da http://www.dagospia.it/round.php3
Augusto Minzolini per La Stampa
Anche Alberto Michelini, ambasciatore del Cavaliere in Africa, pur trascorrendo buona parte del suo tempo fuori dall’Italia si è accorto dell’effetto domino che può creare negli equilibri politici la crisi dell’asse Geronzi-Fazio. «Vedrete - scommette il personaggio che ha l’intuito di chi ha sommato l’esperienza della Seconda Repubblica con quella accumulata nella Prima - non ci saranno più scossoni, il panorama sarà più calmo. Con il declino di Fazio e Geronzi tutti quelli che avevano giocato nella maggioranza contro Berlusconi perderanno il loro riferimento. E si andrà alle elezioni con un Berlusconi fortissimo, che avrà a disposizione una grande potenza di fuoco. Ecco perché gli altri - dentro e fuori la maggioranza - sono incavolati con lui, si sentono disarmati. Basta pensare ai ds che potevano contare su un credito illimitato in Banca di Roma. O l’alleanza che aveva stipulato con quel mondo da qualche mese Fini. La verità è che Fazio e Geronzi hanno fatto la guerra a Tremonti proprio perché non ha voluto né proteggerli, né garantirli».
Più o meno la stessa visione ha il presidente della Commissione Sanità del Senato, Antonio Tomassini, che pure fino a qualche tempo fa non era in buona con il ministro dell’Economia. «Geronzi e i suoi amici - spiega - aiutavano solo quelli che stavano dalla loro parte. Ma non solo tra i politici, anche tra gli industriali. L’apparato produttivo del piccoli e medi imprenditori del Nord, quello che ha sempre fatto investimenti buoni, è rimasto a secco. I finanziamenti venivano concessi solo per amicizia e relazioni. E in politica a chi faceva comodo. Ora quelli che prima vivevano su Tangentopoli eppoi stavano sotto l’ombrello di quei due, non hanno più niente. Le due sole forze che possono contare su finanziamenti autonomi da quel mondo sono Forza Italia e la Lega». Uno schema condiviso anche dal capogruppo leghista alla Camera, Cè: «Fazio e Geronzi, come dice Bossi, erano i mecenati di tutti quelli che complottavano contro l’alleanza tra Berlusconi e la Lega»
Così gli orfani di Fazio e Geronzi rischiano di ritrovarsi nei guai. E non è un dato irrilevante per chi, al di là delle ipocrisie o della retorica, sa bene come funziona la politica: l’economia e la politica nel nostro paese, come in tutti i paesi del mondo, vanno a braccetto. Negli Usa i pronostici per la corsa alla casa Bianca sono condizionati non poco dall’ammontare dei fondi che i candidati alla Casa Bianca riescono a totalizzare. E anche nel nostro paese le cose sono sempre andate in questo modo. Non per nulla dopo 12 anni anche Giuliano Amato qualche giorno fa, durante la presentazione di un libro, ha ritrovato la memoria e ha dato ragione a Craxi sull’argomento dei finanziamenti ai partiti.
Appunto, in Italia come in altri paesi spesso i partiti stipulano delle alleanze con i centri del potere finanziario, e viceversa. Così l’onda distruttiva messa in moto dagli scandali Cirio e Parmalat, oltre ad investire Banca di Roma-Capitalia e, per altri motivi il Governatore (basta pensare alle parole di Tremonti di ieri), può creare dei danni indiretti anche ai referenti politici di questi ultimi. Il primo ad accorgersene è stato Massimo D’Alema che proprio per questo, qualche giorno fa, ha ipotizzato la possibilità di un Cavaliere pronto ad andare ad elezioni anticipate. Il ragionamento è semplice: in questo momento il premier è l’unico che ha a disposizione le risorse finanziarie necessarie per affrontare una dispendiosa doppia campagna elettorale. E gli stessi problemi, con le stesse paure, se li è posti anche il vertice della Margherita.
Ma non è finita qui. La banca di Geronzi oltre ad assicurare il credito necessario alla Quercia (non per nulla ora l’avvocato del presidente di Capitalia è lo stesso di D’Alema e Fassino, il senatore diessino Calvi), era un punto di riferimento finanziario anche per diversi settori della maggioranza, dall’Udc ad An. Non a caso da qualche giorno emergono dentro entrambi i partiti dei timori nei confronti del Berlusconi-spaccatutto. Fini è tornato a rilanciare con forza l’idea di una lista unica del centro-destra che impedirebbe una conta dentro i partiti della coalizione.
Tra gli ex-dc, invece, albergano posizioni diverse: Casini continua a pensare che la lista unitaria sarebbe la scelta migliore; mentre gli altri, quelli che vorrebbero andare da soli per potere reclamare in caso di vittoria un maggior peso nel governo, sperano che alla fine Berlusconi decida di non candidarsi alle europee. «Non gli converrebbe - sostiene ad esempio Bruno Tabacci -. Se vincesse rimarrebbe tutto come prima. In caso di sconfitta, invece, tutte le responsabilità ricadrebbero su di lui. Eppoi se lui si metterà in competizione, noi per quel 3-4% che siamo, gli romperemo le scatole».
Insomma, l’ombra del Cavaliere che fa il bello e il cattivo tempo in campagna elettorale fa paura a molti. Gli unici che non sono preoccupati, ovviamente, sono gli esponenti di Forza Italia. «Io ci andrei calmo- osserva Fabrizio Cicchitto, consigliere del Principe -: siamo ancora in mezzo al guado e non si sa ancora come andrà a finire lo scontro in atto. Per esperienza so che in politica tutto è reversibile. Comunque, nessuno può chiederci di fare a meno di Berlusconi. Chi ci ha dato addosso, dentro e fuori la maggioranza, adesso non può chiederci di tagliarci gli attributi».
Dagospia 16 Gennaio 2004




Rispondi Citando
