...Schifani e Consulta
Me lo sentivo che prima o poi sarebbe successo. A furia di gridare al fascismo incombente, a citare Goebbels, Hans Franck e compagni, il professor Franco Cordero ha finito per suggestionare qualche anima impressionabile che lo ha preso sul serio.
Strano che sia successo, visto l’insopportabile pedanteria dell’autore, eppure è capitato nientemeno che al professor Alessandro Pace, normalmente giurista pacato e di chiara fama, che avrebbe paragonato il processo pendente alla Corte costituzionale sul lodo Schifani (ma non era Maccanico?) a quello di fronte alla Corte suprema di Lipsia che nel 1932 contribuì a schiudere le porte alla dittatura nazionalsocialista. Mamma mia!
Per la verità è sempre stata un’aspirazione dei giuristi italiani quella di calarsi nella vesti degli eroici Herman Heller e Viktor Nawiasky che difesero le ragioni della democrazia contro il solforoso e arcigno Carl Schmitt, la bestia nera di ogni sincero liberale. Si capisce. Tenuto conto che in epoca fascista i giuristi italiani non sono stati dei cuor di leone, questa voglia di riscatto è comprensibile, tanto più che oggi non si rischia granché.
Ma, anche a essere trepidanti, non mi pare che il lodo sia paragonabile al Preubenschlag del 20 luglio 1932 col quale il governo Hindenburg-Papen commissariava brutalmente la repubblicana amministrazione prussiana sulla punta delle baionette. E’ segno dei tempi che la sfida al governo Berlusconi davanti ai magistrati non tema nemmeno il ben più severo giudizio al cospetto del tribunale del ridicolo, quello sì senza appello.
Ma calma. Ci viene spiegato che, circo mediatico a parte, esistono ragioni di merito, a quanto pare serie.
Serie? Si fa un gran parlare di principio di uguaglianza violata, di figuraccia di fronte all’Europa dove non si fanno distinzioni di rango o di funzioni.
Vediamo. Cominciamo col principio di uguaglianza.
Mi pare di ricordare che uguaglianza significa che si trattano in modo diverso situazioni diverse.
Le alte cariche, che sono state elette dai cittadini per governare il paese e le istituzioni, possono decentemente beneficiare di una tregua processuale, ferma restando la sospensione della prescrizione?
E’ il puro buon senso a suggerire di sì, a meno che non si voglia sostenere che qualsiasi pm, più o meno in possesso delle sue facoltà mentali, può tenere in ostaggio mezza Repubblica.
Passiamo all’Europa, dove siamo additati da qualche zelante solone a fanalino di coda della legalità.
Mi spiace ripetermi, ma l’ottimo Jacques Chirac, che comanda il governo francese, si è fatto varare un bello scudo, con tanto di benedizione della scienza giuridica francese e delle massime magistrature.
Non solo. Pm e giudici istruttori, in Francia come in Germania (ricordate Kohl?) coltivano l’arte della prudenza, per scelta o per necessità.
Per necessità, anche, certo, perché chi legga con un minimo di distacco le cronache dei nostri vicini non ha difficoltà a registrare la riluttanza – chiamiamola così – dei magistrati di quei paesi a mettere il becco nella politica.
Che sia il costume, la gerarchia, l’influenza del potere politico sulle carriere, poco importa: da nessuna parte la magistratura si è autoinvestita come in Italia del diritto sovrano di fare e disfare governi e parlamenti secondo il proprio bon plaisir.
Se si vuole ripristinare il principio di uguaglianza nella sua integrità sarebbe bene allora cominciare da quello di fronte all’azione penale che tutto è fuorché rispettosa della parità dei cittadini davanti alla legge.
Poteri in ostaggio della magistratura
Dispiacerebbe molto allora che questo scudo Schifani-Maccanico cadesse vittima di una molto ipocrita opera di denigrazione all’insegna di solenni principi fino a oggi strapazzati nella prassi senza che nessuna voce si levasse per protestare.
Il formalismo giuridico è stato da sempre un eccellente alibi per conservare lo status quo, salvaguardando equilibri e posizioni dominanti che sotto la sua ala trovavano comodo rifugio. Sarebbe ora che questo malcostume finisse e si chiamassero le cose col loro nome. La politica non può essere ostaggio di un potere giudiziario diffuso e irresponsabile: i francesi lo ripetono tutti i giorni, senza essere tacciati di tentazioni autoritarie. Il lodo è conforme ai principi primi del costituzionalismo, ossia a quella separazione dei poteri di cui negli ultimi dieci anni in Italia si è fatto scempio.
Speriamo che la Corte costituzionale ne tenga conto.
Stefano Mannoni su il Foglio
saluti




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