Al via le gare di appalto per 17 contratti da cinque miliardi di dollari.
Escluse Francia, Germania, Russia e Canada. Attentati, scontri,
mini-amnistia, rastrellamenti e rappresaglie. I mercenari, protetti da una
piena immunità, con 10.000 uomini diventano il secondo contingente dopo
quello Usa. Lavorano, al di fuori di ogni controllo, per le multinazionali
ma difendono anche il «marja bianco» Paul Bremer
STEFANO CHIARINI
Una nuova tappa nella corsa alle ricchezze del far-west iracheno è partita
ieri con il lancio delle gare d'appalto per una serie di assai vantaggiosi
contratti per un valore di 5 miliardi di dollari finanziati con i 2,6
miliardi di dollari appena ricevuti dall'Onu (i soldi dell'Oil for food) e i
18,6 miliardi di dollari stanziati dal Congresso americano per la
ricostruzione e il controllo della Mesopotamia. Il Pentagono dopo numerosi
rinvii ha dato ieri il via alle gare per 17 contratti di costruzione e di
gestione dei progetti. Naturalmente possono partecipare alle gare solamente
le società dei paesi che hanno partecipato alla guerra e stanno partecipando
all'occupazione del paese facendo versare ai loro cittadini un altro tributo
di sangue in cambio di lucrosi contratti per le loro multinazionali. Esclusi
dalla bonanza Francia, Germania, Russia, Canada. I contratti saranno
assegnati entro un mese. Nel frattempo gli iracheni, senza generi alimentari
a buon mercato e persino senza benzina, potranno consolarsi con la notizia,
diffusa ieri, del ritorno della Pepsi-cola che, attraverso una società
locale, la «Baghdad Soft Drinks Company» inizierà da giugno a produrre la
nota bibita, insieme alla «7up» e alla «Mirinda». Naturalmente, sulla base
della nuova legge sugli investimenti, la Pepsi Cola, come tutte le società
straniere, potrà controllare al 100% la sua consociata irachena ed esportare
il 100% dei profitti esentasse. La Pepsi era arrivata in Iraq dagli anni
sessanta ma era scomparsa dalla circolazione, ad eccezione delle lattine
frutto di un lucroso contrabbando dalla Siria e dal Libano, con il varo
delle sanzioni nell'agosto del 1990 lasciando campo libero alla assai
migliori bevande locali dal favoloso Arak alla birra «Sherazade». Ma non è
questa la sola buona notizia proveniente dall'Iraq. Ieri il vicere americano
Paul Bremer si è alzato bene dal letto e ha annunciato che, come faceva
periodicamente Saddam Hussein, nella sua infinità bontà libererà un certo
numero di prigionieri iracheni finiti nella rete dei rastrellamenti
americani. Si parla di un centinaio sui circa 13.000 prigionieri che ancora
languono nei campi di detenzione senza che le loro famiglie sappiano nulla
della sorte dei loro cari. Tra di loro ci sarebbero anche 28 ragazzini sotto
i 15 anni. I primi cento potrebbero uscire nelle prossime ore dal carcere di
abu Ghraib, ripulito e ripristinato dagli americani, dopo che era stato
chiuso nell'autunno scorso in seguito ad una amnistia generale varata dal
presidente Saddam Hussein. Il loro posto verrà preso dai 400 criminali
comuni usciti a ottobre con l'amnistia e riarrestati la scorsa settimana e i
circa 200 resistenti arrestati nelle ultime ore tra Tikrit e Falluja. Nel
frattempo le autorità Usa hanno redatto una nuova lista di presunti
esponenti e militanti della resistenza sulla cui testa, vivi o morti,
pendono taglie da 50.000 a 200.000 dollari. Ma non sembra che taglie e finte
amnistie stiano convincendo la popolazione irachena a rinunciare alla
resistenza: un soldato americano è stato ucciso ieri in circostanze poco
chiare, così come è morto, sempre ieri, un soldato britannico. Uccisi anche
nella zona di Kirkuk un poliziotto curdo e un vigilante privato a guardia di
un tratto dell'oleodotto che successivamente è stato fatto saltare in aria.
Le truppe Usa da parte loro hanno reagito furiosamente ad un attacco della
guerriglia a Tikrit facendo intervenire un carro armato che ha aperto il
fuoco contro una casa distruggendola con due suoi abitanti. L'uccisione ieri
del vigilante e il ferimento di tre suoi colleghi della North Oil Company ha
riportato l'attenzione su quello che ormai è diventato il secondo tra i
contingenti che occupano l'Iraq: quello dei vigilantes e dei pistoleri
privati il cui numero sarebbe arrivato a 10.000 unità, superando di poco
quello dei britannici con 9.900 soldati. Un fenomeno in costante crescita.
Basti pensare che degli 87 miliardi di dollari destinati nel 2003 alla
campagna di Iraq e all'Afghanistan circa un terzo, pari a 30 miliardi di
dollari andrà a finire nelle tasche di imprese private al di fuori del
controllo dello stesso Congresso Usa e delineando una sorta di
«privatizzazione della guerra».

Finito ufficialmente il conflitto il ruolo delle imprese militari private si
è andato ulteriormente allargando. Una società privata, la Vinnel
sussidiaria della Northrop, addestrerà il nuovo miniesercito iracheno,
un'altra, la Dyncorp, si occuperà della polizia. Due pilastri della
«irachizzazione» del conflitto saranno quindi sotto il controllo di società
private. Lo stesso quartier generale di Paul Bremer sarebbe in realtà difeso
da una ditta britannica la «Global Risk International» con base nel
Middlesex, che arruola i famosi Gurkha, soldati delle isole Figi, e
soprattutto membri delle Sas le squadre speciali britanniche mentre un altra
compagnia la Eryns si occuperebbe della «protezione» di oltre 140
istallazioni petrolifere irachene nel nord del paese. Un aspetto assai
preoccupante della situazione sta nel fatto che l'ordine numero 17
dell'Amministrazione Usa, non solo concede piena immunità al personale della
Coalizione e a coloro che lavorano per la coalizione che dovranno, in caso
di reati, essere giudicati dai rispettivi paesi e non dalla giustizia
irachena ma stabilisce anche che qualsiasi processo legale nei confronti
degli appaltatori e sotto appaltatori della coalizione non potrà avere
origine se non vi sarà il via libera, per iscritto, dello stesso Paul
Bremer. E cosà può accadere in caso di richieste di danni per perdite
materiali o danni alle persone? Tali procedimenti andranno indirazzati
anch'essi agli stati ai cui appartengono gli eventuali responsabili ma a
patto che non siano derivati da «fatti bellici». In pratica si tratta di una
immunità assoluta per i nuovi pistoleri del far-west iracheno.