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    Predefinito Kyoto, il governo e noi

    Per un Europa che voglia contare e proporsi come modello alternativo all'unilateralismo statunitense e all'insostenibile american way of life, il Protocollo di Kyoto rappresenta un'occasione imperdibile. La scelta ormai conclamata degli Stati uniti di chiamarsi fuori da ogni approccio multilaterale ai problemi globali (no al Tribunale penale internazionale, no al Trattato antitortura, no all'accordo sulla deroga alle regole brevettuali per i farmaci anti-Aids e, appunto, no al Protocollo di Kyoto) ha messo in crisi o portato al fallimento gran parte degli ultimi vertici internazionali, da quello della Fao di Roma alla conferenza di Monterey sul finanziamento dello sviluppo, al summit di Johannesburg. D'altra parte, l'azione del cartello dei governi dei paesi più poveri, simboleggiato dal cosiddetto G77, ha confermato la totale inadeguatezza delle loro classi dirigenti: con alcune importanti ma isolate eccezioni - la vittoria di Lula in Brasile, la svolta democratica in Kenya - nella stragrande maggioranza dei paesi poveri continuano a governare élites corrotte e antidemocratiche, distanti dagli interessi dei loro popoli almeno tanto quanto il G8.
    In questo scenario, è l'Europa - nonostante alcune pessime sortite come quella di Cancun in difesa dei sussidi all'agricoltura - che può e deve tracciare una via diversa. E' certo che l'Italia, come presidente di turno dell'Unione europea e ospite dei rappresentanti dei 188 paesi riuniti a Milano per tagliare le emissioni inquinanti, si presenta con un pessimo biglietto da visita. Abbiamo accolto con un pizzico di amara soddisfazione le parole del ministro Matteoli con le quali, dopo aver in passato parlato con sospetto del solare e soprattutto dell'energia eolica, ha ammesso il pesante ritardo che ci separa da paesi anche a noi vicinissimi nella partita delle energie rinnovabili.
    L'Italia produce solo 800 megawatt eolici, contro i 12.000 tedeschi. E già oggi, con una copertura che è solo dello 0,5% del fabbisogno nazionale, risparmia emissioni di Co2 per circa due milioni di tonnellate. La piccola e sicuramente meno assolata Austria vanta ben 2.300.000 mq di pannelli solari termici, mentre l'Italia, il paese del sole, arriva a 400mila mq, concentrati, ironia della sorte, soprattutto nelle province di Trento e Bolzano. Apprezziamo le dichiarazioni di Matteoli perché, invece, fino ad oggi il governo è stato a dir poco indifferente all'argomento. L'Italia ha ratificato, è vero, il protocollo di Kyoto. Ma se dovessimo, oggi, rispettare i termini di quell'impegno, il taglio da apportare alle nostre emissioni sarebbe doppio (quasi il 12% entro il 2012) di quello indicato nel 1997 (5,8%). La crescita dell'eolico ha subito uno stallo (da un + 63% del 2001 ad un misero +15% nel 2002) dovuto alle farraginose procedure per ottenere finanziamenti.
    Nella principale iniziativa in campo energetico dell'attuale maggioranza, il decreto Marzano, persino i rifiuti vengono considerati, e dunque sponsorizzati, come fonti rinnovabili. A darci la misura effettiva delle politiche energetiche del governo è stato il blackout. La sola risposta di cui Marzano è stato capace è il solito refrain sulla necessità, non peregrina fra l'altro, di costruire nuove centrali. E il risparmio? E le rinnovabili? L'emergenza è il timone politico e la miopia la bussola del governo in un settore tra quelli più strategici per il futuro di un paese e dell'intero pianeta. Il governo non riesce a vedere che il sostegno alle energie rinnovabili e a politiche di risparmio produce anche tagli importanti nelle spese sanitarie, sociali ed ambientali. Non vede che scommettere su eolico e solare può rappresentare una grande occasione di sviluppo e di riconversione dell'industria nazionale. E se il nostro governo mostra di non capire questo, è difficile, ci pare, che sappia convincere privati o altri paesi che quella della riduzione delle emissioni è la strada vincente.
    Ecco perché il bilateralismo allargato, gli accordi di cui Matteoli ci ha parlato in questi giorni, se certamente non sono da buttare - la stessa Legambiente, insieme al KyotoClub, ha pensato ad un sistema volontario per neutralizzare le proprie emissioni nel periodo della Cop9, mandando un Sms da telefonino Tim al 44770 - con altrettanta certezza ci sembranoinsufficienti. Kyoto è e deve restare un passaggio non eludibile, ed è un peccato che l'Italia, coi suoi rapporti privilegiati che la legano alla Russia, non abbia saputo fare niente di convincente per spingerla alla ratifica.

    Roberto della Seta
    Presidente nazionale Legambiente
    Il Manifesto 2 12 03

    _

  2. #2
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    Predefinito «Rischiano di lasciare anche India e Cina Ora serve una mobilitazione mondiale»

    MILANO - Il siluro sulla conferenza climatica mondiale è arrivato dritto da Mosca, all’indomani delle dichiarazioni ottimistiche del ministro dell’Ambiente Altero Matteoli secondo cui, l’anno prossimo, dopo le elezioni politiche, la Russia avrebbe finalmente ratificato il Protocollo di Kyoto, tirandolo fuori dalle sabbie mobili in cui è affondato. Senza la quota del 17% rappresentata dalla Russia, infatti, il trattato per la riduzione dei gas serra non potrà diventare operativo. Per questo a Milano cominciano a circolare proposte di modifica per renderlo più flessibile e accettabile. Mittente del colpo basso a Kyoto è stato Andrei Illarionov, autorevole consigliere economico del presidente Putin: «Il protocollo pone limiti significativi alla crescita economica della Russia - ha dichiarato ieri alle agenzie di stampa, dopo un incontro dello stesso Putin con un gruppo di industriali europei -. Così com’è non potrà essere ratificato».
    Scompiglio fra le file dei seimila delegati di 188 Paesi, venuti a Milano con la speranza di resuscitare quello che ormai viene considerato un ammalato grave. I delegati delle Nazioni Unite cercavano di tenere alto il morale delle truppe: «La Russia ormai da alcuni mesi dà segnali contraddittori, alternando dichiarazioni ostili come quelle di Illarionov, che non è nuovo a queste uscite anti Kyoto, a speranze alimentate dal presidente Putin - ha commentato Michael Williams, uno dei portavoce ufficiale Onu -. Malgrado tutto, noi restiamo ottimisti sulla futura ratifica della Russia». Dello stesso avviso i delegati europei che propongono al resto del mondo di andare avanti sulla strada delle riduzioni dei gas. Ma su di essi ieri è arrivata un’altra doccia fredda. L’Ue predica bene e razzola male, fa notare l’Agenzia europea dell’Ambiente. Secondo le ultime proiezioni nel 2010, invece di ridurre dell’8% le sue emissioni, l’Europa raggiungerà uno striminzito -0,5%. Colpa, soprattutto, degli scarichi delle automobili. Le richieste di mettere da parte le scadenze e i target imposti da Kyoto si moltiplicano. Al loro posto ogni Paese dovrebbe fissare liberamente una quota di riduzione dei gas armonizzata con il proprio prodotto interno lordo.






    Se il rifiuto russo del Protocollo di Kyoto diventerà definitivo, dice Jeremy Rifkin, «la famiglia umana rischia di essere messa di fronte alla più seria crisi della sua storia». La risposta immediata deve essere «una mobilitazione mondiale, a cominciare dall’Europa, per mettere pressione su Putin e Bush» affinché cambino posizione. Da Washington, dove guida la Foundation on Economic Trends , l’economista futurologo parla di catastrofe in arrivo. E sostiene che va fermato il rischio di un «effetto domino», cioè di Paesi che abbandonano gli impegni di Kyoto sulla limitazione dell’emissione di gas responsabili dell’effetto serra, per imitare Usa e Russia.

    Mister Rifkin, se la Russia non firma, siamo a una svolta.

    «Purtroppo sì. Si tratta di una decisione seriamente devastante. Siamo di fronte agli Stati Uniti e alla Russia, due delle maggiori potenze del pianeta, che si rifiutano di ascoltare quello che è il consenso ormai chiaro nel mondo. E’ un punto di svolta molto pericoloso».

    Non è un po’ eccessivo?

    «Non firmare il Protocollo di Kyoto, per Washington e Mosca, non significa tanto rinunciare a quei pochi impegni. Significa non muovere un dito sull’effetto serra, anzi peggiorare decisamente la situazione. Sarebbe l’errore di calcolo politico più grave di tutti i tempi. Si fanno scelte di corto respiro, citando presunte esigenze economiche, a spese del pianeta. E’ da incoscienti. Si introduce nel mondo una linea di divisione gravissima».

    In che senso?

    «Da una parte abbiamo l’Unione Europea che si è data obiettivi ambiziosi come quello di produrre il 22% dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2010. Dall’altra ci vengono a essere la Russia che si allea con gli Stati Uniti, notoriamente non impegnati sul fronte dello sviluppo sostenibile. Ma purtroppo non c’è una sola possibilità al mondo che la Ue da sola possa imporre uno sviluppo sostenibile. Sarà ora molto importante vedere cosa faranno Cina e India».

    Putin Rafforza l’asse con Bush.

    «Certo, la Casa Bianca ne sarà molto felice. Mosca rischia però nel rapporto con la Ue: gli effetti della sua decisione avranno conseguenze gravissime sulla vicina Europa. E Bruxelles potrebbe tenerne conto nelle relazioni politiche e commerciali».

    Al Cremlino dicono però che firmare Kyoto aumenta i costi per le imprese russe.

    «Già: è un discorso che, a questo punto, potrebbero fare anche a Pechino o a New Delhi. Ma non sta in piedi. Rivela solo che Usa e Russia non hanno immaginazione su come trattare la questione dell’energia e delle emissioni di anidride carbonica».

    Immaginazione?

    «Certo . Abbandonare il petrolio non è un costo, è un’opportunità. Tutti gli imperi si sono creati grazie al controllo di nuove forme di energia. Chi controllerà la prossima tecnologia energetica, cioè l’idrogeno combinato alle fonti rinnovabili, sarà la nuova superpotenza. Se non firma Kyoto, Putin forza la Russia a vivere nel passato».

    Cosa si può fare, ora?

    «Ora ci vuole una mobilitazione mondiale, a cominciare dall’Europa, per mettere pressione su Putin e Bush. Ma non perché tornino a ripensare Kyoto: per andare oltre, molto oltre. Per iniziare a discutere almeno dagli obiettivi che si è posta la Ue».

    Gli americani cosa ne pensano?

    «Più del 50% degli americani non concorda con Bush sull’effetto serra. Serve un’Amministrazione che dia retta alla maggioranza della popolazione».



    Danilo Taino
    Corriere della Sera
    3 12 03

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    Predefinito

    Trattati ambientali e balletti moscoviti
    Il ministro dell'economia di Mosca rettifica il niet di martedì sul clima e dice che "il governo russo non ha ancora preso una decisione e in generale continuerà a muoversi verso la ratifica del Protocollo di Kyoto". Ma tutto dipenderà dagli incentivi economici di Europa e Giappone


    Dietrofront. Dopo il niet categorico di martedì, pronunciato dal consigliere del Cremlino Andrei Illarinov, ieri Mosca ha dovuto aggiustare il tiro. E' stato il vice ministro dell'economia, Mukhamed Tsikhanov, a dichiarare che "il governo russo non ha ancora preso una decisione e in linea generale continuerà a muoversi verso la ratifica benché il Protocollo di Kyoto sia poco conveniente per l'economia russa". Tutto, ha lasciato capire l'uomo di Putin, dipenderà dall'atteggiamento di Europa e Giappone, ovvero dalle agevolazioni economiche e dai vantaggi che i russi otterranno in cambio della sospirata firma. Per Tsikhanov l'Unione europea è ancora poco convincente, e per questo la delegazione russa presente alla conferenza mondiale sul clima di Milano (Cop9) continuerà a tirare sul prezzo. Per Bruxelles si tratta di un ripensamento annunciato. Già prima della retromarcia di Tsikhanov, infatti, il portavoce della Commissione Ue, Reijo Kempinnen, aveva espresso qualche dubbio sul no di Mosca ed aveva giocato d'anticipo ribadendo che l'Europa continuerà a insistere (e a trattare) per ottenere la firma russa. La posizione europea rimane la stessa, applicare i vincoli del protocollo tra tutti i paesi che hanno già firmato per invogliare anche chi ancora non ha aderito e dimostrare così che Kyoto conviene. Lo stesso messaggio è stato inviato a Mosca anche dalla presidenza italiana della Ue. "I ministri dell'ambiente europei - si legge in una nota - hanno già sottolineato l'esigenza di intensificare i programmi di cooperazione tecnologica con la Russia. Una ratifica del protocollo darebbe nuovi impulsi ad una cooperazione proficua". Per tutti, russi compresi.
    Le incertezze del Cremlino strappano un sorriso anche al ministro italiano dell'ambiente, Altero Matteoli. "La smentita della Russia non può che farmi piacere - ha dichiarato - le parole del vice ministro russo non fanno altro che dar ragione al mio ottimismo sul fatto che la Russia, dopo altri tentennamenti che ci dobbiamo aspettare nei prossimi mesi, ratificherà il documento".
    Gli ambientalisti italiani però sono meno ottimisti e più che alla Russia - "la sua retromarcia era prevedibile" - guardano in casa nostra. Continuando a chiedere che l'Italia, invece di "guardare oltre Kyoto", abbandoni ogni ambiguità e si impegni per riaffermare in Europa e in politica estera il proprio appoggio al protocollo di Kyoto. Proprio ieri a Milano il governo ha presentato in grande spolvero un discutibile piano per la riduzione delle emissioni di Co2 sul territorio nazionale. Per rispettare il protocollo l'Italia ha come obiettivo la riduzione del 6,5% delle emissioni di gas rispetto al 1990, ovvero da 521 milioni di tonnellate a 487 milioni entro il 2010. E invece le emissioni negli ultimi 13 anni sono salite a 546 milioni di tonnellate (+59). Come colmare il forte ritardo che fa dell'Italia la maglia nera dell'Unione europea? Lo ha spiegato ieri Corrado Clini, direttore generale del ministero dell'Ambiente: "Le misure già adottate comprendono l'attuazione di programmi in materia di produzione di energia, di riduzione dei consumi energetici e di smaltimento dei rifiuti e dell'efficienza nei trasporti". Tutto ciò porterebbe alla riduzione di circa 60 milioni di tonnellate entro il 2010, e significa che nella più rosea delle previsioni le emissioni di Co2 si attesterebbero sui valori del 1990. Quanto al raggiungimento degli obiettivi, il governo ha rilasciato una dichiarazione di intenti: "Faremo investimenti in altri paesi". Quali, non si sa. In sostanza, denunciano gli ambientalisti, il governo predica bene e razzola male. "Questo governo vede Kyoto come un ostacolo allo sviluppo - dice Andrea Poggio, vice presidente di Legambiente - e non come un'opportunità per un rinnovamento della produzione industriale. Le riduzioni annunciate altro non sono che la costruzione di nuove centrali elettriche già imposte dal mercato, mentre non c'è alcun investimento nelle fonti di energia alternativa". Del resto, ci sarà un motivo se in Italia le uniche due aziende che fanno pannelli solari sono in cassa integrazione mentre in Germania il settore occupa 45 mila addetti. Per non dire della "legge obiettivo", che prevede il 69% degli investimenti in opere stradali.

    Giorgio Salvetti
    Il Manifesto
    4 12 03


    ************************************************** ***********

    Riforestazione, la trappola di Kyoto
    Contrasti alla conferenza sull'uso di alberi gm e sui tempi degli interventi

    Il richiamo della foresta agita il mondo ambientalista: tra le partite aperte alla conferenza sul clima di Milano quella della "afforestazione" è una delle più controverse. Il Protocollo di Kyoto considera la foresta un sink, un serbatoio che accumula carbonio sottraendolo all'atmosfera. Siccome è previsto che per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di Co2 gli stati possano investire nei sink, piantare alberi sul proprio territorio o su quello altrui potrebbe diventare un investimento per far respirare il pianeta. Ma nelle stanze delle diplomazie sono scattate due trappole. Per investire in un sink vanno bene anche piante geneticamente modificate? E gli interventi di afforestazione, vanno tutti nella giusta direzione? Sul capitolo ogm ieri la Norvegia si è ritrovata isolata. Aveva chiesto che nel testo di negoziazione venisse riconfermato il divieto di utilizzare piante gm per la riforestazione e per tutta risposta ha ricevuto un "no" da Brasile, Francia e Irlanda. Secondo Danilo Mollicone, ricercatore forestale presso la Commissione europea e membro del comitato scientifico di Legambiente, si tratta di una vergognosa operazione di marketing che guarda altrove. "Non c'è nessuna evidenza scientifica che le piante geneticamente modificate possano essere utili contro i cambiamenti climatici" - spiega. "Le multinazionali e i paesi produttori di ogm stanno solo cercando di ottenere una sorta di `bollino blu' per la mitigazione del clima, per poi utilizzarlo in altri contesti".
    La seconda trappola, più pericolosa, potrebbe scattare oggi quando sarà messo all'ordine del giorno il Reforestation time limit. Attualmente sono considerati progetti validi ai fini di Kyoto solo le riforestazioni su terre che risultavano senza alberi prima del 1990: ora però ci sono alcuni paesi (Canada, Giappone, Indonesia e Bolivia) che vorrebbero spostare l'anno di riferimento al 2000. Una richiesta che innesca meccanismi perversi, perché in questo modo chi ha deforestato nell'ultimo decennio verrebbe premiato con investimenti; non solo: se l'azione di deforestazione risultasse molto vicina nel tempo a quella di riforestazione, qualche paese potrebbe essere incentivato a tagliare alberi per ottenere nuovi finanziamenti.
    Mollicone non è contro la riforestazione, però segnala che il problema è un altro. "L'assurdo del Protocollo di Kyoto - dice - è che a fronte di un obiettivo massimo di riduzione dei gas serra del 5,2%, la singola deforestazione della foresta tropicale oggi è responsabile del 25% delle emissioni globali. Invece di riforestare, bisognerebbe conservare il patrimonio forestale esistente, solo che facendo così si andrebbero a toccare gli interessi delle nazioni che hanno grandi foreste". E non è un caso se fino ad ora nessun consesso internazionale è mai riuscito ad ottenere la salvaguardia delle foreste.

    Luca Fazio
    Il Manifesto
    4 12 03

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    Predefinito Aria inquinata per Kyoto

    Milano, alla conferenza sul clima le diplomazie lavorano per un trattato flessibile
    Mentre alla Cop9 si manovra a porte chiuse, fuori circolerà aria fresca. Una ciclomarcia circonderà la città passando per il consolato russo, le società elettriche e le compagnie petrolifere sotto accusa per l'aumento di carbonio nell'atmosfera

    Mentre alla conferenza mondiale sul clima di Milano (Cop9) sono in corso grandi manovre a porte chiuse per convincere i paesi recalcitranti ad aderire al Protocollo di Kyoto, fuori dalla Fiera oggi per la prima volta circola un po' d'aria fresca grazie alla ciclomarcia che taglierà la città a cerchi concentrici. «Faremo un giro a spirale intorno al centro - spiega Andrea Poggio, vice presidente di Legambiente - e passeremo davanti al consolato russo, alle società elettriche e alle compagnie petrolifere che sono sotto accusa per l'aumento di carbonio nell'atmosfera». Il serpentone comincia alle 15 da piazza Amendola (zona Fiera), e poi incontrerà gli anarcociclisti di Critical Mass, che sempre partono da piazza Mercanti. Sarà una prima volta per un «movimento» che si misura sempre con una certa difficoltà sulle tematiche ambientali. A dare slancio non aiuta certo lo svolgimento della conferenza dell'Onu sui cambiamenti climatici, che si sta incartando in tecnicismi poco decifrabili che ruotano attorno a una questione principale: il «corteggiamento» della Russia per farla entrare nel club dei paesi che si spenderanno (e spenderanno) per la riduzione dei gas serra, un ingresso fondamentale per rendere operativo il Protocollo di Kyoto. Le trattative sono in corso, e le diplomazie stanno lavorando per arrivare in chiusura con in mano almeno un documento - il cosiddetto Mandato di Milano - che servirà a dare un senso alla Cop9. Gli obiettivi di massima sono due, anche se comincia a prevalere il timore che la conferenza si risolva in un nulla di fatto. Primo: assegnare obiettivi di riduzione anche a Cina e India nel quinquennio 2012-2016 (i due colossi economici che spaventano i russi non hanno obblighi di riduzione di Co2 in quanto «paesi in via di sviluppo»). Secondo: far partire comunque il Protocollo di Kyoto tra i paesi che lo hanno già ratificato (sono già 119). Del resto, anche se il Protocollo non è ancora entrato in vigore, secondo la Banca Mondiale i meccanismi flessibili (un paese può raggiungere il suo obiettivo di riduzione investendo in altri paesi) muovono già 200 milioni di dollari all'anno. Nel frattempo c'è un governo, quello italiano, che si sta dando un gran da fare per reclamizzare i presunti passi in avanti, e per stuzzicare i russi stringendo accordi bilaterali (businnes) prima ancora che il Cremlino abbia detto sì a Kyoto. Un atteggiamento che non piace agli ambientalisti. Legambiente, per esempio, non gradisce il pacchetto di provvedimenti anti-gas serra presentato ieri dal ministero dell'Ambiente che punta tutto sui meccanismi flessibili. «Tante manovre - spiega Roberto Della Seta, presidente di Legambiente - offrono alibi a molti paesi indutrializzati, Italia in testa, per non avviare misure domestiche concrete e vincolanti. Va bene la flessibilità, a patto di non sottrarsi però agli impegni vincolanti». E ci sono manovre che nascondono trappole, come quella ventilata dal governo che ammetterebbe nel conteggio di attività che producono crediti anche opere di riparazione dei danni ambientali. Dice Della Seta: «Allora persino il Mose di Venezia potrebbe diventare un'opera capace di generare crediti di emissione». Gianfranco Bologna, segretario del Wwf Italia, non vede di buon occhio gli incontri ravvicinati Italia-Russia. «Il nostro governo - dice - sta perdendo di vista l'obiettivo, che è quello di tagliare le emissioni inquinanti dei paesi sviluppati. L'Italia invece sembra voler favorire gli affari purchessia: qualsiasi accordo Italia-Russia può avere senso solo nell'ambito del Protocollo». Guarda a Mosca anche Pecoraro Scanio (Verdi): «Il governo italiano di fare il possibile per convincere la Russia a sottoscrivere il Protocollo: non basta fare le vacanze con Putin».

    Luca Fazio
    Il Manifesto 6 12 03

  5. #5
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    Predefinito Kyoto, non ci sono alternative

    Invece di vedere solo la metà vuota del bicchiere, in particolare la
    mancata adesione degli Stati Uniti e le incertezze della Russia, proviamo a
    valutare e tenere in considerazione la metà piena.
    Intanto 119 Paesi hanno ratificato il Protocollo di Kyoto: una larga
    maggioranza delle Nazioni Unite si è ormai formata attorno a questo
    Protocollo.
    Nessuno sottovaluta il peso degli Stati Uniti, ma non credo che nemmeno gli
    Stati Uniti possano sottovalutare a lungo quello di un'ampia maggioranza
    delle Nazioni Unite che, insieme all'Unione Europea, intende dare attuazione
    alla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici contrastando l'aumento
    delle emissioni inquinanti di gas serra.
    La Russia di Putin può negoziare la sua adesione cercando di trarne il
    massimo vantaggio possibile, ma con un limite che i negoziatori europei
    conoscono bene: la Russia ha un peso (per la riduzione delle sue emissioni
    del 1990 e per l'interesse ad un sistema energetico efficiente) maggiore
    dentro che fuori dal Protocollo.
    Lo schieramento internazionale che sostiene una strategia multilaterale,
    inoltre, coincide, in buona parte, con quello a favore del Protocollo di
    Kyoto: l'uscita della Russia da tale schieramento non pare molto probabile.
    Comunque questo Paese oggi non ha un peso tale, tecnologico, economico e
    politico, da determinare, da solo, l'esito finale del Protocollo di Kyoto.
    Non darei un peso eccessivo alla questione del quorum del Protocollo di
    Kyoto: al fatto che delle due condizioni operative del Protocollo, (che sia
    ratificato da 55 Paesi che rappresentino il 55% delle emissioni di gas
    serra), sia stata fino ad ora superata solo la prima.
    Intanto la Russia, per la crisi del suo sistema industriale, ha già, a
    prescindere dal Protocollo, fortemente ridotto le sue emissioni del 1990.
    Il vero problema sono gli Stati Uniti che producono una parte rilevante di
    emissioni di gas serra e che continuano a farle crescere (+19% rispetto a
    quelle del 1990) da una parte e, dall'altra, alcuni grandi Paesi in via di
    sviluppo (Cina, India, Brasile e altri) che vedranno crescere fortemente le
    loro emissioni totali e che non hanno assunto impegni di riduzione, neanche
    per il futuro.
    I 119 Paesi che hanno ratificato il Protocollo, con politiche nazionali e di
    cooperazione internazionale, possono applicare le misure previste
    realizzando positivi risultati ambientali, con costi accettabili, ma anche
    con vantaggi tecnologici ed economici.
    Nonostante le esitazioni, e perfino la confusione che sembra caratterizzare
    la politica del Governo italiano, l'Unione Europea ha cominciato ad attuare
    il Protocollo, con particolare impegno di alcuni Paesi Europei (Germania e
    Regno Unito) con misure non ancora soddisfacenti, ma che, comunque, hanno
    portato a frenare l'incremento delle emissioni europee ad uno 0,5% rispetto
    al 1990.
    Per alcune ragioni di fondo.
    Intanto il cambiamento climatico rappresenta ormai un pericolo reale:
    abbiamo avuto, nel 2003, un'estate caldissima ed ora abbiamo piogge
    alluvionali in molte zone.
    La Convenzione quadro è in vigore dal 1992: essa obbliga a prendere misure
    per contrastare l'aumento dei gas serra.
    Il modello del Protocollo di Kyoto non ha alternative: l'amministrazione
    Bush lo critica ma non ha, fino ad ora, proposto alcuna alternativa, né
    praticato una via più efficace, visto che le emissioni degli Stati Uniti
    continuano a crescere in modo consistente e insostenibile (più 19% rispetto
    al 1990).
    Per ridurre le emissioni è necessario fissare e raggiungere obiettivi
    precisi; questi obiettivi non possono essere raggiunti spontaneamente dal
    mercato né dall'evoluzione tecnologica, richiedono politiche e misure che
    devono essere verificate e controllate a livello internazionale, richiedono
    meccanismi flessibili di collaborazione e cooperazione internazionali: per
    ridurre le emissioni è necessario, in altre parole, dare attuazione al
    Protocollo di Kyoto.
    Anche per andare oltre gli obiettivi del primo step, insufficienti per
    contenere, nel medio termine, i cambiamenti climatici entro limiti
    sostenibili, fissando quindi obiettivi di riduzione più ambiziosi già per il
    2020 e coinvolgendo anche i grandi Paesi in via di sviluppo, è necessario
    applicare il sistema multilaterale, i meccanismi, le politiche e le misure
    del Protocollo di Kyoto.
    Il Protocollo di Kyoto è il risultato di oltre 10 anni di trattative
    internazionali, di ben 9 Conferenze mondiali: deve andare avanti, intanto
    con la sua attuazione nei 119 Paesi che lo hanno ratificato e che possano
    dare un significativo contributo al taglio delle emissioni dei gas serra.
    Ciò comporterebbe svantaggi economici per questi Paesi? Non necessariamente.
    Vediamo l'esempio dell'Italia.
    In Italia l'aumento delle emissioni di CO2 è quasi interamente imputabile
    alla loro fortissima crescita avvenuta nel settore dei trasporti.
    In questo settore il Governo Berlusconi ha incoraggiato la crescita delle
    emissioni abolendo la carbon tax, riducendo i finanziamenti al trasporto
    pubblico locale (gli autobus in servizio di linea, immatricolati nel 2001,
    erano 3500, nel 2003 sono scesi a 1900), privilegiando gli investimenti in
    autostrade rispetto a quelli destinati alle ferrovie ed al cabotaggio.
    Investimenti per una mobilità più sostenibile, meno congestionata, farebbero
    calare le emissioni di CO2 e crescere la qualità dei nostri trasporti.
    Nel settore della produzione di energia elettrica, per fare un altro
    esempio, la quantità di carbone utilizzata nelle centrali dell'Enel è
    cresciuta da circa 9,5 milioni di tonnellate nel 2000 a 11,3 milioni nel
    2002. I grammi di CO2 prodotti per kilowattora nelle nostre centrali
    termoelettriche sono cresciuti, da un valore medio di 692 nel 2000 a 720 nel
    2002, circa il 4% in più in soli due anni.
    Se invece di promuovere una crescita così consistente del carbone, si fosse
    puntato con decisione sulla tecnologia più avanzata delle nuove centrali a
    gas a ciclo combinato, con rendimenti elevati anche con piccole taglie, con
    lo stesso costo, si potevano avere riduzioni delle emissioni di CO2.
    Anche per l'efficienza energetica si può fare molto. Sono, per esempio, in
    commercio elettrodomestici (frigoriferi, congelatori, lavatrici,
    lavastoviglie, condizionatori) a bassi consumi ed alta efficienza
    energetica: sostituendo i vecchi elettrodomestici in uso con questi migliori
    modelli si potrebbero, mediamente, dimezzare i loro consumi elettrici; i
    maggiori costi dell'acquisto si potrebbero ripagare, in pochi anni, col
    risparmio sulle bollette. Ogni kilowattora risparmiato consente di ridurre
    circa 700 grammi di emissioni delle produzione di energia termoelettrica,
    con una riduzione delle emissioni di ogni famiglia pari a 5 quintali di CO2
    all'anno.
    Ed anche per le fonti rinnovabili si può fare molto di più: come mai in
    Germania vi sono 12.000 Megawatt di centrali eoliche ed in Italia non si
    arriva a 800?
    Come mai in Italia si punta così poco sulla generazione distribuita, con
    impianti di piccola taglia, con fonti rinnovabili o convenzionali, ad alta
    efficienza, in prossimità dell'utenza, con risparmio nei costi di trasporto
    e maggiore possibilità di produzione combinata di energia elettrica e di
    calore?
    Queste carenze, accentuate dal Governo Berlusconi, hanno prodotto in Italia
    una crescita di oltre il 7% delle emissioni di gas serra rispetto al 1990, a
    fronte di un impegno di riduzione del 6,5%.
    L'applicazione del Protocollo di Kyoto farebbe, invece, bene al clima, ma
    anche all'Italia, contribuendo alla modernizzazione ecologica, al
    miglioramento del nostro sistema energetico, ma anche della competitività
    del Paese.


    Edo Ronchi
    L'Unità
    5 dicembre 2003

  6. #6
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    Predefinito Ogm, il richiamo della foresta

    Per ridurre la Co2 l'Occidente può riforestare i territori dei paesi in via di sviluppo con piante geneticamente modificate. E' l'accordo siglato a Milano alla conferenza sul clima.

    Nel bel mezzo della conferenza mondiale di Milano sui cambiamenti climatici, ci ritroviamo improvvisamente in una selva oscura piena di organismi geneticamente modificati. Non bisogna essere scienziati per capire che non c'é alcun nesso tra gli ogm e l'effetto serra, eppure i semi brevettati dalle multinazionali del biotech sono riusciti a tenere banco anche alla Cop9 di Milano. Ieri, infatti, l'organismo tecnico della conferenza ha stabilito che gli stati a economia avanzata per assorbire le emissioni di Co2 possono riforestare il territorio dei paesi in via di sviluppo anche con piante geneticamente modificate. Toccherà al tavolo politico approvare o respingere il tentativo maldestro di imporre gli ogm reclamizzandone l'improbablie azione mitigatrice sul clima. Si annuncia una battaglia politica che sarà la fotocopia di ciò che sta succedendo in campo alimentare, con l'Europa che farà muro contro il dilagare degli organismi geneticamente modificati. L'unico a non essersi accorto della posizione della Ue è Altero Matteoli, il «nostro» ministro dell'Ambiente. Intervistato da Radio Popolare, si è detto stupito per il rumore sollevato dalla questione: «E' una sorpresa che ci siano delle polemiche, pensiamo che gli ogm si possano utilizzare tranquillamente, per quanto riguarda gli alberi non è roba che finisce nel piatto». Del resto, non si può pretendere che un ministro dell'ambiente come Matteoli sappia che tra le specie arboree figurano anche gli alberi da frutto, né che nel mondo non c'è alcuno studio sull'impatto ambientale provocato da una foresta gm.
    La decisione di ieri ha dell'incredibile perché la questione è stata sollevata una settimana fa quando la Norvegia aveva solo chiesto che venisse riconfermato il divieto di utilizzare piante gm per la riforestazione. Nel giro di pochi giorni quel divieto è stato ribaltato in un via libera. Secondo Danilo Mollicone, ricercatore forestale presso la Commissione europea e membro del comitato scientifico di Legambiente, si tratta di una vera assurdità. «La convenzione ha un suo organismo scientifico che da anni dà le indicazioni da seguire - spiega - e questo organismo non ha mai messo gli ogm all'ordine del giorno. Nel mondo in questo momento esiste un solo esperimento in Vietnam, dove un'azienda australiana ha piantato 10 mila ettari di acacia, ma a tutt'oggi non c'è alcun risultato, anche perché un bilancio su una foresta si fa dopo una decina d'anni».
    Andrea Poggio, vice direttore nazionale di Legambiente, mette l'accento su una manovra altamente pericolosa. «Da un lato apre un ulteriore varco alle colture ogm in larghissima parte del pianeta - spiega - e dall'altro infierisce un duro colpo alla biodiversità. L'accordo non prevede infatti nessun piano di tracciabilità per le sementi geneticamente modificate e non consente quindi agli stati di compiere scelte consapevoli tra acquisti di crediti ogm e ogm free».
    Se gli ogm sono una insidia del presente, ieri il clima alla Cop9 si è rasserenato almeno guardando al futuro dell'economia all'idrogeno, tema che è stato dibattuto in un convegno promosso dalla Regione Lombardia, grande sponsor di quella che il sociologo Jeremy Rifkin saluta come «la terza grande rivoluzione industriale». Secondo Andrea Masullo, responsabile energia e risorse del Wwf, però l'emergenza clima non può aspettare perché la ricerca sull'idrogeno ha bisogno di tempi lunghi. «Il suo sviluppo - dice - deve necessariamente proseguire in parallelo all'avvio di misure concrete immediatamente fattive: risparmio energetico, efficienza degli impianti, politiche di incentivo e disincentivo».
    A movimentare la nona giornata della Cop9 ieri mattina ci ha pensato un gruppo di attivisti di Greenpeace, con una incursione spettacolare alla loro maniera: si sono calati dalla facciata delle Fiera di Milano con uno striscione di 150 metri quadrati in favore dell'energia eolica, «no more nukes, Europe go wind».

    Luca Fazio
    Il Manifesto 10 12 03

  7. #7
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    Predefinito Il vertice mondiale sull'ambiente prepara un futuro a idrogeno

    Si chiama idrogeno il signore della Cop9, il vertice mondiale sui cambiamenti climatici. Si chiama idrogeno la soluzione più credibile nel medio termine ai problemi che affliggono il pianeta, all'inquinamento, alla crescita preoccupante dei gas serra e al pericoloso innalzamento della temperatura media della Terra.
    La conferma che sarà l'idrogeno l'erede del carbone e del petrolio è arrivata dal convegno organizzato ieri al Padiglione Italia nel contesto della Conferenza mondiale delle parti, quella del protocollo di Kyoto, il vertice a cui partecipano 188 delegazioni di altrettanti Paesi. L'importanza della scelta idrogeno è arrivata da noti studiosi e politici, dal premio Nobel Carlo Rubbia a Jeremy Rifkin, presidente della «Foundation on economic trends», a Devid Garman (ministero dell'Energia degli Stati Uniti), al ministro italiano dell'Ambiente, Altero Matteoli, al presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni. Interesse anche da parte delle associazioni ambientaliste, rappresentate dal presidente di Legambiente, Ermete Realacci. Ha detto Rifkin: «L'aumento della temperatura del pianeta durante il XXI secolo porterà a fenomeni climatici molto negativi che costeranno miliardi e miliardi di euro e potrebbero portare anche a crisi di tipo politico e militare. La società industrializzata ha davanti a sé quarant'anni di uso del petrolio: ma bisogna intervenire molto prima. L'alternativa è l'idrogeno prodotto in maniera "pulita"».
    Già, perché anche l'idrogeno bisogna comunque produrlo. E per produrlo serve energia. Ma secondo Ennio Macchi, del Politecnico di Milano, questa energia può venire anche dallo "sporco" carbone, proprio da quel carbone che emette anche tanta anidride carbonica. Ha detto Macchi: «L'uso del carbone appare ragionevole. È molto economico, le scorte si stima dureranno ancora per duemila anni. È vero, il processo di combustione produce molta anidride carbonica, per questo è necessario realizzare impianti in grado di "sequestrarla" e poi di convogliarla in tubazioni che la smaltiscano in maniera geologica, cioè a circa ottocento metri sotto la superficie della Terra, nei depositi acquiferi salini profondi"».
    Ma per quanto tempo l'anidride carbonica potrebbe restare segregata laggiù? Nessuno ha una risposta. Anche per questo le associazioni ambientaliste accettano l'idrogeno, ma chiedono che venga prodotto in maniera compatibile per l'ambiente. Pablo Fernandez Ruiz, direttore generale del dipartimento Energia della Commissione Europea, ha illustrato i programmi finanziati dall'Ue in questo settore, ha parlato dei «Progetti integrati» e delle «Reti di eccellenza composte da 34 componenti fra industrie, istituti di ricerca, università, con cospicui finanziamenti». È necessario uno sforzo di ricerca, ha detto Ruiz, ma è fondamentale anche il coordinamento di queste ricerche. E ricerche se ne fanno anche in Italia, a Milano e Torino per esempio. La Fiat è impegnatissima. A Milano si sta progettando la Cittadella dell'Idrogeno alla Bicocca. Una centrale a metano sarà in grado di produrre 970 metri cubi di idrogeno all'ora. Sempre a Milano, l'Atm ha già ordinato autobus e autovetture a idrogeno. L'anidride carbonica prodotta dal metano verrà «sequestrata» dall'impianto.

    Paolo Aresi
    L'Eco di Bergamo
    10 12 03

  8. #8
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    Predefinito Il tempo cambia, l’uomo no. Governi divisi sulla lotta all'inquinamento

    Seimila delegati di 189 Paesi si sono riuniti alla Fiera di Milano per la COP9, conferenza sul clima e suoi cambiamenti. Partecipano i governi che hanno aderito al Protocollo di Kyoto del 1997 per la riduzione dei gas-serra che più influenzano il clima. Il 9 indica che questo è il nono tentativo di applicare alla realtà quel famoso Protocollo. Si poneva traguardi non mirabolanti: ridurre entro il 2012 le emissioni di poco più del 5% rispetto al 1990. Ma non si era riusciti a raggiungere alcun accordo sul «che fare», né alla Conferenza dell’Aia nel 2000, né a quella di Marrakech nel 2001, neppure a quella di Nuova Delhi lo scorso anno. Avrà esito migliore questa di Milano? Alla vigilia della sua conclusione le posizioni restano quelle note: alla finestra gli Stati Uniti, responsabili del 37% dell’inquinamento dell’atmosfera terrestre, vacillante la Russia che pesa col suo 8,8%, determinante per raggiungere assieme ai Paesi europei il 55% richiesto dal trattato (l’Italia è sul 3,5% e la sua quota sta crescendo, contro il 2,5 della Francia). Gli Stati Uniti hanno rifiutato dall’inizio di sottoscrivere il documento di Kyoto. In nome delle esigenze di mantenimento dei propri usi e consumi (un americano produce ogni anno due volte l’anidride carbonica di un europeo) non adottano politiche di risparmio energetico.

    E’ ormai difficile trovare qualcuno, dotato di qualche autorità scientifica, che metta in dubbio i cambiamenti del clima con i loro effetti rovinosi. Il presidente della Società Italiana di Meteorologia, Luca Mercalli, è chiarissimo: «Il clima cambia non per cause naturali. Se continueremo a inquinare come stiamo facendo, la temperatura del globo potrebbe aumentare di 2-6 gradi nel prossimo secolo». Conseguenze probabili per noi: l’Italia esposta a lunghissimi periodi di siccità seguiti da piogge di tipo tropicale e da violenti uragani, associati a inondazioni e altri eventi distruttivi.

    Rimedi urgenti: ridurre i gas da combustione (in testa l’anidride carbonica) dovuti all’uso del petrolio e suoi derivati. Perciò ridurre l’uso delle automobili, ridurre i consumi di elettricità fornita da centrali a petrolio o a carbone. Sembrerebbe quasi impossibile non potendo cambiare usi e abitudini su cui si fonda un sistema economico. Ma non occorrono capovolgimenti assurdi. Basterebbe adottare piccoli accorgimenti offerti dal progresso tecnologico. Un primo esempio: negli Stati Uniti 4,8 milioni di lampadine a basso consumo, CFLS, hanno fatto risparmiare nel 2002 tanta elettricità quanto quella prodotta bruciando quasi 5 milioni di tonnellate di carbone, equivalenti a 94 mila tonnellate di anidride carbonica. Se quel tipo di lampadine venisse usato in tutto il mondo, si otterrebbe un risparmio equivalente la produzione di 40 centrali termoelettriche. Piero Bianucci mi offre un altro esempio: se ogni famiglia italiana applicasse i doppi vetri alle finestre, le emissioni di gas-serra per il riscaldamento diminuirebbero in misura pari a tre mesi di arresto di tutte le automobili circolanti in Italia. Come si vede non c’è bisogno di ritornare al lume di candela o alle carrozze a cavalli.
    Il rischio che stiamo correndo è quello dell’indifferenza, generata dalla sensazione di non poter fare nulla di risolutivo perché l’Italia pesa poco, perché lo sviluppo economico non deve arrestarsi, perché noi stessi, individualmente, saremmo impotenti. Non è vero. Anzitutto potremmo premere sul governo e sul Parlamento per ottenere una politica energetica mirata alla riduzione del nostro 3,5% di emissioni inquinanti. Come? Favorendo, ad esempio, la produzione e la diffusione di lampadine a basso consumo, ora prodotte in Cina. L’adozione di doppi vetri e di sistemi di autoventilazione per rinfrescare la casa d’estate (senza ricorrere al condizionatore d’aria che divora elettricità) come si fa nei grattacieli delle ultime generazioni.

    Come cittadini possiamo manifestare pubblicamente la nostra richiesta di politiche idonee. Girotondi e raduni di massa sarebbero utili anche per il clima: ci pensino i sindacati e gli intellettuali che li organizzano, i partiti che li appoggiano. Il cambiamento del clima è una minaccia per il nostro futuro non meno grave di quella dell’invecchiamento e delle incertezze sulle pensioni per i giovani di oggi e domani.

    Mario Fazio
    La Stampa 12 12 03

  9. #9
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    Predefinito Cop 9 chiude. Kyoto resta ferma al palo

    La nona megaconferenza mondiale sul clima finisce a Milano senza aver fatto praticamente nessun passo avanti. Seimila delegati in un'estenuante maratona negoziale hanno solo trovato un accordo sulla riforestazione, infilandoci gli ogm

    Nemmeno un brindisi. Una foto ricordo. Dodici giorni di trasferta all'estero non si negano a nessuno: però, adesso che si sono spente le luci alla conferenza mondiale sul clima, è perfino difficile spiegare perché mai sono sbarcati a Milano 6000 delegati in rappresentanza di 188 paesi del mondo. Si dirà: per il Protocollo di Kyoto, come da programma. E allora diciamo subito che il Protocollo è vivo, sì, anche se non è ancora entrato in vigore: perché la Russia, e si sapeva da mesi, deciderà solo dopo le elezioni presidenziali di primavera se entrare nel club delle 119 nazioni che hanno deciso di ridurre le emissioni di anidride carbonica del 5,2% entro il quinquennio 2008-2012. Per alcuni osservatori del variegato mondo ambientalista questo basta e avanza per tirare un sospiro di sollievo, perché molti temevano che la folta delegazione Usa (che boicotta il Protocollo) sarebbe riuscita a spostare l'attenzione sull'export tecnologico piuttosto che sui precisi vincoli di riduzione dei gas serra. Ma è davvero troppo poco per dirsi soddisfatti.
    L'Italia ha fatto la sua solita pessima figura a livello internazionale, in buona compagnia di tutti i politici che nemmeno si sono avvicinati alla Fiera di Milano. Certo, il ministro Matteoli ha stretto più mani alla Cop9 che in tutta la sua vita, cercando di concludere qualche buon affare al di fuori dal Protocollo di Kyoto con gli «amici» americani e russi. Ma alla fine si è accontentato di leggere la letterina di Berlusconi.
    Taglia corto Alfonso Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi: «La Cop9 si chiude con un pericoloso e irresponsabile fallimento, il governo si è dimostrato totalmente inadeguato, Berlusconi venga a riferire al Parlamento sulle scelte del suo esecutivo».
    A voler essere proprio ottimisti, qualcosa di buono è stato ottenuto. La decisione di riforestare per assorbire Co2 senza trucchi per farsi finanziare dai meccanismi di Kyoto: però sono spuntati dal cilindro gli alberi geneticamente modificati, tema che rischia di essere il solo a passare alla storia di questa nona conferenza mondiale sul clima senza infamia e senza lode. Quanto al fondo speciale per i cambiamenti climatici destinato ai paesi poveri, argomento che ieri ha tenuto banco fino a sera tardi, si parla di appena 410 milioni di euro. Una vera miseria.
    Tutti sanno che la partita vera, quella tutta politica - l'ingresso della Russia, l'opposizione degli Usa e il coinvolgimento di Cina e India - si gioca su altri tavoli, perché se c'è un'altra cosa che si è capita alla Cop9 è che le «diplomazie ambientali» contano meno del due di picche, e certamente molto meno della World Trade Organization (Wto). «Al termine del vertice il Protocollo di Kyoto non solo non è stato approvato, ma non ha fatto nemmeno decisi passi in avanti», è l'opinione di Andrea Poggio, vice direttore di Legambiente. «Certo - prosegue - i contenuti del Protocollo non escono indeboliti dal vertice e si può anche sperare nella primavera di Mosca. Ma Milano si chiude con un nulla di fatto annunciato».
    I lenti progressi della Cop9, invece, non scontentano Wwf e Greenpeace; è un atteggiamento che poggia sulla considerazione che questa è comunque l'unica strada giusta per la riduzione dei gas serra e che questa strada non è stata abbandonata.
    E può far ben sperare il fatto che fuori dalle stanze di Cop9, con il Protocollo di Kyoto non ancora in vigore, stanno già decollando piccoli esperimenti pilota. Segno che alcuni meccanismi virtuosi cominciano a mettersi in moto.
    Un piccolo esempio è quello che è successo in una scuola per l'infanzia di Melegnano (Mi) dove l'amministrazione comunale (sponsorizzata da Legambiente e dalla società Atel Energia) ha semplicemente realizzato un'intelligente operazione di risparmio energetico intervenendo sull'illuminazione e sugli elettrodomestici: con 3500 euro sono riusciti a ridurre le emissioni di Co2 del 17%. E così hanno realizzato anche un investimento, perché con la diminuzione delle bollette l'investimento verrà assorbito in 7 anni. Dunque, Kyoto conviene. Anzi, converrebbe.

    Luca Fazio
    Il Manifesto
    13 12 03

 

 

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