Tabucchi; ancora, FINALMENTE.
Aprite quella porta
di Antonio Tabucchi
La migliore radiografia della sindrome di cui soffre l’Italia è opera di un grande filosofo contemporaneo, Remo Bodei, intitolata Il Noi diviso. La sindrome italiana dipende da una patologia che viene da lontano (già la analizzarono Guicciardini e Leopardi) e che nel dopoguerra con la repubblica trova le sue febbri terzane più flagranti e deflagranti (ne ha parlato venerdì con molta acutezza Piero Sansonetti su l’Unità). Sembra ormai diventata metodo quotidiano della politica. Smentire il giorno dopo quanto dichiarato il giorno prima, in modo che non si possa capire se la menzogna era la dichiarazione o la smentita stessa; casi creati dal nulla; commissioni parlamentari che incriminino per mesi interi uomini politici per poi svanire nel nulla; programmi roboanti che si perdono per strada; decisioni repentine che nessuno si aspettava perché non rientravano nei programmi, eccetera. Febbri altissime che scendono a picco sotto zero, facendo gelare il corpo degli italiani; e il loro contrario. Una follia nella quale rientra la grazia ad Adriano Sofri. Ma a questo punto non c’è bisogno di essere Shakespeare per capire che c’è del metodo in questa follia. Che si tratta di un vero e proprio metodo di governare, di una tattica studiata a tavolino per fiaccare completamente i cittadini, ubriacarli, drogarli, rendendoli innocui, silenziosi, attoniti. Tutto e il contrario di tutto: la miglior maniera per destabilizzare il paese.
«C’è un noi diviso che ha sempre tormentato l’Italia, impedendole di farle acquisire l’idea di nazione compiuta e sufficiente, e che la rende una repubblica anormale: anoressica o bulimica, a seconda dei momenti, con un’anomalia non solo verso gli altri paesi europei ma soprattutto verso se stessa.
È questa anomalia che ne stravolge i tratti come un volto dipinto da Francis Bacon, le impedisce di riconoscersi allo specchio. Queste cesure, questi tagli, questi buchi, questi eczemi che il nostro paese porta in viso, non si curano con bandiere né con false pacificazioni che negano il passato affermando che avendo tutti ragione, avevamo tutti torto. Si curano con un gesto reale, con il buonsenso, con la prudenza. Ma non con la prudenza che Manzoni attribuisce a don Abbondio, ma con la prudenza di cui parla il Cristo, quella di chi non sperpera invano il poco olio che ancora resta nelle nostre lampade. Definisco un atto di buonsenso e di prudenza quello che si chiama un atto di clemenza, anche se in realtà sarebbe un atto di giustizia».
(A. Tabucchi, l’Unità, 1-8-2001).
Non vorrei pensaste che mi sto citando. Purtroppo mi sto solo copiando, cioè ripetendo. Ed è una sensazione penosa. Ho il dovere di insistere, proprio ora che una breccia nei muri sembrava si aprisse. Ho sempre ritenuto che la grazia spetti a un presidente della Repubblica. La grazia è quanto di più alto il cristianesimo, con Sant’Agostino, dal piano spirituale ha veicolato nel nostro sistema giuridico, perché il concederla compete solo a chi sta più in alto nella piramide simbolica di una struttura sociale, essendo essa un atto gratuito, personale e indiscutibile. Essa spetta al monarca che ha ordinato il ministro, non al ministro che è stato ordinato dal monarca. Pensare che la grazia sia un fatto burocratico, che dipenda dal timbro o da una carta bollata, significa svilirla nella sua essenza giuridica più profonda, ridurla a livello di un premio che si attribuisce perché si è risposto bene al quiz. La grazia è insindacabile e non necessita di spiegazioni. Viene data. E basta.
Questa estate Carlo Azeglio Ciampi ha fatto sapere che i suoi giuristi gli avevano assicurato che il suo potere di grazia era legato al parere espresso dal ministro della Giustizia. Questo stesso ministro che egli stesso aveva investito due anni prima, il ministro Castelli, che si è sempre dichiarato assolutamente contrario alla grazia a Sofri. Nel vicolo cieco che si era creato è nata l’idea in un parlamentare di proporre una legge nella quale si esplicitasse che la grazia spetta effettivamente al presidente della Repubblica.
Su questa legge, appena una settimana fa, si è registrato il consenso quasi unanime dei partiti. Compresa la Lega che è il partito dei ministri Bossi e Castelli. Erano talmente tutti d’accordo che Ciampi si è spinto a dichiarare la sua disponibilità senza riserve a tale legge. Dopo averlo fatto esporre, alcuni esponenti della Lega, con altri di Alleanza Nazionale, sono insorti: quella legge non passerà.
Curioso. Alla grazia sono ostili esponenti di due partiti: uno i cui parlamentari della provenienza agostiniana della grazia temo sappiano poco, visto che vivono più celticamente che cristianamente (lo stesso ministro della Giustizia si è sposato con rito celtico); l’altro partito che è andato recentemente a perdonare se stesso in Israele per i delitti commessi contro il popolo ebraico. Evidentemente per costoro è più facile dare la grazia a se stessi che agli altri.
E quindi non vogliono che questa legge venga firmata dal Capo dello Stato. Le conclusioni tiratele voi.




Rispondi Citando
