.....Forza Italia
Roma. Questa è la storia di come il Cavaliere, il Gatto con gli Stivali, ha perduto la sua battaglia con l’establishment culturale di carta e penna. E’ la storia di dieci anni visti attraverso la lente superciliosa dei giornali, è appunto il racconto di come si sono reciprocamente presi Silvio Berlusconi e la carta stampata, cioè male, e sono dieci anni in cui la sua discesa in campo, quella del “ragazzo coccodè”, un copyright di Eugenio Scalfari, non ha spostato granché degli assetti preesistenti perché alieno sembrò allora, alieno è rimasto adesso.
E’ la storia di come il Cavaliere ha sbagliato la scommessa e quindi, ha perso la possibilità di aggiudicarsi un pezzo di classe dirigente.
Molte delle vicende che sono passate attraverso gli specchi deformanti del “retroscena” sono questioni nate nei giornali:
fu una vicenda di giornali voluta da Gianni Agnelli l’apertura di credito nei confronti di Berlusconi culminata con la nomina (presto abortita) alla Farnesina di Renato Ruggiero;
una vicenda di giornalismo puro fu quella che accompagnò la nomina (presto abortita) di Paolo Mieli alla presidenza della Rai, un colpo fenomenale che avrebbe riposizionato un importante pezzo della comunità intellettuale italiana libera da soggezioni verso la sinistra dentro la fornace viva del problema dei problemi, il conflitto d’interessi. Sarebbe stata una “presidenza di garanzia” dal punto di vista delle professioni, non certo una presidenza di furbizia e di garanzia all’ombra delle trattative di Palazzo.
E così, il “terzismo” che avrebbe potuto offrire a Berlusconi la possibilità di una stagione senza più con-sociativismo con il nemico, senza più camerieri, con solo il contributo intellettuale di chi sa spiazzare, viene archiviato nelle cucine berlusconiane sotto la dizione sbrigativa dei “rompicoglioni”.
Specularmente, nelle cucine della sinistra, gli stessi terzisti sono identificati col marchio di “traditori”.
Tragedia a parte, è lo schema che è stato adottato dai terroristi per Marco Biagi (ma che per il governo era la possibilità di usare un pezzo di classe dirigente cresciuta nel laboratorio di chi non sta di qua ma neppure di là) un delitto che sui giornali venne raccontato al contrario, come quello di un consulente del governo ammazzato per colpa del governo.
Il solito corto circuito con la carta stampata.
Il divorzio con Montanelli
Ma tutta la trafila degli esempi raccolti in dieci anni fanno una storia troppo complicata per essere ridotta alla volgare semplificazione dialettica della guerra tra quelli che non si sono saputi vendere abbastanza e quello che, al contrario, non ha saputo comprarli abbastanza.
Nei dieci anni trascorsi tra il Cavaliere e i giornali, Berlusconi è riuscito nel capolavoro di trasformare quelli che non vedono l’ora di dargli ragione, quelli che se ne stavano nel ruolo del
“benevolo, ma distaccato”, quelli che sono “critici, ma non ostili”, in nemici loro malgrado, riluttanti ma nemici.
Tra quelli che all’inizio del decennio potevano essere evocati come ministri di un governo berlusconiano, Sergio Romano innanzitutto, Piero Ostellino, Nicola Matteucci, non uno dei tre, oggi, può serenamente dirsi berlusconiano.
Tutto un elenco di editorialisti e commentatori disponibili a un’attenzione vigile, libera da pregiudizi, è oggi un elenco di delusi, pronti a ritirare ogni apertura di credito all’alieno di dieci anni fa.
Sono Ernesto Galli della Loggia, Angelo Panebianco, Francesco Merlo, Pierluigi Battista, Sergio Romano, Raffaele La Capria, Enzo Bettiza infine, mancato all’appuntamento della direzione del Giornale, il quotidiano dove esercitano la loro posizione intellettuale di libertà Sergio Ricossa, Alberto Pasolini Zanelli e Mario Cervi, senza mai scadere alla facile militarizzazione del doversi schierare. Questi ultimi sono la “squadra di Montanelli”. E se è facile risolvere il divorzio di Montanelli col Berlusconi editore – dunque legittimato questi a volersi fare un giornale rinunciando perfino a Montanelli – , scivoloso è l’argomentare sull’ulteriore divorzio, quello del Montanelli che ritorna al Corriere per farsi applaudire poi, ai Festival dell’Unità.
Qui si consuma una separazione rovinosa, la destra rinuncia al campione del giornalismo e lo stesso Corriere, ancora dopo la morte del suo principe, sembra quasi impegnarsi a smontare il “format Montanelli”, eliminando l’editoriale forte e secco, la presa di posizione più impegnativa, l’effettiva messa in opera del giornalismo che non può obbligarsi alla regola – ma è diventata regola – del lenire, sopire, troncare. Del cancellare totalmente il conflitto.
Il doppio registro
C’è da dire che infine, i giornali, nell’era del berlusconismo compiuto mantengono un doppio registro: critici nel riquadro del-l’editoriale, ma imbrigliati da veline nell’impasto globale del notiziario.
Un trionfo dell’imbarazzo si potrebbe dire perché, comunque, tutto ciò rivela quanto si vergognino a schierarsi con Berlusconi. Lui, a ogni modo, preferisce avere nemici che non rompano le scatole nei giornali, piuttosto che fiancheggiatori non allineati.
Le esercitazioni di libertà, per esempio sulla Stampa, sono solo sfiati del trombonismo azionista ormai ridotto al terminal della pura nostalgia, ma issato come clava contro il pericoloso e sulfureo revisionismo.
Si arriva al punto di trovare sorprese sulla Repubblica, dove un Sandro Viola viene pubblicato come se fosse un ospite e non più pregiato pezzo d’argenteria, dove un Sebastiano Messina che osa parlare male di Sabina Guzzanti ed Enrico Deaglio, viene fatto oggetto di strali dall’Unità. E perfino Giuseppe D’Avanzo, già totem del giustizialismo, si concede editoriali contro i maldestri ammanettatori di Andreotti.
Un altro campione dello spiazzamento è Alberto Arbasino che non ne può più dell’antiberlusconismo di maniera.
Intanto, dieci anni.
L’idea di giornalismo di Berlusconi è la sua idea di aziendalismo. Il Cavaliere non riesce a concepire che ci possa essere qualcuno sinceramente schierato dalla sua parte, nella migliore delle ipotesi pensa che Emilio Fede sia un impiegato, non uno che la pensa come lui; nella più ovvia fa deputati dei giornalisti di varia grammatura: Paolo Guzzanti, Ferdinando Adornato, Lino Jannuzzi, Jas Gavronski, Antonio Tajani.
Tutti marchesi di Carabat.
P. But. su il Foglio
saluti




Rispondi Citando
