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    Predefinito Il Forum Sociale Mondiale di Mumbai

    IT - Il Forum Sociale Mondiale di Mumbai (India) IN DIRETTA ON-LINE
    EN - The World Social Forum of Mumbai (India) LIVE ON-LINE
    FR - Le Forum Social Mundial de Mumbai (India) EN DIRECT ON-LINE
    ES - El Foro Social Mondiale de Mumbai (India) ON-LINE

    www.attac.info/mumbai2004
    IT-EN-D-FR-ES-PT
    in italiano
    http://www.attac.info/mumbai2004/?NAVI=0-14it
    ----------------------------

    Articoli, cronache, documenti, analisi di Walden Bello, Vijay Prashad,
    Giorgio Riolo e altri personaggi del Forum sociale mondiale di Mumbai,
    gallerie fotografiche (e presto l'audio).

    Se volete seguire il Forum a distanza collegatevi a www.attac.info e
    scegliete Mumbai.

    In 6 lingue oltre 30 mediattivsti sul posto e un gruppo (solo per l'Italia
    di 70 traduttrici/traduttori, smanettoni e impaginatori) vi permettono di
    partecipare al più grande evento globale dei movimenti.

    Fate girare, passate la voce.
    Un altro mondo è in costruzione!
    -----------------------------------
    Info media: claudio jampaglia
    comunicazione@attac.org
    ++39 348 89 58 602
    -----------------------------------
    www.attac.it

  2. #2
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    Predefinito Mezzo milione di piccoli indiani

    Bombay, una folla immensa e inattesa invade il quarto "Forum sociale mondiale"

    Gli organizzatori aspettavano 50mila persone, né sono arrivate dieci volte di più. In cinquecentomila hanno invaso ieri Bombay per partecipare al quarto World social forum: una folla immensa che ha fatto slittare di qualche ora la cerimonia inaugurale, trasferita dalla "Holl 1" alla ben più capiente tribuna centrale, uno sterminato spazio all'aperto.
    Sono qui per la loro casa, per le loro foreste, per i loro villaggi. Sono qui per il diritto di essere toccati, guardati, avvicinati. L'India riversa la sua sterminata storia, i suoi colori abbaglianti e i suoi canti nella piazza d'armi allestita per contenere l'apertura ufficiale del Forum. Nei viali alberati del centro congressi, improvvisamente tappezzati di striscioni in ogni lingua umana, si riversa un fiume di centinaia di migliaia di persone. Giapponesi e sudcoreani, australiani e tibetani, brasiliani e francesi, palestinesi e africani. Ma la massa danzante e colorata, con il capo avvolto nelle mille forme che possono assumere i turbanti oppure nudo, come sono nudi i piedi dei più poveri, è inequivocabilmente indiana anche se, di fronte all'esplosione di una tale, incredibile varietà, ti rendi conto di quante cose può voler dire la parola India.

    Ci sono gli "advasi", le popolazioni tribali scacciate via dalle grandi dighe che danzano la loro protesta brandendo asce e sventolando archi e freccie. Ci sono gli "intoccabili" delle sterminate periferie, con le giacche buone allacciate fino in cima che ti stringono il cuore. Ma ci sono anche quelli che le giacche nemmeno se le sognano, ma portano con orgoglio, appeso sui loro stracci sporchi, il cartellino di riconoscimento dei delegati. E poi le donne. Tante, tantissime donne. I "sari" multicolori delle giovani, che sfoggiano lunghe catenelle di fiori freschi nei capelli, e quelli opachi, consumati, delle vecchie contadine del sud: la pelle più scura, le mani anchilosate dal lavoro ma la stessa determinazione negli occhi. Si sorridono e ti sorridono. Si fermano a chiederti da dove vieni e magari cominciano a parlarti convinte di riuscire a comunicare con quella lingua imparata a fatica. Solo che la lingua è l'hindi, e tu non hai cuore - né modo - di spiegargli che la lingua che lo stato nazionalista gli ha imposto per schiacciare la loro irriducibile differenza, non gli consente di comunicare con il mondo.

    Quando arrivi nella spianata, davanti al palco dove si daranno il cambio leader noti e meno noti della torre di babele globale, l'emozione ti fa venire i brividi malgrado il tepore del delizioso inverno di Bombay: una distesa di gente, di razze e di bandiere. Un intrecciarsi di lingue come - davvero - nelle più folli fantasie di pacificazione universale. Salvo che questa babele non è affatto pacificata, tutt'altro. E' arrabbiata - festosamente, allegramente ma decisamente arrabbiata - con i padroni del pianeta. Quelli che buttano vite e ricchezze nelle loro guerre di conquista così come quelli che, seduti nelle sale conferenze degli alberghi di lusso decidono, con una firma, di triplicare le bollette della luce o di spianare foreste, incuranti della vita della gente. Per quel poco che capisci dai cartelli e dagli striscioni, i temi del movimento ci sono tutti. Gli ultimi della terra non hanno niente da imparare su globalizzazione, Wto, Fondo monetario internazionale. Ne conoscono il profilo più tagliente, quello spietato e ben poco democratico. Quello che non capisci ti costringe invece a concentrarti su altri dettagli, a sintonizzarti sulle emozioni di chi sfila, come forse capita raramente. E allora non puoi evitare di sentirla, la determinazione della folla che accoglie con un boato il saluto della famosa catante indiana che da il via agli interventi. Una determinazione che riesce a incrinare la voce di persone non nuove ai comizi come Lakshmi Sehgal, che fa gli onori di casa, l'algerino Ahmed Ben Bella, il palestinese Mustafa Barghouti, il pacifista inglese Jeremy Corbyn, il brasiliano Chico Whitaker e l'ultimo premio Nobel per la pace, l'iraniana Shireen Ebadl, e di quelli meno abituati alle folle, come la scrittrice indiana Arundhati Roy diventata icona del movimento per meriti di servizio: un rabbioso saggio sulle dighe e un bellissimo romanzo d'amore sugli intoccabili che, in questo pomeriggio di festa, ha il gusto di una dedica, o di una premonizione.

    Sabina Morandi_
    Liberazione
    17 01 04

  3. #3
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    Predefinito Nella babele di lingue, la rivolta del sud

    Social forum a Bombay, una platea a maggioranza femminile dalle regioni più povere del mondo. Esperienze di lotta e acclamati leader popolari

    «Per favore, c'è qualcuno che parla coreano?» gracchiano gli altoparlanti. Bisogna rassegnarsi: nella babele dell'altro mondo possibile la prima mezz'ora di ogni assemblea è dedicata al rodaggio linguistico. Gli esponenti delle varie nazioni si danno il cambio per indicare le frequenze radio corrispondenti alle varie traduzioni. C'è da mettere in comunicazione fra loro tre lingue europee, tre asiatiche e quattro indiane. E comunque, la mezz'ora consente di riempire l'enorme capannone originariamente adibito al mercato dei bovini - capienza 15 mila persone - dei contadini provenienti da tutto il mondo per dare vita alla prima riunione plenaria del World social forum 2004 dedicata a "Terra, acqua e sovranità alimentare".


    Il pianeta delle donne
    Se quindicimila sedie allineate sembrano strane, quindicimila facce sono incredibili. Un'oceano di occhi che brillano sui volti prevalentemente scuri e seguono attentamente ogni parola. Ogni tanto qualche faccia pallida: sono i francesi che seguono José Bové come un'ombra, sono i contadini giapponesi e coreani. Tutti gli altri - indiani, thailandesi, filippini, africani e latino-americani - hanno la pelle scura e si sbracciano entusiasti quando prende il microfono un leader contadino ancora sconosciuto da noi. La sala, comunque, è letteralmente illuminata dai colori accesi delle migliaia di sari portati, con invidiabile eleganza, dalle migliaia di donne arrivate con le delegazioni delle associazioni dei piccoli coltivatori.

    Ma le donne non prevalgono solo in platea. La proporzione, per una volta, è perfettamente rispettata dalla composizione degli oratori cosa che, per un paese sessista come l'India, è ancora più significativa. E' una donna la rappresentante dei Sem Terra, Itrevina Massioli, che parla della necessità di accompagnare la riforma agraria con una radicale riforma della distribuzione e del mercato, ed è una donna, Brinda Karat, a rappresentare "All India Democratic Society", che ha il sostegno di 7 milioni di persone. Non è una sorpresa perché, come dice lei stessa, «il taglio dei programmi indiani di distribuzione alimentare, come quello del Kerala, che toccava il 95 per cento della popolazione, è un attacco diretto alle donne delle periferie. L'espropriazione delle terre e dell'acqua, voluta dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario, è un attacco contro le donne contadine».

    Neppure c'è da stupirsi se fra gli speaker e fra i delegati provenienti dal Vietnam, dalla Thailandia, dalle Filippine, dall'Indonesia e dal Tamil Nadu, uno degli stati più poveri dell'India, la presenza femminile è così estesa e così radicale nella critica al sistema.

    In mezzo ai contadini, infatti, si respira ben poca ideologia. Pragmatismo e rabbia, semmai, insieme alla dolorosa consapevolezza di essere stati etichettati come residuali e quindi destinati a venire spazzati via per fare posto alle meraviglie della globalizzazione immateriale e finanziaria. Un miliardo e mezzo di persone che non servono più e che hanno capito perfettamente cosa questo comporti.


    La voce dei grandi fiumi
    Le ore passano, le lingue si danno il cambio ma la gente è ancora lì, incollata alle sedie nella calura polverosa di un'estate che gli indiani si ostinano a definire inverno. Ma quando arriva lei, malgrado il caldo, tutti saltano in piedi ad applaudire e a danzare. E lei, i capelli grigi raccolti in una treccia, un sari bianco e azzurro di cotone e la voce già provata da due giorni di comizi, è Medha Patkar, la forza trascinante del movimento contro le dighe nel Narmada, che ha condotto centinaia di villaggi a ribellarsi ai trasferimenti forzati cui erano condannati. E' la donna che ha convinto la scrittrice Arundhati Roy a buttarsi in politica, le cui massacranti marce oceaniche - dal sapore gandhiano - fanno paura al primo ministro «corrotto e fascista», come lo definisce senza mezzi termini. Medha Patkar, infatti, è un fiume in piena che alterna hindi e pessimo inglese - nella pronuncia ma non certo nella capacità espressiva - per attaccare tutti gli aspetti della globalizzazione attuale. E' con violenza che ricorda alle comunità da sempre emarginate - dagli intoccabili agli indigeni, dai poveri delle baraccopoli ai contadini - che la loro ora sta per scoccare: se non si difenderanno sono destinati a venire spazzati via in meno di un decennio. «Sapete benissimo che i progetti di sviluppo di cui cianciano non vi riguardano», grida fra gli applausi, «l'elettricità non si beve e i dollari non si mangiano, però è questo che vi promettono in cambio delle vostre foreste e dei vostri fiumi. Ma voi sapete che, malgrado le promesse, nessuno ha risarcito gli indigeni o gli abitanti dei villaggi sommersi. Del resto - continua Medha - non è il neoliberismo ad avere inventato l'esproprio delle risorse naturali dei più poveri. Lo sanno i dalit, da sempre scacciati dai loro villaggi. Oggi si chiamano Wto, Fondo monetario, aggiustamenti strutturali, una volta si chiamavano Compagnia delle Indie e colonialismo. Può cambiare il nome e perfino il colore della pelle ma è lo stesso terrorismo economico, la stessa guerra contro i poveri». Un fiume in piena, Medha: contro il Wto «con cui non scenderemo mai a patti» e in difesa del diritto di ogni comunità «a disporre delle proprie risorse naturali e a decidere quale tecnologia impiegare e quando». Ma soprattutto per concludere, ormai con un filo di voce, chiamando «tutta questa gente, tutta la gente del mondo, ad andare avanti con quello che stiamo facendo qui a Bombay. Cosa? Semplicemente trasformare l'utopia in realtà».

    Sabina Morandi
    Liberazione 18 01 04____

  4. #4
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    Predefinito «Tra la violenza imperiale e quella della tradizione...»

    L'intervento, applauditissimo, di Arundhati Roy, la più nota scrittrice indiana, autrice de "Il dio delle piccole cose".

    Ha la specialità di dire cose terribili in tono pacato, di scandalizzare sottovoce e di far riflettere senza mai essere saccente. Se il libro con cui ha conquistato fama mondiale (Il dio delle piccole cose), in patria le ha causato non pochi guai, la sua militanza nel fronte anti-dighe l'ha resa assai «sgradita» al governo. Così, nella plenaria notturna del Forum sociale, basta che si avvicini al microfono - così minuta e timida, almeno a vederla - per suscitare ovazioni - come una rockstar. E lei, prima di cedere tre minuti del proprio tempo a una ragazza musulmana picchiata dalla polizia hindu durante il pogrom del Gujarat, ha il tempo di piazzare alcuni dei suoi famosi colpi bassi.

    «A dar retta ai media delle corporations i paladini del femminismo ci sono già: sono Bush e Blair, che pensano di poter calare i diritti delle donne dall'alto, insieme alle bombe (....). Parliamo della brutalità dell'imperialismo, certo. Ma non dobbiamo dimenticare la brutalità della tradizione. E' questo il dramma della condizione femminile in India: trovarsi schiacciate fra la violenza antica della tradizione e quella moderna dell'impero. I media ci hanno instillato un riflesso condizionato: quando si parla di fondamentalismo religioso si pensa sempre e solo all'Islam. Ma gli indiani non dovrebbero scordarsi quel che è successo appena un anno fa nel Gujarat, dove centinaia di persone sono state massacrate dalle bande di fondamentalisti hindu protetti dalla polizia. Lìâ donne musulmane sono state stuprate e poi bruciate vive, alle donne incinte sono state aperte le pance. E non erano masse inferocite, era un'aggressione molto ben organizzata e in perfetta linea con il progetto di induizzazione portato avanti dalla democrazia fascista e corrotta che ci governa» (...).

    «Io sono contro la guerra soprattutto perché sono consapevole che, alla fine, qualsiasi guerra ricade sulle spalle delle donne. Perfino le armi che sono state distribuite alle milizie nel Gujarat (delle quali, mi duole ammetterlo, hanno fatto parte anche alcune donne), anche quelle spade e quelle lance prima o poi verranno rivolte contro di loro.... Dobbiamo stare attenti quando parliamo di guerra. Per la maggior parte degli abitanti dell'India come dell'Africa sopravvivere nelle condizioni miserevoli in cui sono costretti significa vivere ogni giorno una condizione di guerra perpetua».

    Sabina Morandi
    Liberazione 20 01 04__

  5. #5
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    Predefinito Globalizzazione, cuore del Forum

    Dopo il monopolio dei temi legati alla guerra e all'esclusione, il dibattito al Wsf torna a centrarsi sul dominio dell'economia mondiale, con le ricette di Stiglitz e Patnaik. Fuori dal Forum, pochi si accorgono dei marginalizzati lì accanto.


    Il tema è «l'impatto della globalizzazione economica sul lavoro e sulla sicurezza sociale» e il luogo è appropriato. In effetti il Centro delle esposizioni di Goregaon è una fabbrica di macchinari tessili dismessa negli anni '80: ne conserva il nome - Nesco, che sta per New standard enginering company - e anche la struttura, le cancellate d'ingresso che danno sulla via di grande scorrimento (l'autostrada occidentale), la palazzina degli uffici e i giganteschi capannoni di cemento, alti come un edificio di quattro piani, tetti spioventi a lastroni. I macchinari servivano finché Bombay era la capitale dell'industria tessile, tra la metà dell'800 e gli scorsi anni '70 (e anche la capitale dell'industria chimica, metalmeccanica...). Poi sono cominciate le ristrutturazioni industriali, il tessile si è ridimensionato, negli ultimi vent'anni le grandi fabbriche hanno lasciato spazio a piccole unità -fabbrichette e officine - oppure sono emigrate verso stati dell'India che offrono costi minori e varie agevolazioni, una «delocalizzazione» interna. Insomma: il luogo che ospita il quarto Forum sociale mondiale rappresenta un pezzo della deindustrializzazione di questa città. E' dunque in un capannone industriale che ieri mattina l'illustre economista Prabat Patnaik, dell'università Javaharlal Nehru di New Delhi, ha parlato di un «attacco globale contro la classe lavoratrice» e ha ipotizzato una sorta di nuovo «keynesismo globale». Il punto di partenza è una constatazione: la globalizzazione economica si risolve «in un attacco a tutto campo contro i lavoratori perché riguarda i salari, l'occupazione, l'organizzazione del lavoro, i diritti». Per gli esempi basta affacciarsi sul viale del Centro esposizioni, dove ieri volantinavano attivisti giapponesi del sindacato dei ferrovieri, denunciando «la vita sotto le multinazionali», e dove il gruppo dei sudcoreani ha esposto fotografie di picchetti operai: si vedono agenti della sicurezza di fabbrica con le pistole puntate sugli operai. L'economista filippino Antonio Tujan, della fondazione Ibon (un centro di ricerca sociale) spiega che dalle sue parti «flessibilità» significa che le aziende assumono e licenziano dopo meno di sei mesi, cioè prima che l'assunzione diventi a tempo indeterminato e il lavoratore maturi il diritto di iscriversi al sindacato.
    Questo attacco generalizzato alla classe lavoratrice «è stato giustificato con teorie false e tendenziose», insiste Patnaik, una sorta di truffa ideologica. «Ci è stato detto che l'occupazione cala nei paesi ricchi perché le industrie delocalizzano nel terzo mondo. Ma il numero di posti di lavoro non è quantità data e fissa, che se vanno da un lato si tolgono dall'altro: possono espandersi o meno, dipende dalla domanda. Seconda falsa idea: ci dicono che un mercato del lavoro flessibile farebbe aumentare l'occupazione. Invece, flessibilità è sinonimo di riduzione dei salari e di precarietà, e questo alla fine fa diminuire il potere d'acquisto e quindi la domanda. Ci dicono poi che siamo nell'era della `crescita senza lavoro' per via dell'innovazione tecnologica che aumenta la produttività. Ma sono tutti falsi ideologici», dice questo economista di scuola marxista.
    Il punto è che siamo nell'era della finanza globalizzata, dei «capitali buttati in movimenti predatori sui mercati azionari», «pura speculazione in cui i soldi passano e vanno senza costruire nessuno sviluppo». E nell'economia mondiale dominata dal capitale finanziario, che «vola» in tempo reale dove trova più convenienza, è impossibile per un governo nazionale fare una politica di gestione della domanda tale da creare occupazione: il «keysenismo in un solo paese» non è possibile. I singoli governi sono prigionieri dell'ideologia del controllo della spesa. «Certo, negli Stati uniti l'amministrazione Bush ha tranquillamente aumentato il deficit per finanziare la guerra in Iraq. Ma se lo può permettere perché è l'unica superpotenza mondiale». Se però tanti paesi decidessero di aumentare la spesa per creare domanda interna e posti di lavoro, si potrebbe creare un'onda...
    I termini del discorso di Joseph Stiglitz sono diversi. Il premio Nobel per l'economia, già economista capo della Banca mondiale da cui uscì sbattendo la porta nel 2000, è venuto al Social forum mondiale a dire che «le politiche economiche non possono essere delegate a tecnocrati delle istituzioni finanziarie internazionali ma dovrebbero essere al centro del dibattito democratico in ogni singolo paese». Il fatto è che le decisioni del Fondo monetario internazionale, insiste, sono affidate ai ministri del tesoro, ma poi si ripercuotono su tutta la società - e tra quei ministri del tesoro, è noto, conta uno solo: quello di Washington. Il Fmi ha fatto pressione sui paesi del sud perché aprissero i mercati e riformassero i sistemi di sicurezza sociale, finendo per erodere quel poco di tutela che avevano milioni di lavoratori. Se invece avessero offerto accesso ai mercati per creare occupazione...
    Così, nelle due ultime giornate del Social forum il dibattito sulla «globalizzazione» torna sulla scena, eclissato finora dal tema della guerra, anzi dei tanti conflitti che percorrono il pianeta, e dal protagonismo dei movimenti sociali e delle mille forme di esclusione qui rappresentate in abbondanza.
    Ai bordi del centro Nesco, gli effetti della precarizzazione del lavoro stanno a guardare: sì, sotto forma di un micro-slum, una sorta di accampamento fatto di bambù e pezze di tela, focolari e stoviglie e donne che attingono acqua ai rigagnoli. Sono lavoratori temporanei, o itineranti, vengono da zone rurali anche lontane e si accampano dove c'è lavoro - cantieri, lavori stradali. In questi giorni hanno convissuto con un Social forum mondiale che si è a malapena accorto di loro.

    Marina Forti
    Il Manifesto 21 01 04

  6. #6
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    Predefinito L'incontro tra i due mondi

    Dall'India, la lezione delle strade


    I piedi nudi degli Adivasi. I pugni alzati dei coreani. Lo sguardo dignitoso dei Dalit. Qui «dove ogni mattina ci si sveglia dal lato sbagliato del capitalismo», come recita uno dei tanti striscioni che hanno riempito fino all'inverosimile i viali del social forum, l'abbiamo toccato nelle viscere «il lato sbagliato del capitalismo», ovvero il suo volto brutale, l'altra faccia della nostra ricchezza, relativa ma incommensurabile di fronte alla povertà indiana. A Seattle l'abbiamo strillato nelle strade: non ci può essere giustizia, né diritti, né pace, se tutto ciò è solo per pochi. Siamo tutti sulla stessa barca, urlavano insieme sindacalisti e studenti. Qui abbiamo capito che sulla stessa barca ci sono anche loro, le vittime di un sistema capace di produrre abiezioni inimmaginabili.
    Ora, su questa nave diretta verso un altro mondo, ci sono anche loro. Gioiosi, determinati, festanti e decisi. Ci volevano loro a spiegarci che "tecnologia", "progresso", "sviluppo", "modernità" sono parole vuote quando piombano dall'alto come bombe. Ci volevano loro per renderci dolorosamente consapevoli di quanto costano i giocattoli con cui, nel «lato giusto del capitalismo», viene lenita la nostra infelicità esistenziale, la nostra solitudine e la precarietà che, sempre più, risucchia silenziosamente le nostre vite apparentemente sicure.

    Perché a legarci a questa gente così diversa da noi, con problemi così drammaticamente più impellenti dei nostri, non è semplice compassione, né il dolore morale ogni volta che incroci lo sguardo di un bambino scalzo che ti chiede da mangiare. Paradossalmente, malgrado la distanza, non c'è stato niente, negli incontri di questi giorni, che assomigliasse alla condiscendenza caritatevole dei bianchi nella loro versione migliore. Al contrario circolava un sentimento di vicinanza impensabile. Una sensazione - spiazzante viste le innegabili differenze - di identificazione con dei fratelli più sfortunati ma vittime, come noi, dell'implacabile meccanismo messo in moto dalla concentrazione del potere e delle risorse in poche, invisibili mani.

    Così, europei e giapponesi, americani e australiani, per una volta non avevano niente da insegnare. Al contrario ascoltavano attoniti, prendendo appunti, un indigeno appena uscito dalle foreste che spiegava, in due parole, la finanziarizzazione dell'economia globale: «una volta arrivavano, rovinavano la nostra terra ma costruivano una centrale, una fabbrica, un luogo dove ci sfruttavano in cambio di qualche soldo. Adesso vengono e distruggono, senza nemmeno darci uno straccio di lavoro». Sono stati loro, gli abitanti dei villaggi deportati per fare posto alle dighe - un solo centro commerciale risucchia l'energia prodotta col trasferimento forzato di cinquemila persone - a spiegarci che l'essenza della globalizzazione economica sta tutta in una parola: deportazione. Deportano i governi, per obbedire agli imperativi di un modello di sviluppo asservito agli interessi delle corporation che ingoiano foreste, fiumi e posti di lavoro, deporta il mercato quando, in una città povera come Bombay, fissa il costo degli appartamenti sulle tariffe di New York, deportano i militari per fare posto alla globalizzazione armata, ultima tappa di un sistema impazzito che può tenere sotto controllo il caos che ha innescato soltanto con le bombe. Ce lo hanno spiegato i piccoli lavoratori informali asiatici e africani, spazzati via dai supermercati, i contadini distrutti dai prezzi delle materie prime alimentari, gli impiegati pubblici sgominati dai piani di aggiustamento strutturale. Ma la cecità di un sistema impazzito non può che provocare l'emergere di una resistenza tenace, che sta trovando lingue comuni e comuni strategie, che costruisce giorno per giorno, nella pratica e nella riflessione, alternative più umane, più giuste o anche semplicemente più sensate per garantire un futuro possibile.

    In India, forse per la prima volta, abbiamo toccato con mano il potenziale trasformativo dei forum sociali mondiali. Non soltanto, nel senso più alto della riflessione, la riappropriazione della possibilità di pensare, nelle mille tradizioni politiche e nelle mille lingue del pianeta, le mille alternative di cui viene negata continuamente l'esistenza. Ma anche, e qui l'abbiamo visto accadere sotto ai nostri occhi, il cambiamento messo in moto da un incontro internazionale di questa entità. A livello locale è una reazione chimica esplosiva che dà alle comunità in lotta la visibilità necessaria per non venire spazzate via nel silenzio dei media e, contemporaneamente, la possibilità di riconoscersi, di stringere alleanze e di delineare strategie comuni al di là delle contrapposizioni feroci che modernità e tradizione alimentano ad arte. «Alla fine vinceremo noi!» hanno gridato gli ultimi della terra. E oggi sembra davvero possibile.

    Sabina Morandi
    Liberazione 21 01 04_

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    Predefinito Documento approvato dall'assemblea mondiale dei movimenti sociali a Mumbay

    Mumbai, India, gennaio 2004

    Noi, movimenti sociali riuniti in Assemblea nella città di Mumbai, India, condividiamo le lotte del popolo dell'India, così come quella dei popoli asiatici e reiteriamo la nostra opposizione al sistema neoliberista che genera crisi economiche, sociali, ambientali e conduce alla guerra. Le nostre mobilitazioni contro le guerre e le profonde ingiustizie sociali ed economiche sono servite a smascherare il neoliberalismo.

    Ci siamo riuniti qui per organizzare la resistenza e lottare per costruire alternative al capitalismo. La nostra resistenza iniziata in Chiapas, a Seattle e a Genova ci ha condotto all'enorme mobilitazione mondiale contro la guerra in Iraq del 15 di febbraio 2003, che ha delegittimato la strategia di guerra globale e permanente del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati, ed alla vittoria contro l'OMC a Cancun.

    L'occupazione dell'Iraq ha mostrato a tutto il mondo il vincolo esistente tra il militarismo e la dominazione economica da parte delle corporazioni multinazionali e ha confermato le ragioni che ci hanno fatto mobilitare contro la guerra.

    Noi movimenti sociali riaffermiamo il nostro impegno di lotta contro la globalizzazione neoliberista, l'imperialismo, la guerra, il razzismo, le caste, l'imperialismo culturale, la povertà, il patriarcato e tutte le forme di discriminazione ed esclusione economica, sociale, politica, etnica, di genere, sessuale, così come a favore dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere. Siamo contrari alla discriminazione delle persone che hanno capacità differenti e malattie incurabili, soprattutto coloro che soffrono per l‚HIV-AIDS.

    Lottiamo per la giustizia sociale; il diritto alle risorse naturali (terra, acqua e sementi); i diritti umani e di cittadinanza; la democrazia partecipativa; i diritti dei lavoratori/lavoratrici previsti nei trattati internazionali; i diritti delle donne; così come per il diritto dei popoli all'autodeterminazione. Siamo a favore della pace, della cooperazione internazionale e promuoviamo società sostenibili, capaci di garantire alle persone i diritti basilari ed i beni e servizi pubblici. Allo stesso tempo respingiamo la violenza sociale e patriarcale contro le donne.

    Invitiamo a mobilitarsi l‚8 di marzo, Giornata Internazionale per i Diritti delle Donne.

    Lottiamo contro ogni forma di terrorismo, compreso il terrorismo di Stato, così come siamo contrari all'utilizzo della "lotta contro il terrorismo" per criminalizzare i movimenti popolari e gli attivisti sociali. Le cosiddette leggi contro il terrorismo stanno restringendo i diritti civili e le libertà democratiche in tutto il pianeta.

    Rivendichiamo la lotta dei contadini e delle contadine, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei movimenti popolari urbani e di ogni persona minacciata di perdere la casa, il lavoro, la terra ed i propri diritti. Si stanno moltiplicando le lotte per fermare e invertire le privatizzazioni, proteggere i beni comuni ed il loro carattere pubblico, come quelle che hanno avuto luogo in Europa in relazione alle pensioni ed alla previdenza sociale. La vittoria della gigantesca mobilitazione del popolo boliviano in difesa delle proprie risorse naturali, della democrazia e della sovranità è una dimostrazione della forza e della potenzialità dei nostri movimenti; contemporaneamente avanzano le lotte contadine contro le multinazionali e le politiche agricole neoliberiste, esigendo sovranità alimentere ed una riforma agraria democratica.

    Ci appelliamo all'unità con i e le contadine nella mobilitazione mondiale del 17 aprile, Giornata Internazionale di lotta contadina.

    Ci identifichiamo con le lotte dei movimenti e delle organizzazioni popolari dell'India e assieme ad essi condanniamo le forze politiche e le ideologie che promuovono la violenza, il settarismo, l'esclusione ed il nazionalismo basati sulla religione e l'etnicità. Condanniamo le minacce, gli arresti, le torture e gli assassinii di attivisti sociali che organizzano le comunità per lottare a favore della giustizia globale, e denunciamo la discriminazione di casta, di classe, religiosa, di genere, e derivata dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere. Condanniamo la perpetuazione della violenza e dell'oppressione contro le donne attraverso modelli e pratiche culturali, religiose e tradizioni discriminatorie.

    Appoggiamo gli sforzi dei movimenti e delle organizzazioni popolari in India ed in Asia che portano avanti la lotta dei popoli per la giustizia, l'uguaglianza ed i diritti umani. Soprattutto per i Dali, gli Adivasi ed i settori più oppressi e repressi di questa società. La politica neoliberista del Governo dell'India aggrava l'emarginazione e l‚oppressione sociale che il popolo dei Dalìts soffre storicamente.

    Per questo appoggiamo le lotte degli esclusi di tutto il mondo e invitiamo a unirsi all'appello che promuoveranno i Dalìts per una giornata di mobilitazione per l'inclusione sociale.

    Il capitalismo, in risposta alla sua crisi di legittimità, ricorre all'uso della forza e della guerra per mantenere un ordine economico antipopolare. Esigiamo ai governi di mettere fine al militarismo, alla guerra e di cancellare le spese militari e chiediamo la chiusura delle basi militari nordamericane in tutto il mondo perché rappresentano un rischio ed una minaccia per l'umanità ed il pianeta. Dobbiamo seguire l'esempio della lotta del popolo portoricano che ha obbligato a chiudere la base statunitense a Vieques. L'opposizione alla guerra globale continua ad essere il nostro terreno di mobilitazione generale nel mondo.

    Invitiamo la cittadinanza mondiale a mobilitarsi il 20 di marzo per una giornata internazionale di protesta contro la guerra e l'occupazione dell'Iraq, imposta dai governi degli USA, della Gran Bretagna e dai loro alleati.

    I movimenti contro la guerra svilupperanno in ogni paese le proprie rivendicazioni e tattiche, col fine di assicurare un'ampia partecipazione alle mobilitazioni. Chiediamo il ritiro immediato delle truppe di occupazione dall'Iraq ed appoggiamo il diritto del popolo iracheno alla libera autodeterminazione e sovranità, così come al diritto a che si riparino i danni causati dall‚embargo e dalla guerra.

    La "lotta contro il terrorismo" non agisce come pretesto per mantenere la guerra e l'occupazione in Iraq ed in Afghanistan, ma viene usata per minacciare ed aggredire i popoli. Nel frattempo, si mantengono il blocco criminale contro Cuba e la strategia di destabilizzazione in Venezuela.

    Questo anno ci appelliamo ad appoggiare con forza la mobilitazione a beneficio del popolo palestinese, specialmente il 30 marzo, Giorno della Terra in Palestina, per rivendicare il diritto dei rifugiati al ritorno e contro la costruzione del muro.

    Denunciamo l'imperialismo che stimola i conflitti religiosi, etnici, razziali e tribali a proprio beneficio, accrescendo l'odio, la violenza e la sofferenza dei popoli. Più dell‚80% dei 38 conflitti armati nel mondo nel 2003 sono di questo tipo, ed hanno colpito soprattutto i popoli dell'Asia e dell‚Africa.

    Denunciamo l'uso coercitivo da parte dei governi, delle multinazionali e delle istituzioni finanziarie internazionali dell'indebitamento dei paesi poveri del pianeta. Ripudiamo il debito illegittimo del Terzo Mondo ed esigiamo la sua cancellazione incondizionata e la riparazione per i danni economici, sociali ed ambientali, come condizione preliminare per garantire la piena soddisfazione dei suoi diritti. Specialmente appoggiamo la lotta che sviluppano i movimenti sociali nel continente africano.

    Per questo leviamo la nostra voce contro le riunioni del G8, del FMI e della Banca Mondiale, i principali responsabili dell'espogliazione dei popoli.

    Respingiamo l'imposizione di accordi regionali o bilaterali, tali come l'Alca, il Nafta, il CAFTA, l'AGOA, il NEPAD, l'Euro-Med, l'Afta e l‚ASEAN.

    Siamo milioni di persone che lottano e stiamo unificando le nostre mobilitazioni contro un nemico comune: l'OMC. I popoli indigeni lottano contro i brevetti su ogni forma di vita e contro l'assalto alla biodiversità, all'acqua, alla terra, all'ambiente, all'educazione e alla salute; e siamo milioni che combattiamo le privatizzazioni dei servizi pubblici. Affrontando il nemico comune si sono uniti giovani e studenti, rivendicando il loro diritto all'educazione pubblica e ad un lavoro degno che permetta loro un futuro senza povertà e violenza.

    Invitiamo tutti e tutte a mobilitarsi per l'acqua come diritto basilare e fonte di vita che non può essere privatizzato; così come a recuperare il controllo sui beni comuni e sulle risorse naturali che sono stati regalati ad interessi privati e multinazionali.

    Nella battaglia vittoriosa di Cancun, la morte del contadino Lee ha rappresentato la sofferenza di milioni di contadini e settori popolari esclusi dal "libero mercato". La sua scelta di immolarsi è un simbolo della nostra determinazione contro l'OMC, per affermare chiaramente che qualunque tentativo di resuscitare l'OMC susciterà la nostra opposizione.

    Fuori l‚l'OMC dall'agricoltura, dall'alimentazione, dalla salute, dall'acqua, dall'educazione, dalle risorse naturali e dai beni comuni!

    Con questa determinazione invitiamo tutti i movimenti sociali del mondo alla mobilitazione a Hong Kong o in qualunque altro luogo in cui si riunisca la prossima Conferenza interministeriale dell'OMC, e ad unire i nostri sforzi nella lotta contro le privatizzazioni, in difesa dei beni comuni, dell'ecosistema, dell'agricoltura, dell'acqua, della salute, dei servizi e dell'educazione.

    Per tutto ciò riaffermiamo la nostra ferma volontà di rafforzare la Rete dei Movimenti Sociali per rafforzare la nostra capacità di lotta.

    GLOBALIZZIAMO LA LOTTA!

    GLOBALIZZIAMO LA SPERANZA!

 

 

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