Per un Europa che voglia contare e proporsi come modello alternativo all'unilateralismo statunitense e all'insostenibile american way of life, il Protocollo di Kyoto rappresenta un'occasione imperdibile. La scelta ormai conclamata degli Stati uniti di chiamarsi fuori da ogni approccio multilaterale ai problemi globali (no al Tribunale penale internazionale, no al Trattato antitortura, no all'accordo sulla deroga alle regole brevettuali per i farmaci anti-Aids e, appunto, no al Protocollo di Kyoto) ha messo in crisi o portato al fallimento gran parte degli ultimi vertici internazionali, da quello della Fao di Roma alla conferenza di Monterey sul finanziamento dello sviluppo, al summit di Johannesburg. D'altra parte, l'azione del cartello dei governi dei paesi più poveri, simboleggiato dal cosiddetto G77, ha confermato la totale inadeguatezza delle loro classi dirigenti: con alcune importanti ma isolate eccezioni - la vittoria di Lula in Brasile, la svolta democratica in Kenya - nella stragrande maggioranza dei paesi poveri continuano a governare élites corrotte e antidemocratiche, distanti dagli interessi dei loro popoli almeno tanto quanto il G8.
In questo scenario, è l'Europa - nonostante alcune pessime sortite come quella di Cancun in difesa dei sussidi all'agricoltura - che può e deve tracciare una via diversa. E' certo che l'Italia, come presidente di turno dell'Unione europea e ospite dei rappresentanti dei 188 paesi riuniti a Milano per tagliare le emissioni inquinanti, si presenta con un pessimo biglietto da visita. Abbiamo accolto con un pizzico di amara soddisfazione le parole del ministro Matteoli con le quali, dopo aver in passato parlato con sospetto del solare e soprattutto dell'energia eolica, ha ammesso il pesante ritardo che ci separa da paesi anche a noi vicinissimi nella partita delle energie rinnovabili.
L'Italia produce solo 800 megawatt eolici, contro i 12.000 tedeschi. E già oggi, con una copertura che è solo dello 0,5% del fabbisogno nazionale, risparmia emissioni di Co2 per circa due milioni di tonnellate. La piccola e sicuramente meno assolata Austria vanta ben 2.300.000 mq di pannelli solari termici, mentre l'Italia, il paese del sole, arriva a 400mila mq, concentrati, ironia della sorte, soprattutto nelle province di Trento e Bolzano. Apprezziamo le dichiarazioni di Matteoli perché, invece, fino ad oggi il governo è stato a dir poco indifferente all'argomento. L'Italia ha ratificato, è vero, il protocollo di Kyoto. Ma se dovessimo, oggi, rispettare i termini di quell'impegno, il taglio da apportare alle nostre emissioni sarebbe doppio (quasi il 12% entro il 2012) di quello indicato nel 1997 (5,8%). La crescita dell'eolico ha subito uno stallo (da un + 63% del 2001 ad un misero +15% nel 2002) dovuto alle farraginose procedure per ottenere finanziamenti.
Nella principale iniziativa in campo energetico dell'attuale maggioranza, il decreto Marzano, persino i rifiuti vengono considerati, e dunque sponsorizzati, come fonti rinnovabili. A darci la misura effettiva delle politiche energetiche del governo è stato il blackout. La sola risposta di cui Marzano è stato capace è il solito refrain sulla necessità, non peregrina fra l'altro, di costruire nuove centrali. E il risparmio? E le rinnovabili? L'emergenza è il timone politico e la miopia la bussola del governo in un settore tra quelli più strategici per il futuro di un paese e dell'intero pianeta. Il governo non riesce a vedere che il sostegno alle energie rinnovabili e a politiche di risparmio produce anche tagli importanti nelle spese sanitarie, sociali ed ambientali. Non vede che scommettere su eolico e solare può rappresentare una grande occasione di sviluppo e di riconversione dell'industria nazionale. E se il nostro governo mostra di non capire questo, è difficile, ci pare, che sappia convincere privati o altri paesi che quella della riduzione delle emissioni è la strada vincente.
Ecco perché il bilateralismo allargato, gli accordi di cui Matteoli ci ha parlato in questi giorni, se certamente non sono da buttare - la stessa Legambiente, insieme al KyotoClub, ha pensato ad un sistema volontario per neutralizzare le proprie emissioni nel periodo della Cop9, mandando un Sms da telefonino Tim al 44770 - con altrettanta certezza ci sembranoinsufficienti. Kyoto è e deve restare un passaggio non eludibile, ed è un peccato che l'Italia, coi suoi rapporti privilegiati che la legano alla Russia, non abbia saputo fare niente di convincente per spingerla alla ratifica.
Roberto della Seta
Presidente nazionale Legambiente
Il Manifesto 2 12 03
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