vicina al testo della Convenzione – spiega soddisfatto il popolare tedesco Elmar Brok al Foglio, sottolineando che “le modifiche sono state fatte per precisare, per migliorare il testo”.
    Klaus Hänsch, socialista e connazionale di Brok, ha invece evidenziato il “successo della presidenza italiana che è riuscita a limitare a pochissimi punti le questioni litigiose”.
    Sebbene il livello della sfida sia ben chiaro a tutti, dunque, l’attesa all’Europarlamento è abbastanza fiduciosa: Inigo Mendez de Vigo, popolare spagnolo vicino al premier José María Aznar, dice di “sostenere il progetto della Convenzione e gli sforzi della presidenza italiana”, lasciando intravedere uno spiraglio nelle trattative con la Spagna che, insieme con la Polonia, darà nei prossimi due giorni filo da torcere ai Quindici e ai dieci capi di Stato aderenti all’Unione.
    Mendez de Vigo ha anche lanciato un appello affinché i governanti europei diano prova a Bruxelles di “patriottismo istituzionale”. Basterà?

    Non abbiamo bisogno di un vertice romantico
    Al Parlamento europeo è opinione diffusa che non ci siano alternative all’accordo sulla proposta italiana: “Non abbiamo bisogno di un vertice romantico, pieno di appuntamenti e promesse”, ha ironizzato Brok. Il tedesco ha quindi liquidato in quattro parole l’insistenza di alcuni europarlamentari, anche italiani, che fuori tempo limite hanno rinnovato ancora oggi la proposta di inserire un riferimento alle radici cristiane dell’Unione nel Preambolo del testo costituzionale: “Personalmente sarei d’accordo – ha detto – ma c’è il rischio che il Preambolo sparisca del tutto dalla Carta a causa delle pressioni dei fondamentalisti delle due sponde, quelli che vogliono la menzione a tutti i costi e quelli che la rifiutano.
    La versione attuale – ha concluso Brok si può adottare così com’è”. L’unica incognita che pesa sulla proposta italiana è il suggerimento – avanzato qualche settimana fa dai ministri delle Finanze dei Quindici –di privare il Parlamento europeo dei poteri in materia di bilancio: “Questa è la nostra linea rossa”, ha avvertito Brok, “per noi l’approvazione di questo punto sarebbe inaccettabile: bocceremmo il Trattato”.
    Una minaccia che la presidenza italiana sembra aver preso in considerazione, al punto che il progetto dei ministri Ecofin non figura nel testo finale sottoposto da Roma ai ministri degli Esteri europei riuniti da lunedì nella capitale belga.
    E, a dispetto delle lamentele dell’euroscettico danese Jens-Peter Bonde, deluso dal fatto che “a Bruxelles si continui a preferire Machiavelli a Montesquieu”, serpeggia nelle istituzioni un’inaspettata fiducia nella tanto vituperata abilità di mediazione degli italiani: “Il vostro talento – ammette suo malgrado un funzionario francese – viene sempre fuori nell’emergenza”.
    Che di emergenza si tratti, lo hanno capito tutti.
    A cominciare dal presidente del Parlamento europeo, l’irlandese Pat Cox, il quale, reduce da un viaggio in Italia la scorsa settimana, commentando il lavoro della presidenza italiana, ha ribadito ottimista: “Siamo condannati al successo.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito In gioco il rango...

    ...dei Paesi

    Parigi. Cosa sarà mai l’asso nella manica che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dice di avere per sbloccare il Consiglio europeo che si apre oggi a Bruxelles?
    Il presidente dice di averlo in tasca e di volerlo usare solo in caso di necessità, per convincere cioè Spagna e Polonia ad accettare il nuovo Trattato: è una carta che dovrebbe garantire a Madrid e Varsavia il rango di grandi paesi dopo l’accantonamento del sistema di voti ponderati di Nizza, che assicura loro una sovrarappresentazione rispetto sia ai veri grandi sia ai piccoli.
    Non solo Spagna e Polonia sembrano decise a vendere cara la pelle, malgrado il loro apparente isolamento sulla questione.
    Ma non porta troppa fortuna – e può anzi essere tatticamente controproducente – annunciare in anticipo di avere una soluzione che può mettere d’accordo tutti.
    Per certi aspetti, infatti, questi vertici assomigliano a grandi partite di poker: si gioca anche di notte, in stanze (malgrado i divieti) piene di fumo, si bleffa, si alza la posta, e soprattutto si tengono ben coperte le proprie carte fino all’ultimo.
    Piuttosto che perdere tutto, poi, certi giocatori possono essere tentati di far saltare il tavolo.
    Per altri aspetti però –e questo è l’aspetto rassicurante – i capi di Stato e di governo non giocano a poker ma a bridge: dichiarano in anticipo le loro mani e le rispettive red line, preparano piani di riserva, ma hanno comunque interesse a fare punti: una guerra generalizzata di tutti contro tutti, infatti, può fare molti danni. Diversamente da una partita di poker, non è pensabile che un solo giocatore stravinca a danno di tutti gli altri.
    Vale comunque la pena di fare il toto-asso: quale può essere la proposta magica, il silver bullet che dovrebbe eliminare d’un colpo la coriacea resistenza ispano-polacca?
    Si parla molto della calendarizzazione del nuovo sistema di voto proposto dalla Convenzione: invece di entrare in vigore nel 2009, come previsto dal testo attualmente in discussione, potrebbe essere fatto slittare fino al 2014.
    Madrid e Varsavia manterrebbero i voti di Nizza più a lungo e, soprattutto, potrebbero usarli nella discussione di un altro bilancio pluriennale dell’Unione, quello che dovrebbe scattare appunto nel 2014. L’ipotesi è plausibile, e verrebbe incontro all’interesse ispano-polacco di massimizzare il loro potere di veto (attraverso le cosiddette minoranze di blocco) il più a lungo possibile. Ma di sicuro non assicurerebbe loro il rango desiderato: da un certo punto di vista, anzi, confermerebbe il loro status di paesi relativamente poveri, ossessionati dalle questioni di bilancio.

    L’ipotesi del rendez-vous
    Un’altra ipotesi è quella del rendez-vous: cambiare il sistema di Nizza a termine (nel 2009 o più tardi), ma con una decisione ad hoc, non automaticamente: una decisione da prendere sulla base del sistema di Nizza. Questa è una delle possibili soluzioni di compromesso ventilate nei corridoi dai polacchi, ma si scontra con l’opposizione della Germania. Non ha però molto a che fare con il rango dei due paesi.
    Ci sono, infine, le ipotesi riguardanti la Commissione.
    La prima è quella dell’aumento dei commissari per i grandi, da uno a due, a partire dall’entrata in vigore del nuovo Trattato costituzionale. Si tratta della soluzione in vigore fino a oggi, e di cui la Spagna ha del resto già beneficiato.
    Ma pare incoerente con l’idea di un commissario per paese e, soprattutto, è stata esclusa da Palazzo Chigi.
    La seconda riguarda invece la garanzia che i sei grandi manterrebbero sempre un commissario – sottraendosi così all’inevitabile rotazione – anche quando il numero totale dei componenti del collegio di Bruxelles dovesse scendere (a 15, come proposto dalla Convenzione, o a 18 come proposto dal Lussemburgo).
    In questo caso sì, Spagna e Polonia otterrebbero lo stesso rango di Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Ma i piccoli accetterebbero questa discriminazione? Il clima generale lascia prevedere il contrario. Resta da vedere fino a che punto José María Aznar e Aleksander Kwasniewski vorranno o potranno tirare la corda.
    Aznar ha elezioni politiche fra tre mesi ma non si ripresenterà come premier, il che gli lascia una certa libertà d’azione, mentre Kwasniewski non può permettersi di bloccare da solo l’Unione prima ancora di esserci entrato formalmente.

    da il Foglio

    saluti

 

 

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