Si fa troppa demagogia sui....
....“poveri risparmiatori traditi”
Mi accingo a scrivere un articolo difficile, per l’alto rischio di fraintendimenti.
Vorrei, nientemeno, smascherare demagogie e ipocrisie che circolano in quantità industriale sui “poveri risparmiatori traditi”. Già, in tempi normali il mio tentativo potrebbe essere accolto come uno sforzo di anticonformismo – di solito apprezzato a prescindere dalla solidità degli argomenti utilizzati –ma in piena crisi Argentina-Cirio-Parmalat rischia di essere semplicemente impopolare.
Impossibile reggere il confronto con la parata di casalinghe senza risparmi, pensionati che hanno visto andare in fumo la liquidazione e semplici sprovveduti che si sono fidati del consiglio sbagliato arrivato dal promotore finanziario, da un parente o dal presidente della squadra del cuore.
Le tante voci che dal mondo politico si sono levate cariche di
indignazione, promesse e rassicurazioni di una rinnovata tutela fanno finta di ignorare la realtà dei fatti: il mondo in cui si muovono i risparmiatori è diventato, come molte altre cose nella vita contemporanea, più complesso e incerto.
Corollario di questo assunto è che un “risparmiatore ignaro è un risparmiatore morto”: nessuna famiglia può permetterselo, e per estensione nemmeno il paese.
L’intero ammontare delle attività finanziarie italiane sfiora i 2.600 miliardi di euro e solo 480 sono nei depositi bancari garantiti, il resto è impiegato in attività più o meno rischiose.
Già questo basta a capire che se veramente una tale quantità di ricchezza è nelle mani di chi ha bisogno di essere messo sotto tutela, allora stiamo alla vigilia di una a catastrofe.
Un paradosso, certo, che fa vacillare la generalizzazione un po’ ridicola del piccolo investitore sempre in buona fede e assennato nelle sue scelte, preda d’imprenditori truffaldini e di banche senza scrupoli.
La grande richiesta di bond argentini – un default che pesa sulle tasche degli italiani più di Cirio e Parmalat messe insieme – non è stata “orchestrata” da nessuno, ma generata dai rendimenti crescenti e da una diffusa simpatia verso quel paese.
Se poi guardiamo a Piazza Affari, le storie di “ordinaria speculazione” che hanno eccitato gli animi del popolo dei borsini – ma anche di tanti cittadini fino a ora lontani dai pericoli degli investimenti in azioni – sono innumerevoli.
Paradigmatica l’ascesa e il crollo del Nuovo Mercato: tra il 1999 e il 2001 si sono quotate tante aziende deboli, per non dire inesistenti, che hanno raccolto l’entusiasmo dei piccoli azionisti e l’indifferenza di fondi e investitori istituzionali.
Altro esempio sono le società di calcio quotate, anch’esse oggetto di acquisto quasi esclusivo di investitori non professionali. La maggior parte di questi investimenti si sono rivelati dei “bagni” clamorosi, ma nessuno ha accusato imprenditori o intermediari dell’accaduto, al massimo si è chiesto un po’ più di severità nella selezione agli organi competenti.
E non stiamo parlando di una sparuta minoranza di giocatori d’azzardo: stime attendibili riportano al 20-25 per cento la percentuale delle famiglie che posseggono azioni. E i dati sull’andamento dell’industria del risparmio gestito negli ultimi anni – rappresenta circa il 40 per cento della ricchezza degli italiani – dimostrano come i risparmiatori conoscano e reagiscano alle sollecitazioni del mercato in maniera consapevole: rischiano di più – e quindi si espongono a perdite maggiori – nei cosiddetti “momenti di euforia” e cercano sicurezza nei periodi negativi.
Si può discutere delle responsabilità che hanno i mezzi di comunicazione e gli intermediari finanziari nell’alimentare l’euforia, ma alla fine le scelte le fanno gli investitori.
Moralismo più pericoloso degli scandali
A questo si aggiunga che la globalizzazione dei mercati finanziari rende l’ipotesi di sterilizzazione del rischio al fuori della portata di ogni singolo Stato. Tutto questo deve servire a far maturare gli investitori nelle loro scelte individuali e abbandonare l’illusione che siano sostenibili salvataggi generalizzati.
Una verità banale, ma esclusa dalle dichiarazioni di questi giorni dove la parola d’ordine è “rassicurare anche a costo di promettere l’impossibile”.
Un’ipocrisia che sta bene a tutti: ai politici, una volta tanto non sul banco degli imputati, e ai risparmiatori che vedono nell’intervento governativo una speranza di recuperare soldi ormai persi. La solita dose di moralismo. Più pericoloso degli scandali.
Enrico Cisnetto su il Foglio di venerdì 16 gennaio 2004
saluti
...Parmalat fa scuola anche...
...a Bruxelles
Una buona risposta a chi accusa il governo di non aver le carte in regola in materia di controlli sul mercato e contrasto dei falsi in bilancio è venuta ieri da Bruxelles.
Giulio Tremonti ha proiettato in chiave europea la lezione del caso Parmalat, ottenendo il consenso del commissario Fritz Bolkenstein su tutti i punti in cui la direttiva comunitaria contro gli abusi di mercato va aggiornata e riscritta.
E annunciando che l’Italia porterà al prossimo G7 la proposta che si appresta a introdurre nella sua legislazione.
Insolvenze come quella dei bond Cirio nascono dal fatto che società italiane possono far emettere obbligazioni da proprie controllate ubicate in “paradisi legali”: in tal modo i bond sottostanno a minori obblighi di certificazione e di prospetti informativi, e la Consob nulla può dire in quanto l’emissione risulta effettuata al di fuori del nostro ordinamento.
L’Italia si appresta a estendere a tutte le controllate “estere” che procedano a emissioni gli stessi obblighi di trasparenza che stanno in capo alle società controllanti con sede italiana.
Se una norma di questo genere fosse condivisa e fatta propria da tutti i paesi membri del G7, il rischio di bilanci falsi e fregature per i risparmiatori diminuirebbe drasticamente per tutti.
Oltre al potenziamento della cooperazione internazionale tra le diverse autorità di regolazione del mercato, è ovvio che l’adozione di standard comuni rende la vita più difficile alle “bande del buco”.
En passant, ieri il governo italiano si è anche tolto un sassolino dalla scarpa non da poco.
Solo per evitare un incidente diplomatico con la Commissione, mentre all’Italia toccava il semestre di presidenza del Consiglio europeo, il governo ha fatto cadere il veto alla direttiva sul risparmio che continua a riconoscere alla Svizzera ampie tutele del proprio segreto bancario.
Per due anni l’Italia si è opposta, non a caso varava lo “scudo” che dalla sola Svizzera ha fatto rientrare in Italia oltre 25 miliardi di euro di capitali prima sottratti agli obblighi fiscali.
Se alla fine il veto è caduto e gli svizzeri continueranno a opporre ostacoli a indagini e rogatorie internazionali, non si deve al governo italiano. Ma a Romano Prodi.
Ma vaaaa?
saluti
Il caso Parmalat sbatte....
....Alemanno in prima pagina
Roma. E con le manette facili è tornata la gogna. Gianni Alemanno, ministro dell’Agricoltura, da due giorni cerca di fronteggiare (con la solidarietà del suo intero partito) indiscrezioni e sospetti che girano attorno al proprio nome.
Il via alle danze l’ha dato l’altro giorno il Corriere della Sera con una notizia in prima pagina. Si diceva che Tanzi, parlando dei presunti rapporti finanziari tra Parmalat e ambienti politici, avrebbe fatto il nome dell’esponente di An. Gli altri giornali, tranne Repubblica, vanno al seguito. Oggi sull’Espresso altri verbali in cui l’ex direttore finanziario Fausto Tonna confessa l’esistenza di un fondo per l’acquisto di francobolli, da cui Tanzi prelevava 3 o 4 miliardi di lire l’anno destinati ai politici.
Accuse concrete? Nessuna.
L’impatto di questo risorgente giustizialismo è visibile nell’imbarazzo dei magistrati ai quali il ministro ha chiesto d’essere ascoltato. “Se sapessi qualcosa la riceverei volentieri”, ha risposto il procuratore generale di Parma, Vito Zincani.
Dalla Procura di Milano invece solo un mea culpa sulla fuga di notizie. “E’ la vecchia pratica di sbattere il nome eccellente in mezzo a uno scandalo finanziario. Senza alcun addebito preciso”, accusano gli intimi del ministro: non esistono neppure elementi per ravvisare calunnie da cui difendersi. Esclusa con decisione l’ipotesi di qualsiasi “avance” da parte di Tanzi: “Chi conosce Gianni sa bene che è impossibile, com’è impossibile che qualche pecora nera si nasconda dentro il ministero”.
Intanto lo stillicidio in corso crea stati d’animo da piccola gogna quotidiana.
Dalle parti di Alemanno non si pensa volentieri alla possibilità che in clima di elezioni qualcuno voglia colpire uno tra i più apprezzati politici di Alleanza nazionale. Ma se le inchieste più rumorose puntano soprattutto sul settore agroalimentare, “va scongiurata sul nascere la tentazione di coinvolgere il ministro competente rovistando a casaccio tra i verbali giudiziari”.
Alemanno parla di “trasparenza” nei suoi rapporti con l’azienda di Collecchio e rimane indimostrabile che la frequentazione possa aver valicato il suo ruolo istituzionale.
C’è chi vorrebbe ricondurre le “calunnie” alla vicenda del latte microfiltrato Frescoblu-Parmalat, due anni fa oggetto dell’indagine d’una commissione di esperti riuniti dai dicasteri dell’Agricoltura e della Salute. Obiettivo: autorizzare o meno il processo di microfiltrazione e stabilire se quel latte poteva essere etichettato come “fresco”.
Nel giugno del 2002 arrivarono il responso positivo e due decreti ministeriali contro i quali Codacons e Federconsumatori fecero ricorso (respinto il 21 febbraio 2003 dal Tar del Lazio).
Il 25 luglio dell’anno scorso, infine, un nuovo decreto firmato da Marzano, Alemanno e Sirchia estendeva da 7 a 11 giorni il termine entro il quale una confezione di Frescoblu conservava la sua potabilità. La decisione fu il risultato di una ricerca scientifica concertata, e documentata pubblicamente. Nulla che autorizzi sospetti.
saluti