Le ultime basi a stelle e strisce sono nate dopo l'11 settembre: in Iraq, in Afghanistan, nei paesi asiatici dell'ex Urss, tre nella stessa Europa, pare che si negozi in segreto anche a Timor Est. Il circolo è indubbiamente mortale: le guerre vinte fanno nascere nuove basi Usa e le nuove basi Usa fanno vincere nuove guerre. Installazioni, basi, controllo di spazi aerei e marini, «centri di ascolto» sono le sovversive cellule dell'impero su cui non tramonta mai il sole, perché ha presenze militari in 70 paesi e truppe in 156, condizionandone la politica, rendendoli complici di operazioni militari e al tempo stesso vittime. Le basi, vitali per gli interessi strategici ed economici, adempiono anche a peculiari funzioni. Si pensi alla prigione «extraterritoriale» di Guantanamo o all'avamposto «anticinese» in Kirgizistan a sole 250 miglia dal futuro nemico. Gli insediamenti militari significano perdita di democrazia, espropri di terre, perfino disgregazione sociale in alcuni contesti (si pensi alla prostituzione), rischi per l'ambiente e per la salute legati all'uso e stoccaggio di sostanze nocive, che nella migliore delle ipotesi provocano malattie e rischi per gli abitanti delle aree circostanti, e nella peggiore giocano con il fuoco nucleare. Sono 150 le armi nucleari nella sola Europa, suddivise in 9 basi situate in 6 paesi, in violazione dei trattati internazionali sugli armamenti. Non stupisce quindi che la resistenza e la protesta delle popolazioni locali contro le basi americane facciano parte della storia dei decenni scorsi e dell'attualità.
Durante un incontro internazionale a Jakarta (fine maggio 2003), il movimento contro la guerra ha approvato l'idea di una campagna mondiale contro le basi Usa, come contenitore e potenziatore delle sparse campagne locali. Al Forum Sociale Europeo di Parigi è stata proposta una campagna europea, anche contro le installazioni Nato, mentre quella internazionale dovrebbe essere formalizzata al Forum Sociale Mondiale di Bombay, in gennaio. A una rete di collegamento già partecipano attivisti e gruppi in 40 paesi, con l'organizzazione thailandese Focus on the Global South a fare da collegamento. Messaggi arrivano dalla famigerata base di Diego Garcia di cui si chiede la chiusura e il ritorno delle popolazioni sfrattate, dagli attivisti delle Hawaii che studiano i gli effetti sanitari del «luogo più militarizzato del mondo», da comitati australiani, da attivisti greci (Creta ha la maggiore base militare Usa dell'Europa meridionale).
L'Italia con le sue 126 fra basi e installazioni ha molto lavoro da fare. Incidenti, stragi, sciagure evitate per un soffio. Con qualunque governo; a partire dal 1976, con l'incendio che lambì i missili atomici in Puglia, per passare alla tragedia di Ustica, per arrivare al Cermis, fino all'ultimo caso alla Maddalena. Tutto nel silenzio e nell'impunità. Nel 1998 fu indetta una giornata nazionale di mobilitazione («Gettiamo le basi»), ma finora i comitati locali hanno continuato a lavorare da soli, più forti in alcuni luoghi, la Sardegna in testa, che in altri. Occorre invece collegare analisi, informazione, sensibilizzazione, proposte sui danni prodotti dalle basi e dal loro uso ai fini di guerra. Evitando però che la campagna antibasi Usa avalli «in alternativa» il riarmo europeo.
E' realistico l'obiettivo di far chiudere le basi Usa? Significherebbe cambiare il mondo...Intanto si cerca di rendere visibile e pubblico quel che finora è stato invisibile e segreto. Alcune battaglie vinte (si pensi a Olongapo nelle Filippine) hanno dimostrato che l'opposizione da parte delle amministrazioni locali e degli abitanti può essere efficace; la concertazione internazionale di tante campagne locali non potrà che rafforzarle. Le basi, però, hanno il loro indotto e i loro posti di lavoro: una delle componenti della campagna saranno dunque le proposte di riconversione territoriale e occupazionale, da elaborare con le popolazioni interessate.

Marinella Correggia
Il Manifesto
13 12 03