Riflettendo sull'anno che si è chiuso, sorvolo sulle performance di
Berlusconi, resto in attesa della democrazia in Iraq, non mi commuovo sulla
crisi dell'Unione europea, ma una domanda mi resta inevasa: che fine ha
fatto l'emergenza pitbull? Pochi mesi fa i terribili cagnacci erano un flagello nazionale; ogni giorno i giornali riportavano cronache di assalti e imboscate agli umani; l'opinione pubblica si divideva tra innocentisti e
colpevolisti; qualcuno chiedeva abbattimenti di massa; il ministro della
Salute faceva e disfaceva ordinanze. Poi, il silenzio. E' possibile che la
campagna stampa abbia convinto le bestiacce a tenere un comportamento
migliore. Ma chi può escludere che non si stiano segretamente organizzando
per tornare all'assalto più feroci di prima?
Antonino Perilli, Roma
Risponde Stefania Rossini
s.rossini@espressonline.it
La sua ironia sulle sciocchezze di certe campagne stampa è ben centrata,
gentile signor Perilli, ed è pungente l'idea dei pitbull che escono di scena
per preparare nuove offensive, come fossero terroristi. Ci meritiamo, come
categoria, il suo garbato rimprovero. Le emergenze mordi e fuggi che puntano sulle emozioni sono purtroppo un vizio giornalistico ricorrente che ha
ricadute fastidiose sulla ragione. Ma c'è chi sa trovare deliziosi antidoti.
Nel quartiere romano deve ha sede "L'Epresso" circola, ad esempio, un
magnifico esemplare di giovane maschio pitbull al guinzaglio di un magnifico esemplare di giovane maschio umano. Al collo del cane un fiocco celeste e un cartello con la scritta: "Io sono buono". Le ragazze si fermano, accarezzano
il quadrupede e danno un'occhiata la bipede. E' una scenetta che annulla
tutte quelle grida scriteriate sulla cattiveria animale. D'altra parte, come lei saprà, la discussione seria e importante sugli animali va in tutt'altra
direzione. Questi nostri compagni di vita sul pianeta cominciano a porre
all'uomo domande sempre più pressanti. Il movimento culturale che afferma la centralità dell'animale, qualunque esso sia, senza attribuire particolari
privilegi all'uomo, è riuscito in questi anni a sollevare questioni etiche non più eludibili. Dalla consapevolezza dell'ingiustizia di specie che
l'uomo perpetra contro i suoi simili, infliggendo inutili sofferenze nella
catena alimentare da lui stesso creata, è nata una discussione sui diritti
delle creature senzienti che da filosofica si va facendo politica. E il termine specismo si va affiancando, come accusa di infamante
discriminazione, a quello di razzismo e sessismo. Il riconoscimento dei
diritti animali non è per fortuna una delle emergenze effimere che lei
denuncia, ma un'esigenza profonda che sta invadendo lentamente le nostre coscienze.
L'Espresso Lettere
15/01/04




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