...avanti da sola
Gerusalemme. Se non ci sarà progresso nel negoziato di pace nel giro di qualche mese, allora Israele avvierà passi unilaterali in nome della sicurezza, si ritirerà da alcuni territori, sposterà alcuni insediamenti, saranno decisioni estremamente difficili e dolorose, ma saranno fatte per ridurre frizioni e tensione.
Naturalmente Israele è interessato a condurre negoziati diretti, ma il governo non intende tenere la società in ostaggio, nelle mani dei palestinesi, non aspetterà che si muovano ancora a lungo. La costruzione della barriera di sicurezza e contenimento prosegue e sarà più veloce, perché il paese ha bisogno di un qualche confine che sia difendibile più facilmente dal terrorismo.
Niente di più nel discorso di Ariel Sharon, discorso molto atteso, alla conferenza per la sicurezza che si tiene in un quartiere
periferico di Tel Aviv, Herzliya, ma è la prima volta che stabilisce un limite di tempo, la prima volta che lo fa in pubblico discorso
nazionale, nel senso che per un leader del Likud è di importanza
storica annunciare che dei settlement in West Bank verranno abbandonati.
Il primo ministro ha confermato fedeltà alla carta scritta, che si conosce come “road map”, ma ha mantenuto le riserve israeliane,
quattordici, al progetto di Stati Uniti, Russia, Europa e Nazioni Unite; agli obblighi della road map Israele si atterrà, facciano qualcosa per disarmare e smantellare il terrorismo anche i palestinesi dell’Anp, mantengano gli impegni.
Il primo ministro ha costruito sapientemente l’attesa per questo discorso, e si può dire che in buona parte le cose importanti che ha detto erano già filtrate, soprattutto che avevano senso politico.
Due sono le esigenze principali del governo Sharon.
Deve dare un impulso al processo di pace perché è questo che l’opinione pubblica israeliana si aspetta, stanca com’è di terrorismo, bisognosa di qualche tregua e sicurezza in più, pronta ad accettare misure decise unilateralmente proprio perché vuole pace ma non nutre alcuna fiducia nella controparte palestinese, né nei vari primi ministri che Yasser Arafat va e presumibilmente andrà nominando.
Deve tener fede alle promesse fatte al suo alleato numero uno, gli Stati Uniti di George W. Bush, e di ritirarsi dagli insediamenti illegali ha promesso, anche nel discorso fatto ad Akaba, quando si finse di sperare in Abu Mazen e di aver liquidato Arafat; deve farlo tanto più ora che il circo mediatico di Ginevra, un accordo fra privati cittadini palestinesi e israeliani certamente di buona volontà ma ricalcante altri progetti già falliti, insomma spuntato da un cilindro ma non realizzabile, ha tanto strepitato.
Per questo il primo ministro israeliano ha colto ogni occasione ufficiale per ricordare che da certi insediamenti, a Gaza e in West Bank, è necessario ritirarsi, e tanto vale abituarsi all’idea.
Per questo ha mandato in missione il suo vice, Ehud Olmert, ministro dell’Industria, a dichiarare durante la cerimonia che commemorava il grande Ben Gurion, e in una intervista che ha fatto scalpore, che Israele si ritirerà da buona parte dei territori, Gerusalemme Est inclusa, con qualche sorpresa.
Una decisione di ritiro unilaterale è facile da far passare anche alla Knesset, se si escludono estrema destra ed estrema sinistra, anzi nacque, all’inizio degli anni 90, proprio negli ambienti politici della sinistra.
I laburisti, quando sono stati al governo, il coraggio non l’hanno mai avuto, tantomeno Shimon Peres, solo Ariel Sharon l’ha fatto, nel 1982, nel Sinai.
E Mubarak sta meditando un gran passo
Corrisponderà il ritiro alla barriera difensiva, fino a oggi rivendicata solo come costruzione tattica, voluta per difendere le vite dei civili, prevenire i terroristi suicidi dall’entrare e colpire?
Gli Stati Uniti per ora non ne vogliono sapere, è contesa l’area della Cisgiordania a Ovest della barriera, ma il discorso di Sharon non è fatto contro e senza l’amico americano, e il discorso di ieri sera alla Conferenza per la sicurezza, di Herzlyia, era partito qualche ora prima per essere letto a Washington.
Che ha risposto rinviando ufficialmente e ancora alla road map; Sharon però scommette che Abu Ala non arriverà all’estate, dunque che al Dipartimento di Stato verrà impartito ordine di non agitarsi, mancheranno poche settimane alle elezioni presidenziali e i voti serviranno tutti.
Forse per allora sarà diverso anche il rapporto con il governo egiziano, con il presidente Hosni Mubarak, che si starebbe decidendo a visita di Stato in Israele. Sharon ha un progetto chiaro, ma lo renderà chiaro solo tra qualche mese.
saluti




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