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Discussione: Il "dopo Saddam"....

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    Predefinito Il "dopo Saddam"....

    ....d'Israele

    Presto il piano di pace firmato Sharon

    Gerusalemme. Da qualche settimana, non passa giorno senza che vi sia una dichiarazione di Ariel Sharon sulla necessità di atti unilaterali che comprendano un ritiro israeliano da alcuni insediamenti.
    Lunedì, Sharon aveva deriso chi si illudeva di poter stare per sempre a Netzarim e Morag, due insediamenti a Gaza.
    La settimana scorsa aveva sottolineato di fronte alla commissione Difesa ed Esteri come passi unilaterali avrebbero incluso il trasferimento di insediamenti isolati.
    A queste dichiarazioni ha fatto eco l’intervista rilasciata quasi due settimane fa da Ehud Olmert, vice di Sharon e ministro per l’Industria. Olmert si era preparato il terreno nel corso della recente cerimonia di commemorazione di Ben Gurion dove aveva sostituito Sharon assente per influenza. Difficile credere che quel discorso non fosse stato coordinato con l’influenzato primo ministro.
    Altrettanto difficile credere che Olmert non si sia consigliato con Sharon prima di dichiarare, venerdì 5 dicembre, di sostenere un ritiro israeliano unilaterale dalla maggior parte dei territori, compresa Gerusalemme Est.
    Olmert si è spinto oltre quello che Sharon aveva in passato offerto ai palestinesi come confini temporanei – circa il 50 per cento della Cisgiordania contro il 90 presumibilmente concepito dal piano Olmert – ma il principio è stato sancito d’accordo tra i due.

    Indubbiamente, da un anno e mezzo Sharon sta preparando l’opinione pubblica a questo tipo di sviluppi. L’idea di un ritiro unilaterale, promossa inizialmente dalla sinistra negli anni 90, trova consensi attraverso lo spettro politico israeliano perché offre una via d’uscita dal corrente conflitto senza il bisogno di negoziare una contropartita coi palestinesi, quindi non richiede alcuna concessione israeliana che non soddisfi l’interesse nazionale.
    Con l’opinione pubblica a larga maggioranza convinta che non esista un credibile interlocutore palestinese o che il prezzo di un accordo sia troppo alto, l’idea del ritiro unilaterale gode di ampi consensi al centro dello spettro politico ed è osteggiata ideologicamente solo da sinistra e destra estrema, oltre che trovare opposizione tattica a sinistra e destra più per il potenziale danno alla forza negoziale o alla deterrenza strategica israeliane in futuro che per altro.

    Anche per indurre Abu Ala (o altri) a trattare
    Rimane il dubbio che l’accelerazione sia dovuta in parte al successo mediatico ottenuto dai promotori dell’iniziativa di Ginevra, cui Sharon ha voluto contrapporre un piano alternativo che piace.
    Contro la reale possibilità che il ritiro unilaterale avvenga van notate la straordinaria lentezza con cui la barriera difensiva è stata costruita negli ultimi mesi e la riluttanza del premier a perseguirne il progetto.
    Peraltro, a favore della possibilità di un ritiro unilaterale gioca il fatto che Sharon e Olmert sono consci della minaccia demografica che grava su Israele in assenza di un ritiro, negoziato o meno, dai territori. Se di insediamenti si tratta, solo Sharon ha la credibilità politica per rimuoverli.
    Solo lui, non Yossi Beilin che pure fu ministro in due governi, non Shimon Peres che favorì gli insediamenti negli anni 70.
    Nessun altro a destra o a sinistra ha rimosso insediamenti israeliani in nome della ragion di stato.
    Sharon lo fece nel 1982, nel Sinai. Potrebbe rifarlo fra breve.
    Dopo appena due settimane dal circo mediatico di Ginevra, Sharon e Olmert hanno riconquistato l’attenzione interna e internazionale con il rilancio dell’idea del ritiro unilaterale, ribadita ieri da Olmert all’annuale conferenza di Herzliyah, dove domani avverrà l’atteso discorso di Sharon che dovrebbe delineare i contorni della sua visione politica per il futuro.
    Molti sperano, ma pochi si aspettano, che Sharon offra i dettagli pratici di un ritiro di cui da molto si parla ma di cui poco si sa. Sharon invece aspetterà l’ultimo momento per scoprire le sue carte e difficilmente si spingerà oltre quanto da lui detto già negli ultimi dodici mesi, o negli ultimi dodici giorni da Olmert.
    Il sospetto che il progetto unilaterale passi dalla retorica alla pratica esiste da quando il governo ha intrapreso la costruzione della barriera.
    Certo, il progetto sottolinea ambiguità e incertezze legate all’idea di un ritiro. A destra si ribadisce incessantemente come la barriera sia uno strumento puramente difensivo, non un confine politico. Pochi, fino alle dichiarazioni di Olmert, avevano contemplato la possibilità che Israele si ritirasse dietro la barriera difensiva una volta completata.
    Nessuno nel governo ne aveva accentuato tale funzione anche per motivi strumentali: la valenza politica della barriera creerebbe divisioni domestiche allorché si dovesse deciderne il tracciato rispetto a tanti insediamenti israeliani nel cuore della Cisgiordania, e produrrebbe anche forti tensioni con l’Amministrazione Bush, perché l’inclusione di aree della Cisgiordania a Ovest della barriera significherebbe, nel contesto del tracciato inteso come nuovo confine, un’annessione di territorio inaccettabile per gli americani.
    Queste due obiezioni hanno frenato il progetto di costruzione, ritardato dal governo e non completato fino a oggi, proprio a causa della potenziale controversia interna e internazionale sul tracciato del muro.
    Ma quel che ci si può aspettare è che, con l’arrivo della prossima estate e il prevedibile crollo del governo Abu Ala, Sharon potrà giocare la carta unilaterale. Se Abu Ala arrivasse al capolinea, Washington sarebbe più disponibile a digerire azioni unilaterali israeliane, e a pochi mesi dalle presidenziali l’Amministrazione eviterebbe di cercare lo scontro aperto con il governo israeliano.

    Nel frattempo la costruzione della barriera continua. Dove passerà rimarrà dettato più da contingenze di sicurezza che
    dalla determinazione di creare un confine politico. Ma l’impressione che Israele si prepari a un ritiro potrebbe esercitare benefiche pressioni sui palestinesi e spingerli a negoziare prima che sia tardi.
    Se ciò non avvenisse, allora Sharon scoprirà le sue carte e soltanto allora deciderà il ritiro, chiarendone a tutti la natura.

    da il Foglio di mercoledì 17 dicembre 2003

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Le chiacchiere non stanno a zero. Ora che è stato preso Saddam, invece che congratularsi con gli iracheni, i giornalisti e i politici di sinistra sospendono le analisi di geopolitica, sui sunniti e sugli sciiti, e affrontano la questione Iraq come se si trattasse del processo Sme: come e chi giudicherà il rais?
    Baghdad, Washington o l’Aia?
    E nessuno che alzi il dito e dica, ehi, scusate, fin dal momento della cattura è stato detto che sarà giudicato da un tribunale iracheno.
    C’è che quelli che non volevano liberare l’Iraq, e che ora ogni due minuti sostengono che gli iracheni devono autogovernarsi, non vogliono che i medesimi iracheni amministrino la giustizia.
    E chi diceva che non c’erano prove che Saddam minacciasse altri paesi e che l’invasione sarebbe stata un’interferenza, ora spiega che i suoi reati devono essere giudicati da un tribunale internazionale.
    L’altro mantra è che Saddam non contasse niente, non fosse più a capo di nulla.
    E se “nessuna notizia” solitamente significa “buona notizia”, quando dall’Iraq ne arriva una buona c’è subito l’urgenza di trovare una giustificazione che mostri come, in realtà, la notizia buona sia cattiva.
    E’ necessario, così, riadattare il prontuario di cose da dire qualora arrivassero altre irritanti good news, scritto mercoledì da Janet Daley sul Daily Telegraph.
    Se Saddam rifiutasse di cooperare, ribadire che l’arresto è uno show. Il rais non sa niente dello stato attuale della resistenza e non ha avuto nessun ruolo nel pianificare l’insorgenza.
    Questo processo è una vendetta.

    Ma Saddam, invece, potrebbe parlare. A quel punto la risposta dovrà essere la seguente:
    E’ stato chiaramente torturato. Oppure: Gli americani mentono, dicono che Saddam collabora ma non è vero. Giustificano la loro guerra illegale e il massacro di innocenti iracheni con la pretesa confessione del dittatore. (Fare la faccia incredula).
    Se Saddam facesse trovare le armi di distruzione di massa, l’obiezione sarà obbligata e bisognerà spostare l’attenzione sul fatto che in passato gli Stati Uniti, e Donald Rumsfeld in particolare, hanno avuto un ruolo nel consentire a Saddam di sviluppare quelle armi. (Non fare riferimento ai contributi
    europei).
    Se il rais, invece, confessasse di aver distrutto le armi si replichi così: Dice ciò che i suoi carcerieri vogliono sentirsi dire, al
    solo scopo di ottenere salva la vita.
    Se Saddam venisse giudicato dagli iracheni sarà una vendetta tribale, un linciaggio di stampo mafioso, consentito dai soliti americani che prima scatenano una guerra irresponsabile e poi se ne vanno, lavandosene le mani.
    Se, invece, ci fosse una supervisione americana, allora altro che democrazia in Medio Oriente, l’Iraq ha un governo fantoccio ed è un satellite neocoloniale dell’imperialismo americano.
    Se dal processo sortisse un Iraq libero e democratico, si dovrà
    dire che è irrilevante per la lotta al terrorismo. L’Iraq non aveva alcun collegamento con Al Qaida.
    Se Saddam confessasse un legame con Al Qaida si dovrà prontamente argomentare che il terrorismo non sarà mai sconfitto
    finché Bush non prenderà Osama.
    In ogni caso invocare, con D’Alema, una svolta.
    Christian Rocca

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Gli manca....

    ...Saddam

    Falluja. L’aria di sfida è scomparsa e, per la prima volta, qualcuno incomincia a porsi dei dubbi. “Quanto resisteremo? Quanto dureranno i soldi? Se hanno preso lui per cosa combattiamo?”. Dubbi di comprimari che rivelano, però, uno stato d’animo confuso. Il cambio d’umore salta agli occhi a Falluja e negli altri centri del Triangolo sunnita considerati capisaldi dell’insurrezione antiamericana.
    I sintomi più evidenti di un morale in picchiata sono il clima di paura e l’accentuata diffidenza. Un clima diffusosi a macchia d’olio dopo la cattura di Saddam. Fino a sabato chiunque si definiva un fiancheggiatore e giurava di volersi sacrificare per Saddam. In sei giorni molto è cambiato. Oggi molti comprimari ammettono la perdita di contatto con i capi, lamentano un’improvvisa mancanza di ordini e riconoscono una carenza di risorse che “rende più difficile combattere gli americani”.
    Le immagini di un dittatore ridotto a barbone hanno turbato molti dei suoi fedeli. Ma l’effetto devastante è stato l’affondo inferto alle strutture della guerriglia dagli uomini della Quarta divisione del generale Ray Odierno. La cattura di Saddam è stata preceduta e seguita da una serie di raid basati su una precisa strategia anti insurrezionale. La svolta è stata una sola: abbandonare rastrellamenti e rappresaglie alla cieca e individuare, invece, i gangli della guerriglia seguendo il filo del denaro.
    In questo contesto, la cattura di Saddam è stato un colpo favorito da un inatteso sgretolamento delle strutture di comando e dal drenaggio delle risorse finanziarie che ne garantivano la latitanza.
    Ma la parte più importante della strategia di controguerriglia è venuta alla luce nel corso dell’operazione Ivy Blizzard.
    Un’operazione ancora in corso che ha portato tra martedì e mercoledì alla cattura di un’ottantina di combattenti nella zona di
    Samarra. Personaggi arrestati seguendo un preciso diagramma della linea di comando e delle strutture operative del nemico. Un
    tassello decisivo per la composizione del puzzle è stata la borsa di documenti trovata nel covo di Saddam.
    “Quella cartella ha permesso di chiarire alcuni dettagli e sviluppare
    un’immagine finalmente nitida della guerriglia e dei suoi capi”,
    ha spiegato il generale del generale Odierno. Quei documenti
    ha detto Hertling – hanno permesso la cattura di uomini chiave nascosti a Baghdad e l’individuazione di una ragnatela di cellule finora sconosciute. La novità più preziosa è l’individuazione di una cupola in grado di distribuire soldi, armi ed esplosivi alle cellule nel paese. A questa cupola andrebbero attribuiti anche l’approvazione e il finanziamento dell’attentato contro la caserma dei carabinieri di Nassiriyah. Un attentato poi pianificato, sviluppato e messo in atto da una cellula locale. “Pensiamo sia corretto affermare – hanno rivelato ieri fonti militari americane –che esistono attività e direttive molto centralizzate.
    Il finanziamento delle operazioni è una di queste”.

    Un altro elemento determinante per individuare le scale d’accesso alla cupola è la pista degli esplosivi e degli ordigni utilizzati negli attentati. Ordigni non confezionati artigianalmente, ma seguendo – da Nassiriyah fino a Samarra –le stesse tecniche e tipologie. “Sembra di capire – rivelano le fonti – che vi siano degli esperti in grado di muoversi di regione in regione per supervisionare le operazioni”. Queste scoperte hanno anche convinto gli americani a rettificare verso l’alto la consistenza della guerriglia. La stima di 5 mila militanti riguarda la struttura centrale. A queste cifre vanno aggiunte cellule locali comprendenti da dieci a 200 individui responsabili di operazioni minori.
    Solo a Samarra la guerriglia conterebbe su 1.500 operativi, nell’intero Triangolo sunnita il conteggio finale supererebbe quota 10 mila.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Se Saddam parla, sono guai

    ....per francesi, russi e tedeschi

    A cattura di Saddam avvenuta ci si poteva aspettare un cambio di atteggiamento nelle file della sinistra italiana.
    Invece no. La cattura di Saddam ha riaperto il dibattito sulla guerra, che si era sopito a maggio a guerra conclusa.
    Nonostante i mesi intercorsi, le insinuazioni sono le stesse.
    C’è chi, come Dario Franceschini (Margherita), si è premurato di rassicurare gli italiani, dicendo che se la sinistra fosse stata al governo avrebbe preso la stessa posizione di Francia e Germania sull’Iraq. Come dire, avremmo fatto anche noi di tutto per difendere Saddam Hussein e lasciarlo al potere, libero di massacrare alcune altre decine di migliaia di suoi sudditi.
    Nove mesi dopo la caduta del regime iracheno, sono venute a galla tragiche e terribili testimonianze della brutalità e nefandezza del regime di Saddam: possibile che a sinistra ci sia ancora chi si ostina a pensare che sarebbe stato meglio difendere lo status quo Ba’athista in Iraq in nome della legalità internazionale?
    E citando il diritto internazionale, possibile che in esso non rientri il dovere di tutelare i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, così orrendamente violati dal tiranno iracheno?
    Marco Rizzo dei Comunisti Italiani ricorda invece che gli americani avrebbero creato Saddam e che bin Laden era agente della Cia “fino al 1995”.
    Dove Rizzo ottenga informazioni su chi sia agente della Cia ci piacerebbe saperlo, forse anche lui lavora per l’agenzia. Bin Laden di certo non lavorò mai per la Cia.
    Bin Laden si è fatto soprattutto da solo coi soldi di famiglia.
    Gli aiuti americani ai mujaheddin in Afghanistan passavano per i servizi segreti pachistani, colpevoli di aver finanziato le ali più integraliste della rivolta antisovietica, mentre gli americani semmai sono stati colpevoli di essersi fidati dei pachistani, cosa comprensibile nel contesto della Guerra fredda, vinta anche sul terreno afghano. L’accusa che bin Laden fosse un agente della Cia dunque è grottesca: la Cia non mise mai direttamente piede in Afghanistan per non rischiare di farsi beccare, agendo sempre per interposta persona dal Pakistan.
    In tutto ciò si può forse accusare gli americani di scarsa lungimiranza. Ma sarebbe lo stesso che criticarli per aver fornito aiuti militari, economici e umanitari a Stalin per sconfiggere Hitler.

    C’erano anche gli italiani
    L’America, a differenza di Francia, Germania e Russia, fu costretta a interrompere ogni rapporto diplomatico con l’Iraq dal 1967 al 1984 a causa della falsa accusa dell’allora presidente egiziano Gamal Abdel Nasser di aver combattuto a fianco di Israele nel 1967. Così, mentre i russi (ma anche i tedeschi) armavano l’esercito iracheno, i francesi dotavano Saddam di tecnologia nucleare, gli italiani gli costruivano centrali elettriche e gli vendevano le mine che avrebbero poi dovuto dragare nella Prima guerra del Golfo, i tedeschi correvano a offrire tecnologia a doppio uso nei settori della chimica, e i brasiliani e i sudafricani, tra gli altri, vendevano armi leggere. L’apparato tirannico di Saddam non è “made in Usa”.
    Per lo più, è “made in Europe”.
    Dopo il 1980, anche il mondo arabo a grande maggioranza finanziava Saddam Hussein e la sua guerra contro l’Iran.
    Gli americani vennero dopo e vendettero ben poco, visto che nel 1984 c’era già l’embargo Onu. Né gli americani ebbero un ruolo nell’ascesa al potere di Saddam, che se la cavó bene da solo.
    Dire che Saddam era agente degli americani significa travisare la storia in maniera dolosa per sostenere un’insostenibile tesi: che gli americani sono la causa dei loro stessi mali.
    La verità è un’altra: Saddam è stato sostenuto, foraggiato, coccolato, equipaggiato, armato e incoraggiato nei suoi atti criminosi e assassini in primo luogo dal suo patrono sovietico, e in secondo luogo da europei vari (Italia inclusa) che negli anni Settanta e Ottanta credettero di vedere in un partito Ba’ath che si proclamava socialista, laico e progressista, una versione araba della socialdemocrazia europea. Ora che Saddam è stato catturato saranno queste le verità imbarazzanti che emergeranno nei prossimi mesi: non la responsabilità americana inesistente nel creare Saddam Hussein, ma quali collusioni, quali connivenze e quale ruolo avranno avuto nel creare, finanziare, armare, e tutelare politicamente Saddam in cambio di commesse militari e civili, proprio quei paesi come Francia, Germania e Russia che maggiormente si opposero alla guerra.

    Emanuele Ottolenghi

    su il Foglio del 19 dicembre 2003

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Gli infiltrati....

    ....di Saddam

    Ecco come gli americani iniziarono la guerra alle spie già due mesi fa

    Roma. L’attentato a cui è sfuggito Paul Bremer, il 6 dicembre. Quello a Paul Wolfowitz, il 27 ottobre.
    I tentativi in occasione delle puntate irachene del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.
    La modifica da due mesi a questa parte delle procedure di sicurezza che riguardano i vertici civili e militari americani nel paese. Ieri è così scoppiata la grana cui per prima ha dato voce la Abc, rivelando che Saddam al momento della cattura aveva con sé una lista di iracheni collaboratori della CPA, l’Autorità provvisoria guidata da Bremer. Una notizia che si è guadagnata un’attenzione quasi maggiore delle pur pessime notizie di giornata, con l’attentato che a Baghdad ha sventrato una delle sedi dello Sciri, il Supremo consiglio della rivoluzione islamica, tra le maggiori organizzazioni sciite. E questo all’indomani dell’ennesimo assassinio di una delle sue figure di riferimento, Muhammad al-Hakim, cugino del presidente di turno del Consiglio governativo, nonché cugino di un altro al-Hakim già ucciso, l’ayatollah Mohammed Bagher che dello Sciri fu fondatore.
    “L’avversione dei baathisti contro gli sciiti è nota, la faccenda delle infiltrazioni alla CPA invece è maledettamente seria”, ci dice
    uno degli aiuti del brigadier generale Mark Kimmit, vicecapo
    dell’ufficio operazioni del Cent- Com, coinvolto ogni giorno nella pianificazione delle azioni americane.

    La data che segnò la svolta, per l’intelligence Usa, è stata l’11 ottobre. Quel giorno, in un elicottero Blackhawk tirato giù con un razzo Rpg7, trovarono la morte un alto ufficiale e un sottufficiale dello JAG, la procura militare americana.
    Solo per una fortunata coincidenza il razzo non colpì l’altro elicottero in formazione. A bordo, il comandante in capo del JAG, Thomas J. Romig. Il generale si spostava seguendo la procedura di massima sicurezza, quella riservata ai comandanti di teatro. In teoria, solo poche decine di americani dovevano esserne al corrente. Ma era previsto anche un incontro con le due organizzazioni della resistenza curda. Di conseguenza anche alla CPA e al Consiglio di governo qualcuno era informato. Che ci fossero “orecchie attente” a Baghdad se non addirittura a Washington, quel giorno da sospetto divenne certezza.
    Cia, Dia, segretario alla Difesa e Nsa ricevettero un file riservato dal generale John Abizaid, capo del CentCom, in cui si chiedeva di mobilitare tutte le antenne “to catch the rat”, per attirare i topi in trappola.

    Lotta politica del nuovo Iraq, a colpi di dossier
    “E’ una delle grane più rognose che si è trovato l’inviato speciale del presidente, Robert Blackwill, che ogni giorno riferisce a Condoleezza Rice e sbroglia le matasse più rognose stando attento a lasciare il ruolo pubblico per Bremer e i generali Abizaid e Sanchez”.
    Agli uomini di Sanchez, coordinatore delle forze sul campo, non piace la piega assunta dalla faccenda. A settembre, venendo incontro ad Ahmed Chalabi che accusava la CPA dell’errore di aver dissolto la struttura militare irachena regalandola ai baathisti, venne l’ordine di coinvolgere intorno alle nuove strutture di transizione circa 200 ex ufficiali di diverso livello dell’ex Mukhabarat di Saddam, indicati come quelli da tempo in contatto con chi per anni era stato esule in America e Gran Bretagna.
    E’ contro alcuni di loro che a ottobre iniziò a puntarsi il mormorio accusatore delle forze curde e degli sciiti. E’ merito di alcuni di questi “arruolati” a diverse centinaia di dollari al mese, per esempio, se il 6 dicembre l’ex tenente colonnello dell’aviazione irachena Al Dabbagh si è materializzato davanti a un giornalista del Daily Telegraph, svelando che la fonte dei famosi “45 minuti per utilizzare le armi segrete”, di cui si imputa a Tony Blair di aver fatto incauto uso per giustificare la guerra, era stato proprio lui, quando nella sua unità ricevette quelle armi pronte all’uso.
    Ora nella lista trovata a Saddam ci sono diversi di questi “arruolati”, e proprio di quelli garantiti da Ayad Allawi, l’uomo che per Chalabi nel Consiglio di governo segue le questioni della sicurezza.
    Dan Senor, uno dei portavoce del CentCom, conferma che sei di questi ex ufficiali sono stati arrestati, nelle ultime due settimane. Prima che il loro nome comparisse nella lista.
    Erano ex collaboratori di Rafi Abd al-Latif Tilfah, nipote di Saddam e direttore di una polizia segreta. Il jack di cuori, nel mazzo di carte dei baathisti ricercati, forse è il più importante, più di Ibrahim Izzat al Douri con il cui clan trattative riservate sono in corso da settimane.
    Gli uomini di Chalabi insorgono indignati. “La lotta politica del dopo Saddam è cominciata, a colpi di dossier”, chiude laconico il capitano americano.

    saluti

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    Predefinito Risponde...

    ...Gheddafi

    Bruxelles. Una prospera e moderata monarchia filo occidentale in riva al Mediterraneo, un paese spopolato, con un potenziale petrolifero simile a quello di Iraq e Iran, governato da una dinastia – i Senussi – legittimata dalla storia. Questo sarebbe oggi la Libia, quasi un’isola felice, se la grande ubriacatura del nazionalismo panarabo, innescata da Gamal Abdel Nasser negli anni 60, non avesse consentito nel 1969 al non ancora trentenne Muammar Al Gheddafi di impadronirsi del paese per metterlo al servizio della “rivoluzione araba”. E adesso? Sul punto di riabilitarsi agli occhi del mondo –dopo essere stato per 34 anni uno dei personaggi più esagitati, pittoreschi, inquietanti e inaffidabili del terzo mondo – il massimo cui Gheddafi possa aspirare è di essere iscritto al club degli autocrati nordafricani alleati dell’Occidente: con l’egiziano Mubarak, il tunisino Ben Ali, l’algerino Bouteflika e Mohamed VI del Marocco.
    Bene che vada, la Libia avrà perduto 34 anni di storia e un numero incalcolabile di miliardi di dollari, bruciati per alimentare i miraggi gheddafiani e sottratti a una popolazione (5 milioni e mezzo di abitanti) che potrebbe avere un tenore di vita “da Golfo Persico”.

    Due ministri francesi, due versioni diverse
    Gli effetti benefici che possono scaturire dal ravvedimento di Gheddafi riguardano più la sfera internazionale che quella interna. La fine dell’“eccezione libica” – cioè di un paese che rinuncia al suo futuro di emirato petrolifero per guidare e finanziare la “destabilizzazione globale” – può: indebolire gli Stati che perseguono disegni nucleari; sottrarre risorse e appoggi ai réseaux terroristici; migliorare la sicurezza nel bacino del Mediterraneo; allentare la tensione in Medio Oriente, liberando Israele di un nemico accecato dal pregiudizio e il nazionalismo palestinese di un pernicioso alleato.
    Mentre già crea alcuni problemi all’“eccezione francese”: il ministro degli Esteri Dominique de Villepin, infatti, ha smentito la collega della Difesa, Michele Alliot Marie; il primo dice che la Francia nulla sapeva dei “negoziati segreti” tra Tripoli, Londra e Washington, opposta la versiona di Alliot Marie.
    Ma allora Parigi c’entra o non c’entra?
    Il destino della Libia invece sta scritto nelle sue statistiche. Secondo le stime delle compagnie petrolifere americane che meglio conoscono il paese (e che non sono estranee al successo ottenuto da Bush dopo quattro anni di diplomazia riservata) una Libia – che oggi produce 1,4 milioni di barili di greggio al giorno – senza più sanzioni potrebbe in pochi anni raggiungere i 5 milioni di barili, collocandosi dietro l’Arabia Saudita (8,3 milioni) e davanti all’Iran (3,7).
    Con un pil pari a quello del Marocco, che ha sei volte più abitanti, una Libia senza sanzioni – e con una gestione economica meno statalista ed erratica – può attirare investimenti dall’Occidente e immigrati dai suoi vicini. Può diventare insomma una locomotiva
    regionale.
    Favoriscono questa prospettiva gli indicatori economici e sociali, che pongono la società libica, urbanizzata ormai all’88 per cento, in una situazione di relativo privilegio rispetto al Nordafrica: più istruzione e sanità, meno povertà e malnutrizione, la più bassa mortalità infantile e la più alta speranza di vita (72 anni). I libici sono un po’ come i cubani. Detestano i propri governanti, non hanno il diritto di sceglierne altri, ma dovrebbero consolarsi sapendosi più fortunati dei popoli vicini.
    Molti dicono che quella di Gheddafi è una doppia conversione, internazionale (la rinuncia alle armi di distruzione di massa) e interna, in quanto il colonnello si accingerebbe a smantellare il modello dirigista ereditato dal nazional-socialismo nasseriano. Nessuno invece si azzarda a sperare che Gheddafi rinunci anche al famigerato Libro Verde e alle sue farneticazioni sul “governo delle masse”.
    O che rinunci a fare assassinare i suoi oppositori. Che possa insomma convertirsi allo Stato di diritto e al pluralismo politico. Non può l’Occidente accontentarsi del fatto che il colonnello, come Mubarak e Ben Ali e Buteflika, è un “autocrate laico”, che tiene a bada egregiamente gli integralisti musulmani?
    Certo che l’Occidente può accontentarsi.
    E’ quello che sta succedendo in questi giorni in cui su quello che fu “il pazzo di Tripoli” piovono attestati di benemerenza dall’America e dall’Europa (anche in questo caso lasciata al palo dalla politica di Washington).
    Ma non ci si meravigli il giorno in cui la Libia, riammessa “nel concerto delle nazioni”, venisse scossa dai libici stessi, che sopportano da 34 anni un despota che ha appena superato la sessantina e gode di buona salute.

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Voci dalle ....

    ...piramidi

    Roma. “In una settimana, scettici e pessimisti della strategia americana ne hanno di spunti su cui riflettere.
    La cattura di Saddam.
    Il sì dell’Iran alle ispezioni nucleari.
    Gheddafi che a sorpresa rinuncia alle armi chimiche e nucleari dopo nove mesi di trattativa con Londra e Washington.
    Il ministro degli Esteri egiziano che incontra Sharon e lo invita al Cairo dopo anni malgrado il no delle fazioni armate palestinesi.
    Il prossimo a doversi muovere è Bashar Assad, la Siria non può restare isolata, e da quanto so i britannici ci stanno lavorando alacremente”.
    Ecco la fotografia dell’accelerazione in corso in tutto il Medio
    Oriente scattata da Ariel Cohen, fellow della Heritage Foundation. Per l’Europa dell’obiezione irenista e multipolare è un bello scacco, dietro le diplomatiche felicitazioni di rito. Bastava leggere il tono dell’intervista a Domenique de Villepin sul Figaro di ieri. Felicità per la svolta libica e vanto del ruolo franco-tedesco a fianco di Blair in Iran, ma stridio di denti all’idea che la Francia per tanti mesi sia stata tenuta all’oscuro delle trattative
    con Gheddafi, proprio lei che per il Dc10 della Uta esploso con 170 vittime nel 1989 continua inutilmente a chiedere che Tripoli faccia ammissione di colpa come per Lockerbie.
    L’attenzione pubblica ieri era tutta per la visita in Israele di Ahmed Maher, ministro degli Esteri egiziano. I colloqui con Ariel Sharon e il collega israeliano Silvan Shalom sono stati definiti “molto buoni”. Secondo l’accordo che a Ginevra il 14 dicembre Hosni Mubarak aveva preso con Shalom, gli egiziani continueranno a premere su tutte le fazioni palestinesi per una tregua unilaterale di un anno, non condizionata allo stop della barriera difensiva.
    Proposta respinta il 18 dicembre da Hamas, Jihad e Fatah.
    Ma Omar Sulemain, il capo dei servizi egiziani, volerà la prossima settimana nella West Bank per nuove pressioni. Sharon tiene le mani libere, ma all’Egitto ieri ha risposto che in caso di tregua Israele risponderà allo stesso modo. Soprattutto, ha accettato l’invito a uno scambio di visite con Mubarak, di cui Maher era latore. Se si ricorda che da settembre 2000 l’ambasciatore egiziano non è più tornato in Israele, e che Mubarak dal ritorno al potere di Sharon nel 2001 ha evitato ogni incontro con lui, la svolta c’è eccome. Tanto che Maher ieri è stato assalito da estremisti palestinesi alla moschea di Al Aqsa, è stato difeso dalla sua security ma deve poi alle forze israeliane se è stato condotto sano e salvo all’ospedale di Ein Karem. “Niente male, un ministro egiziano salvato dagli israeliani”, commenta ironico Cohen.

    Dove volano i drone
    Naturalmente, non sono rose e fiori. Mubarak, appena Gheddafi ha prodotto la sua rinuncia unilaterale agli arsenali proibiti (Tripoli ieri già implorava gli oilmen americani di tornare a investire in Libia per raddoppiare la produzione di petrolio, speriamo che l’Italia non se la faccia fare in barba), ha subito commentato che “un nuovo Medio Oriente pacificato deve vedere anche da parte di Israele la rinuncia alle armi di distruzione di massa”.
    Gli israeliani non gradiscono. Gli egiziani per dare maggior peso al proprio invito hanno ripreso a far sorvolare da drone senza pilota l’impianto nucleare e missilistico israeliano di Palmahim, a Sud di Tel Aviv. Il generale Moshe Yaalom, capo di Stato maggiore della Difesa israeliana, ha avvisato che, in caso di altri sorvoli, la contraerea avrebbe sparato. Gli egiziani hanno soprasseduto, ma la richiesta che la pace con la Siria e la tregua coi palestinesi sulla road map possa condurre alla rinuncia di Israele, negli anni, a testate nucleari e chimiche, non è pura accademia.
    Non a caso, nota Cohen, proprio in questi giorni Israele ha aggiornato il suo Middle East Military Balance: rifacendo i conti senza più l’Iraq, Israele resta con 650 mila uomini alle armi, 3.500 tank e 530 aerei da combattimento contro una Lega Araba forte di 2.750.00 soldati, 15 mila tank e 4.500 aerei.
    Bashar Assad è l’unico ad aver taciuto, dopo la mossa di Gheddafi. “Ma a Damasco – dice Cohen – si lavora in silenzio. Tre settimane fa si è conclusa la missione congiunta degli agenti americano-iracheni cui Assad ha consentito accertamenti bancari sulle somme per 2 miliardi di dollari imboscate in Siria da Saddam. Ne sono stati materialmente rintracciati già 265 milioni, per oltre la metà i siriani questionano e rifiutano di restituirli al nuovo governo iracheno. La trattativa è aperta, ma Bashar non è uno sciocco. E ormai è circondato”.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito

    “Chi tollerò Piazzale Loreto accetti la visita dentistica a Saddam”
    Il trattamento del rais non è un crimine contro l’umanità.
    Ipocrisia di prelati e opinionisti. Una mano di bianco?

    Ingerenza contro sovranità
    Parigi. “Chi, in Italia, non si è scandalizzato per la fine di Mussolini e l’esposizione del suo corpo a Piazzale Loreto non dovrebbe preoccuparsi troppo per le visite dentistiche di Saddam Hussein. Anche perché i crimini di Saddam sono infinitamente più terribili di quelli di Mussolini.
    Chi compiange Saddam Hussein e non ha un solo pensiero per le sue vittime, trasforma il boia in vittima.
    E’ il metodo che consente di dare una mano di bianco a ogni crimine contro l’umanità”.
    Il filosofo francese André Glucksmann non nasconde al Foglio il suo stupore per le prese di posizione di personaggi come il cardinal Raffaele Martino e Barbara Spinelli, editorialista della Stampa.
    Entrambi si sono proclamati offesi dall’uso delle immagini di Saddam dopo la cattura. “Trattato come una vacca cui si controllano i denti”, lo ha compianto Martino.
    “Umanità imbestialita dai modi dell’arresto e della successiva spettacolarizzazione”, “indicibile violenza”, ha tuonato la Spinelli.

    “La prima cosa da dire è che il violento è Saddam Hussein”, replica Glucksmann, “e che la sua cattura rappresenta una tripla vittoria dei diritti dell’uomo in Iraq.
    E’ una vittoria dell’uomo iracheno, prima di tutto.
    E’ una vittoria della pace, perché Saddam era comunque un pericolo, come dimostra la crudeltà verso il suo stesso popolo e verso i popoli vicini.
    Il terzo motivo di soddisfazione è che siamo entrati finalmente in un’era in cui i tiranni possono sempre meno contare sulla speranza di finire i loro giorni nel loro letto, nei loro palazzi. Grazie alla coalizione che ha condotto la guerra in Iraq, il nostro mondo tenta di rompere con il regime d’impunità accordato, nell’ultimo secolo, a Ubu e a tutti i suoi emuli”.
    Era certamente necessario mostrare al mondo il dittatore sanguinario ridotto all’impotenza, sia per rassicurare chi temeva la possibilità di un suo ritorno che per dissuadere i suoi sostenitori. Ecco perché tutte le discussioni su come e se farlo, secondo Glucksmann
    “denunciano una grande ipocrisia. Chi protesta dimentica di dire che non c’era altro modo di prenderlo che non fosse l’azione militare. Certo, immortalarlo con un cappello elegante e con la barba fatta sarebbe stato più gentile, ma un prigioniero è sempre un prigioniero, e una foto antropometrica è comunque una foto antropometrica. Fino a nuovo ordine, fotografare o riprendere prigionieri non è un crimine contro l’umanità. Come non lo è riprendere qualcuno dal dentista. Non so poi come immaginare la perfetta e rispettosa immagine, quella in grado di rassicurare tutti coloro che sembrano più colpiti dal modo in cui Saddam Hussein è stato ritratto che dai suoi crimini. La prima cosa che mi viene da rispondere a chi s’inalbera per quelle immagini è che la loro commozione è assai mal riposta. Negli stessi giorni della cattura di Saddam, in Ruanda è successo che degli hutu, già condannati per aver commesso atti di genocidio, hanno crocifisso,
    cioè hanno inchiodato come Cristo a una croce, alcuni sopravvissuti tutsi. Gli hutu erano da poco usciti di galera, su pressione della comunità internazionale”.

    Le fosse comuni? Non ricordo
    La vicenda dell’indignazione per le immagini di Saddam conferma Glucksmann nella sua idea che “i progressisti arabi siano assai meno bloccati e rigidi dei loro omologhi europei”, in sintonia col fatto che “le piazze europee si sono agitate molto più di quelle arabe contro la Casa Bianca”.
    Anche chi usa l’argomento del caos che tuttora imperverserebbe in Iraq, secondo Glucksmann ha la memoria corta: “Hanno già dimenticato le fosse comuni viste in televisione, di cui ogni giorno di più scopriamo il numero impressionante? Hanno dimenticato le innumerevoli sparizioni ,deportazioni, mutilazioni e torture?
    C’è chi ancora vuole sostenere che Saddam fosse il male minore per il suo popolo. E’ falso. Saddam Hussein è stato, per l’Iraq, la più grande delle catastrofi”.
    Secondo Glucksmann è innegabile un rischio di revanscismo sunnita, “ma dobbiamo impegnarci a prevenirlo. E va registrato con soddisfazione, a questo proposito, il comportamento incoraggiante degli sciiti, che controllano la loro collera e non si abbandonano a vendette ed epurazioni”.
    Ma aggiunge: “Una volta dissipata la gioia per la cattura di Saddam Hussein, ho paura che una parte dell’Europa soccomberà di nuovo al suo demone favorito: cogliere in fallogli Stati Uniti, in nome del sacrosanto principio di sovranità.
    Ma il diritto d’ingerenza in nome dei diritti umani, se è un peccato capitale agli occhi dei cultori della sovranità alla Carl Schmitt, è un
    dovere ineludibile secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito La Nato...

    ….in Iraq

    Parigi. Che cos’hanno in comune, in questo inizio 2004, un ex ministro degli Esteri olandese e un grand commis dell’industria pubblica francese? Se si tratta di Jaap de Hoop Scheffer, neosegretario generale della Nato, e di un qualsiasi manager della compagnia petrolifera TotalFinaElf, un interesse forte alla ricomposizione della frattura franco-americana sull’Iraq.
    Non è un segreto infatti che, nell’Alleanza, l’ordine delle priorità sul tavolo del successore di Lord Robertson preveda tre dossier: l’Afghanistan, dove la Nato sta assumendo responsabilità operative crescenti; la Bosnia, dove potrebbe passare parte delle proprie responsabilità all’Unione europea; l’Iraq, al momento solo una possibilità, ma fortemente voluta da Washington.
    Newsweek ipotizza che truppe francesi, in ambito Nato, possano arrivare in Iraq entro l’estate.
    Se il primo dossier presenta difficoltà sul terreno ma nessun ostacolo politico di rilievo, gli altri due richiedono invece un supplemento di negoziato fra gli alleati.
    Compresa la Francia, che pur avendo lasciato (fin dal 1966) il comando militare integrato dell’Alleanza ne è ancora membro a pieno titolo sul piano politico.
    I sintomi di una volontà di disgelo – almeno da parte francese
    non sono mancati di recente. C’è stato, prima di tutto un assouplissement generale della retorica ufficiale, sul fronte sia europeo (quanto meno dopo l’ultimo Consiglio a Bruxelles) sia transatlantico. Poi c’è stata, poco prima di Natale, la missione speciale di James Baker – ex segretario di Stato con Bush padre e stratega del contro-ricorso alla Corte suprema che portò Bush figlio alla Casa Bianca tre anni fa – per la cancellazione del debito pregresso iracheno: ricevuto in gran pompa all’Eliseo, Baker ha portato a casa un quasi impegno di Chirac a rinunciare alla restituzione di una buona parte dei quasi 3 miliardi di dollari che Saddam Hussein doveva ai francesi. Un quasi impegno che, per materializzarsi, è stato presumibilmente legato all’accantonamento del cosiddetto “lodo Wolfowitz”, che prevede l’esclusione pregiudiziale dagli appalti per la ricostruzione dell’Iraq delle compagnie dei paesi che non hanno sostenuto l’operazione militare della primavera scorsa.
    Qui entra in gioco l’interesse dei manager pubblici di Parigi, da TotalFinaElf alle imprese di costruzioni ed equipaggiamento.
    E’ di ieri la notizia della morte di due tecnici francesi di un’impresa americana che lavoravano nel Nord del paese. L’interesse dell’economia francese a un riavvicinamento con Washington è più generale e va oltre la possibile torta della ricostruzione dell’Iraq.

    I termini del do-ut-des
    La possibilità di un coinvolgimento diretto della Nato in Iraq sarà comunque valutata e discussa nei prossimi mesi, in vista anche del vertice dell’organizzazione previsto per giugno a Istanbul.
    Al momento l’Alleanza atlantica si limita a fornire assistenza al comando regionale polacco, attorno al quale operano anche le forze spagnole e ucraine. Parigi e Berlino non intendono dare
    la luce verde a un intervento diretto della Nato in Iraq senza una qualche ulteriore garanzia politica – a livello di Onu come ad altri
    sulle modalità e gli sbocchi del processo attualmente in corso nell’area.
    Uno dei possibili do-ut-des è rappresentato proprio dall’eventuale passaggio dell’operazione di mantenimento della pace in Bosnia Erzegovina dalla Nato all’Ue.
    Si tratterebbe di una win-win situation per tutti.
    Gli americani potrebbero ritirare altre forze dalla regione per destinarle altrove, senza perdere il controllo politico sul teatro balcanico: la Nato resta il garante militare del rispetto degli accordi di Dayton ed è tuttora presente in Kosovo.
    Gli europei potrebbero mettere alla prova le loro ambizioni in materia di sicurezza e dimostrare il loro impegno nel “giardino di casa” balcanico.
    L’operazione sarebbe probabilmente diretta da un comando britannico – Londra si è detta disponibile e Parigi d’accordo, riconoscendo la maggiore affidabilità politica (per Washington) e operativa (per gli attori locali) delle forze di Sua Maestà – ma con una bandiera Ue, consentendo così a Blair di rivendicare l’inquadramento della difesa europea in un contesto Nato e transatlantico.
    La presenza di George W. Bush, a maggio, alle cerimonie ufficiali per il 60° anniversario dello sbarco in Normandia – a fianco, per la prima volta, di un cancelliere tedesco – potrebbe diventare prova di un’utile ricomposizione di interessi.

    su il Foglio di mercoledì 7 gennaio 2004

    saluti

 

 

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