Contrabbando, corruzione, guerra
La deriva criminale dell'economia del legno
L'industria del legname è implicata in numerosi conflitti attraverso il pianeta. Le sue risorse servono a finanziare gruppi mafiosi o a sostenere poteri autoritari in Africa e in Asia. Lo sfruttamento illegale del legname alimenta la corruzione e priva i bilanci statali di fondi necessari alla lotta contro la povertà. Ma la responsabilità incombe anche sugli acquirenti occidentali
In diversi paesi, soprattutto nel continente africano, l'industria del legname alimenta alcune delle guerre più sanguinose dei nostri anni. Materia prima preziosa, facile da vendere e sfruttare, il legno è diventato una delle risorse principali per le diverse fazioni in conflitto, per le reti mafiose e i mercanti di armi. Lo sfruttamento d questa risorsa naturale fornisce infatti a tutti questi gruppi il sostegno finanziario e logistico necessario per condurre una guerra.
In cambio, governo e movimenti insurrezionali ricompensano con partite di legno chi li sostiene. Questo uso criminale del legname che spesso passa sotto silenzio, alimenta - o ha alimentato - tanti conflitti, da quello in Costa'Avorio, alla guerra in Liberia, dalla Cambogia alla Birmania.
La sanguinosa guerra civile scoppiata in Sierra Leone (1990 - 2001) è per esempio stata in parte sostenuta proprio da capitali provenienti dall'industria liberiana del legno (1). Nel 2003, l'ex presidente Charles Taylor ha riconosciuto anche pubblicamente di aver usato denaro derivato dalla vendita del legname per acquistare armi, in aperta violazione dell'embargo delle Nazioni unite (2). Senza contare che fino al 2002 il governo di Monrovia, assieme a diverse società locali legate alla vendita del legno, ha finanziato e armato direttamente l'insurrezione in alcune province occidentali della Costa díavorio (3). Anche in paesi senza guerra, come il Camerun, lo sfruttamento illegale delle foreste ha causato un'impennata della corruzione (4).
I continenti coinvolti in questa deriva criminale sono molti: negli anni '90, la vendita di legname ha finanziato i Khmer rossi (per una cifra che oscilla tra i dieci e i venti milioni di dollari al mese durante le stagioni secche). Tale commercio non ha soltanto sostenuto la guerra, ma è diventato esso stesso fonte di altri conflitti. Nel 1991 Pol Pot poteva dichiarare: «Il nostro paese non ha capitali a sufficienza per sviluppare la sua potenza né per accrescere i suoi arsenali... Le risorse naturali esistenti [nelle zone libere o semi-libere] devono assolutamente essere sfruttate (5)».
In Russia la mafia coltiverà forti interessi nell';industria del legname siberiano (6).
Un guadagno per pochi Si può quindi parlare di conflict timber (legno del conflitto). Questo termine è stato utilizzato per la prima volta nel 2001, da un gruppo di esperti delle Nazioni unite (7) per uníinchiesta sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). La quantità di legname tagliato dalle fazioni ribelli, dalle compagnie e dalle forze armate del governo dei paesi vicini è così grande che in Uganda il prezzo di tale materia prima è crollato del 50% tra il 1998 e il 2003. Stando così le cose, secondo il gruppo di esperti dell'Onu, gli interessi finanziari in gioco potrebbero condurre ogni parte a perpetuare all';infinto il conflitto. Sono riusciti a riattivare reti estremamente articolate create dall'Uganda, dal Ruanda e dallo Zimbabwe.
L'uso criminale delle risorse congolesi si è esteso ben al di là delle frontiere della Rdc: gli esperti hanno segnalato più di un centinaio di personaggi e società coinvolte (8). La Ong Global Witness, definisce conflic timber il legno il cui commercio sia stato gestito da gruppi armati, fazioni ribelli, militari o amministrazione civile allo scopo di lucrare o alimentare un conflitto. Esiste anche un'altra forma di utilizzo criminale del legno: lo sfruttamento in violazione delle legislazioni nazionali e delle convenzioni internazionali, tra le quali quelle che regolano le aree protette. Ancora una volta, in questo caso, somme di denaro vengono sottratti al budget nazionale, generalmente all'insaputa della comunità internazionale.
Una parte importante dei guadagni fatti a breve tempo non arrivano nelle casse dell'erario, ma direttamente nelle tasche di poche persone. La poca trasparenza che caratterizza questo genere di operazioni rende necessaria líadozione di una regolamentazione che punti, da un lato, a rompere i legami tra il conflict timber, il commercio illegale di armi e l'industria marittima, e dall'altro a porre fine all'importazione illegale di legname da parte dei paesi ricchi.
In Africa solo un ristretto numero di persone, di solito collegate a grandi reti criminali, gestisce la vendita di armi in cambio di risorse naturali come il legno o i diamanti. Tra queste sono tristemente noti personaggi come Victor Bout, conosciuto con il soprannome di mercante della morte e colpito da un mandato di cattura internazionale.
Bout avrebbe infatti intrecciato lo sfruttamento delle risorse naturali con la vendita d'armi (9) in molti paesi africani lacerati dalla guerra (Ruanda, Sierra Leone, Angola, Liberia, Rdc). In Liberia, ci sono Gus Kouwenhoven, membro dellíazienda malese Oriental Timber Company (Otc) segnalata dalle Nazioni unite per le sue attività illegali (10), e Sanjivan Ruprah, accusato di traffico di diamanti. L'Onu ha vietato loro qualsiasi spostamento, perché colpevoli di aver fornito appoggi finanziari e militari ai ribelli del Fronte rivoluzionario unito (Ruf) durante la guerra civile in Sierra Leone.
Stime ufficiali ritengono illegale circa la metà del commercio mondiale di armi leggere. E senza meccanismi di controllo adeguati, adatti a colpire gli intermediari e grazie all'assenza di regole nella gestione del commercio internazionale, il traffico d'armi continuerà a svilupparsi, rimanendo l'industria lucrosa quale oggi è, proseguendo ad attrarre nuovi capitali. Nel 2002, a livello mondiale soltanto sei paesi hanno deciso di adottare una legislazione con lo scopo di colpire i commercianti (11). Nonostante le armi siano per la maggior parte ancora trasportate via aerea, le rotte marittime sono sempre più utilizzate in un contesto poco trasparente e privo di una regolamentazione, in cui l'uso di bandiere di comodo è la norma. Le mercanzie di solito viaggiano in container e sono gli esortatori che decidono cosa appare nelle bolle di accompagnamento (12).
In più questi container raramente vengono controllati, in modo che i trasportatori non conoscono mai l'esatto contenuto. La maggior parte dei cargo può contenere da 5.000 a 7000 container e il contrabbando di armi verso zone di conflitto diviene un affare fin troppo facile.
Se tutti i governi hanno il diritto sovrano sulle proprie risorse naturali, devono comunque rispettare delle regole internazionali e, a maggior ragione, le loro stesse leggi. Il che, nel caso del legname e dei diamanti, dovrebbe significare uno sfruttamento sostenibile e a beneficio della popolazione. Il governo liberiano avrebbe passato un colpo di spugna su due milioni di dollari che l'Otc avrebbe dovuto pagare come spese di dogana: la somma sarebbe stata versata direttamente sui conti del presidente, senza che il salario dei taglialegna venisse modificato in nessun modo. L'Otc ha creato proprie prigioni, proprie caserme e una milizia di più di 2.500 uomini (13).
I paesi importatori di conflict timber scaricano tutte le responsabilità sulle nazioni esportatrici. Continuano ad acquistarne da società notoriamente implicate in traffici d'armi o in conflitti sanguinosi. Alcune di queste società si sono lanciate in grandi campagne di relazioni pubbliche in cui ostentano un grande impegno nel campo de diritti umani e dell'ambiente: lasciano credere a acquirenti poco attenti che il legno che vendono non proviene né da taglio illegale, né da un'industria legata alla guerra. » così per la compagnia danese Dlh che malgrado le promesse, continua a comprare legno dalla Liberia.
Le conseguenze di questa deriva ricadono tutte sulla popolazione. Quelle che abitano sul territorio di una concessione forestale, non hanno in genere più accesso ala foresta stessa. Il disboscamento e le espulsioni frequenti stravolgono le modalità di vita: l'accesso ai beni di prima necessità e ai farmaci diventa più complesso. In Liberia la popolazione ha anche cercato, invano, di denunciare i metodi dell';Otc. Inoltre cambi dell'ecosistema locale causano spesso inondazioni o siccità. Solo coloro che sono direttamente interessati a questo commercio possono sostenere che l'industria del legname migliora la vita delle persone in situazioni di conflitto come quelle qui esposte.
Solo il divieto assoluto del conflict timber, deciso dalle Nazioni unite potrà porre fine a questo commercio. Da questo punto di vista, alcuni progressi devono comunque essere segnalati Nel maggio 2003 il consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha imposto un embargo su tutto il legname proveniente dalla Liberia. Rapporti redatti da esperti della Rdc hanno portato alla messa sotto sequestro dei beni di società coinvolte e alla sospensione di molti funzionari.
All'Ong Global witness è stato accordato lo status di osservatore ufficiale.
Nonostante ciò, molte raccomandazioni sono rimaste lettera morta. In Cambogia l'osservatore indipendente che adempiva correttamente i suoi compiti, è stato sospeso.
Quanto ai progressi rappresentati dall'embargo liberiano è sotto la miaccia di un programma «cibo in cambio di legname», che il consiglio di sicurezza delle Nazioni unite potrà decidere.
Tale programma potrebbe mettere fine all'embargo deciso a maggio, permettendo all'industria dello sfruttamento del legname di riprendere il proprio lavoro per finanziare le importazioni di derrate alimentari.
Una decisione di questo tipo non considererebbe i forti legami tra l'industria del legname e il traffico d'armi, né le violazioni dei diritti umani da parte di milizie padronali.
Né terrebbe conto del fatto che ridarebbe accesso alle cessioni forestali al governo e ai gruppi ribelli.
I ribelli dei Liberiani uniti per la riconciliazione e la democrazia (Lurd) e quelli del Movimento per la democrazia in Liberia (Model) controllano le regioni ricche di legno.
Dopo la caduta del presidente Taylor nell'agosto scorso, il Model si è visto a affidare la direzione provvisoria dell'autorità per lo sviluppo forestale. Inoltre, sarà praticamente impossibile controllare il commercio di un paese così lacerato dalla guerra. Un tale programma rischia quindi di arricchire le fazioni in conflitto e di ipotecare un'importante risorsa nazionale a beneficio di un'´lite molto ristretta. Il 6 novembre, il Consiglio di sicurezza ha deciso di mantenere le sanzioni imposte alla Liberia a tempo indeterminato.
Alice Blondel
Giornalista, membro dell'associazione Global Witness.
(1) Rapporto sullo sviluppo umano, Nazioni unite, New York, 2000.
(2) «Liberia denies Ivorian rebel links», Bbc News, Londra, 3 aprile 2003.
(3) Global Witness, «The Usual Suspects. Les armes et les merceaires du Liberia en Côte d'Ivoire et en Sierra Leone», marzo 2003, www.globalwitness.org
(4) Global Witness, «The Logs of War : the timber trade and armed conflict», novembre 2002.
(5) Global Witness, «The Logs of War : the timber trade and armed conflict», op. cit.
(6) «The Wild East», Forests Monitor, Cambridge, Regno unito, 2001; «Loogers wreak havoc in Siberia», Bbc News Online, Londra, 4 novembre 2000.
(7) Rapport final du groupe d'experts des Nations unies sur l'exploitation illégale des ressources naturelles, Nazioni unite, New York, 2002.
(8) Si legga Colette Braeckman, «Guerra senza vincitore nella Repubblica democratica del Congo», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2001.
(9) «Gunrunners», Pbs Frontline series, 2002, www.pbs.org
(10) The Perspective Magazine, 20 marzo 2000, www.theperspective.org e Rapport du groupe d'experts des Nations unies sur la Sierra Leone (S/2000/1195), 2000.
(11) Brian Wood and John Peleman, The Arms Fixers : Controlling the Brokers and Shipping Agents, Prio Publications, Oslo, 2002.
(12) Descrizione delle merci trasportate.
(13) The Usual Suspects, op. cit., 2003
(14) Gyude Briant è stato nominato il 14 ottobre presidente della Liberia.
(Traduzione di T. B.)
Fonte:Le Monde Diplomatique
dicembre 2003




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