Dopo il Sudan – che poche settimane è stato formalmente “perdonato” dagli Stati Uniti - ora è toccato alla Libia essere “riabilitata” dagli americani sullo scenario internazionale.
Una trattativa condotta in segreto per nove mesi ha portato la Libia ad un accordo con USA e Gran Bretagna, per permettere ad ispettori internazionali di esaminare e smantellare i programmi di armi di distruzione di massa di Tripoli. Prima un breve annuncio del primo ministro britannico Tony Blair e subito dopo una più ampia dichiarazione del presidente americano George W.Bush, hanno reso note le caratteristiche di un accordo che, ha sottolineato lo stesso Bush, è stato voluto e sostenuto in prima persona dal colonnello Muammar Gheddafi.
Per la Casa Bianca, il passo significa che la Libia sta cominciado a rientrare nella “comunità delle nazioni” e Bush ha definito “di grande importanza” il passo compiuto da Tripoli. “Spero che altri leader - ha detto Bush - seguiranno l'esempio” di ciò che ha fatto Gheddafi.
Tra i destinatari del messaggio, oltre alla Corea del Nord, potrebbero esserci Siria e Iran, altri tre paesi (assieme a Cuba) ancora nella lista degli Stati canaglia.
Relativamente vicino alla “riabilitazione” è ora l’Iran che negli ultimi 15 giorni ha dato segnali di distensione verso il “grande Satana” americano.
In primo luogo, lo scorso 18 dicembre, a Vienna, l’Iran ha accettato di firmare un protocollo che consentirà all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) di compiere ispezioni a sorpresa nei siti iraniani dove gli USA continano a sostenere sia conservato materiale nucleare necessario a far entrare l’Iran nell’elenco dei paesi dotati della bomba atomica. Un segnale di moderazione che forse Washington apprezzerà. Come ha certamente apprezzato – se gli indizi fin qui raccolti si dimostreranno concreti – la probabile partecipazione attiva di Teheran alla cattura di Saddam Hussein.
L’ipotesi circola da diverso tempo e secondo alcuni esperti - come Giancarlo Lanutti, giornalista e studioso di questioni mediorientali – potrebbero essere stati i servizi segreti iraniani ad aver avuto un ruolo di rilievo nella scoperta del nascondiglio del ex rais iracheno.
I due elementi forti su cui questa ipotesi si basa sono da un lato i meriti che gli stessi americani hanno riconosciuto ai peshmerga curdi di Jalal Talabani – da sempre sponsorizzati dalle gerarchie di Teheran in funzione anti-Saddam – e dall’altro il fatto che per prima a dare la notizia sia stata l’agenzia di stampa statale iraniana IRNA, notoriamente mai interessata a scoop giornalistici di qualsiasi tipo.
C’è poi da aggiungere che, tre giorni dopo la cattura di Saddam Hussein, il portavoce degli Sciri in Iraq ha affermato che entro 40 giorni saranno espulsi dal territorio iracheno tutti i mujaheddin del popolo iraniani, cioè i dissidenti del regime degli ayatollah, esuli in Iraq, accusati dal governo iraniano di aver combattuto nelle milizie di Saddam durante la guerra del 1980-88.
Come si ricorderà, mesi fa, alcuni mujaheddin iraniani, esuli in Italia, cercarono di darsi fuoco davanti all’ambasciata francese a Roma per protestare contro gli arresti di alcuni loro compagni avvenuta a Parigi, arresti che il governo d’oltralpe minacciava di trasformare in espulsioni verso l’Iran dove li attendeva la pena di morte.
E’ fantapolitica immaginare uno scambio Iran-USA di questo tipo, ossia la testa di Saddam Hussein in cambio di quella dei mujaheddin fuggiti in Iraq? Senza contare le benemerenze che Teheran ha conquistato proprio nei giorni della cattura dell’ex presidente iracheno.




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