Amici, è Natale. C'è gente che in questo momento a Parma sta soffrendo: sono i manager della Parmalat che hanno fabbricato documenti falsi creando un buco da 8 a 12 miliardi di euro, ancora non si sa.
Buon Natale, Buon Natale a tutti.
Il Sole 24 0re, 24 dicembre 2003
Negli Stati Uniti fino a 20 anni per i conti falsi
I manager Parmalat rischiano 10mila € di multa
Nel cassetto da un anno il dossier Galgano
MILANO I manager della Parmalat rischiano al massimo una sanzione di 10.329 euro per aver occulato ai revisori ì buchi del proprio bilancio. E soltanto su querela di parte potrebbero --- recita l'art. 2625 del nuovo diritto societario - essere condannati ad una pena detentiva, non superiore comunque a un anno di reclusione. Nulla a che vedere con quanto accade negli Stati Uniti dove, per effetto della nuova normativa approvata dal Congresso dopo il caso Enron (la Sarbanes-Oxley Act del 2002), chi dà informazioni fuorvianti o comunque lalsifica i documenti contabili può ritrovarsi a trascorrere 20 anni dietro le sbarre.
Il dissesto del gruppo agroalimentare parmense sta metten(lo a dura prova la riforma del diritto societario appena varata dal Parlamento italiano. Le nuove norme, nel depenalizzare il reato di falso in bilancio, hanno fortemente potenziato la capacità delle società (quotate o meno) di emettere azioni e diritti di voto delle più diverse configurazioni. Ciò che oggi, ella luce delle sconcertanti architetture finanziarie disegnate dal gruppo di Collecchio, potrebbe essere considerato un incoraggiamento ad attività fraudolente. Ma soprattutto, la nuova disciplina nazionale contrasta con la risposta che dall'altra sponda dell'oceano è stata data per impedire il ripetersi degli scandali societari. Vediamo come.
Le tenui norme sul falso. Le nuove norme del codice civile sul falso in bilancio hanno circoscritto la punibilità di uno tra i principali reati societari. In precedenza anuninistratori e sindaci che «fraudolentemente» esponevano dati non veritieri sull'azienda erano puniti da 1 a 5 anni di reclusione.
Attualmente la pena è stata ridotta ad un anno prevedendo tra l'altro una "soglia di tolleranza" del 5% (rispetto al profitto lordo) entro la quale il falso in bilancio non è punibile. Non solo. La false comunicazioni, per essere considerate censurabili, debbono essere associate alla «intenzione di ingannare i soci o il pubblico» ed alla volontà di conseguire «un ingiusto profitto». La pena sale a 4 anni per le quotate (un anno per le altre società) qualora la condotta dei manager abbia causato un danno patrimoniale ai soci o ai creditori.
Negli Usa non vanno tanto per il sottile. «Chiunque consapevolmente altera, distrugge, mutila o falsifica» documenti contabili rischia appunto una lunga pena detentiva di 20 anni. La legge attribuisce una specifica responsabilità ai manager che firmano le relazioni di bilancio, chiamati ad assicurare personalmente che quei dati non trascurino nulla di «rilevante» nella vita della società. Anche la scala gestio dei revisori è valutata diversamente nelle due legislazioni. In Italia la falsità nelle relazioni delle società di revisione è punita fino a 3 anni di reclusione. In Usa soltanto la mancata custodia delle relazioni di audit per 5 anni può comportare la condanna a dieci anni di prigione.
Il documento Galgano resta nel cassetto. La Sarbanes Oxley Act ha introdotto norme assai restrittive sui criteri di nomina dei revisori, sui comitati di controllo interno (audit c^mittee) come deterrenza allo strapotere dei manager ed ai comportamenti fraudolenti dei revisori. In Italia, dopo al vicenda Enron, il ministero dell'Economia aveva istituito una commissione di esperti, presieduta dal giurista bolognese Francesco Galgano. Le sue conclusioni (settembre 2002) non avevano la stessa radicalità delle soluzioni adottate negli Usa. Non mancavano, comunque, alcuni suggerimenti per rafforzare i controlli sui revisori. Ad esempio fissando a sei anni la durata (non rinnovabile) del loro incarico - che attualmente può essere p -olungata fino a nove anni. Ed attribuendo alla Consob, chiamano a definire i criteri generali per la determinazione dei corrispettivi, le «risorse necessarie per l'assolvimento della funzione di controllo sulla qualità della revisione». Proprio il ruolo svolto dai revisori appare, in questi giorni, come uno dei punti più delicati della vicenda Parmalat. Ma le proposte della commissione Galgano sono rimaste nel cassetto per tutto questo tempo. E neppure il suggerimento della Consob di includerle nel recepimento della direttiva europea sui reati finanziari (market abuse) è stato accolto dal ministero che ha preferito, nella legge comunitaria appena approvata, non indicare i criteri della delega per il decreto di recepimento.
R.SA.




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