...Rai

Difendere il Veltroni boy che è stato sospeso una decina di giorni dal direttore generale della Rai per comportamenti inaccettabili in qualsiasi azienda (una conferenza stampa contro il suo direttore di rete) è segno di protervia.
Come disse Giuliano Amato, la sinistra considera la Rai “cosa sua”, e tratta la questione di questo combriccolare cortile di casa con evidente supponenza, da molti anni e sotto tutti i regimi.
Se Bruno Vespa conduce a modo suo, rispettando regole elementari di rappresentatività, una trasmissione giornalistica di vago sapore governativo, allora è “pappa mediatica” di regime, gli insulti si sprecano, il linguaggio è fosco, l’invito ossessivo è alla delegittimazione.
Se Enrico Deaglio organizza tre puntate militanti con tre arcinemici di Berlusconi (il direttore dell’Economist, il padrone di Repubblica, il direttore dell’Unità), allora è un eroe della libertà di stampa.
La faccenda non è seria, via, e ha fatto benissimo il direttore generale a evitare provvedimenti censori a danno di Deaglio, che deve però accettare le conseguenze della sua libertà e dell’impiego fazioso che ne fa (cioè le critiche); e ha fatto benissimo, il dg, a dare qualche bacchettata formale a chi si comporta da padrone politico lottizzato con un’azienda pubblica di intrattenimento, cultura e informazione.

Detto questo, se la Rai con i suoi ascolti e la sua gestione ha dimostrato di non essere la compare di Mediaset in regime di conflitto di interessi, e questo è insopportabile per la sinistra oltranzista, bisogna dire che ai palinsesti gioverebbero quella vivacità e libertà di tono, in tutte le direzioni, che parecchio latitano.
Diciamo come stanno le cose: la destra televisiva, berlusconiana, mediocratica soffre di un paradossale complesso di inferiorità nell’informazione, e combatte un avversario, la sinistra esperta del vecchio partito Rai, che le imputa di avere mutilato libertà elementari nel momento stesso in cui trionfa il suo militantismo fazioso.
Non ci sono programmi, facce, sensibilità televisive che sfondino e facciano opinione, se non nel senso politicamente e ideologicamente corretto che conosciamo da decenni, tranne qualche discusso e controverso esperimento.
Di qui la tentazione governativa di sopire, spegnere, cancellare, marginalizzare, invece di sperimentare nuovi spazi e nuove libertà.
Di qui la frustrazione che suggerisce il rilancio dello spot elettorale.
Invece bisogna insistere: gente diversa dal vecchio modello di guru televisivo di sinistra c’è, la si trovi, la si metta in competizione con la meglio gioventù secondo regole generalmente accettate, e si consenta ai palinsesti di essere vivaci e liberi.

saluti