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    Predefinito I primi dieci anni di....

    .....Forza Italia

    Roma. Questa è la storia di come il Cavaliere, il Gatto con gli Stivali, ha perduto la sua battaglia con l’establishment culturale di carta e penna. E’ la storia di dieci anni visti attraverso la lente superciliosa dei giornali, è appunto il racconto di come si sono reciprocamente presi Silvio Berlusconi e la carta stampata, cioè male, e sono dieci anni in cui la sua discesa in campo, quella del “ragazzo coccodè”, un copyright di Eugenio Scalfari, non ha spostato granché degli assetti preesistenti perché alieno sembrò allora, alieno è rimasto adesso.
    E’ la storia di come il Cavaliere ha sbagliato la scommessa e quindi, ha perso la possibilità di aggiudicarsi un pezzo di classe dirigente.
    Molte delle vicende che sono passate attraverso gli specchi deformanti del “retroscena” sono questioni nate nei giornali:
    fu una vicenda di giornali voluta da Gianni Agnelli l’apertura di credito nei confronti di Berlusconi culminata con la nomina (presto abortita) alla Farnesina di Renato Ruggiero;
    una vicenda di giornalismo puro fu quella che accompagnò la nomina (presto abortita) di Paolo Mieli alla presidenza della Rai, un colpo fenomenale che avrebbe riposizionato un importante pezzo della comunità intellettuale italiana libera da soggezioni verso la sinistra dentro la fornace viva del problema dei problemi, il conflitto d’interessi. Sarebbe stata una “presidenza di garanzia” dal punto di vista delle professioni, non certo una presidenza di furbizia e di garanzia all’ombra delle trattative di Palazzo.
    E così, il “terzismo” che avrebbe potuto offrire a Berlusconi la possibilità di una stagione senza più con-sociativismo con il nemico, senza più camerieri, con solo il contributo intellettuale di chi sa spiazzare, viene archiviato nelle cucine berlusconiane sotto la dizione sbrigativa dei “rompicoglioni”.
    Specularmente, nelle cucine della sinistra, gli stessi terzisti sono identificati col marchio di “traditori”.
    Tragedia a parte, è lo schema che è stato adottato dai terroristi per Marco Biagi (ma che per il governo era la possibilità di usare un pezzo di classe dirigente cresciuta nel laboratorio di chi non sta di qua ma neppure di là) un delitto che sui giornali venne raccontato al contrario, come quello di un consulente del governo ammazzato per colpa del governo.
    Il solito corto circuito con la carta stampata.

    Il divorzio con Montanelli
    Ma tutta la trafila degli esempi raccolti in dieci anni fanno una storia troppo complicata per essere ridotta alla volgare semplificazione dialettica della guerra tra quelli che non si sono saputi vendere abbastanza e quello che, al contrario, non ha saputo comprarli abbastanza.
    Nei dieci anni trascorsi tra il Cavaliere e i giornali, Berlusconi è riuscito nel capolavoro di trasformare quelli che non vedono l’ora di dargli ragione, quelli che se ne stavano nel ruolo del
    “benevolo, ma distaccato”, quelli che sono “critici, ma non ostili”, in nemici loro malgrado, riluttanti ma nemici.
    Tra quelli che all’inizio del decennio potevano essere evocati come ministri di un governo berlusconiano, Sergio Romano innanzitutto, Piero Ostellino, Nicola Matteucci, non uno dei tre, oggi, può serenamente dirsi berlusconiano.
    Tutto un elenco di editorialisti e commentatori disponibili a un’attenzione vigile, libera da pregiudizi, è oggi un elenco di delusi, pronti a ritirare ogni apertura di credito all’alieno di dieci anni fa.
    Sono Ernesto Galli della Loggia, Angelo Panebianco, Francesco Merlo, Pierluigi Battista, Sergio Romano, Raffaele La Capria, Enzo Bettiza infine, mancato all’appuntamento della direzione del Giornale, il quotidiano dove esercitano la loro posizione intellettuale di libertà Sergio Ricossa, Alberto Pasolini Zanelli e Mario Cervi, senza mai scadere alla facile militarizzazione del doversi schierare. Questi ultimi sono la “squadra di Montanelli”. E se è facile risolvere il divorzio di Montanelli col Berlusconi editore – dunque legittimato questi a volersi fare un giornale rinunciando perfino a Montanelli – , scivoloso è l’argomentare sull’ulteriore divorzio, quello del Montanelli che ritorna al Corriere per farsi applaudire poi, ai Festival dell’Unità.
    Qui si consuma una separazione rovinosa, la destra rinuncia al campione del giornalismo e lo stesso Corriere, ancora dopo la morte del suo principe, sembra quasi impegnarsi a smontare il “format Montanelli”, eliminando l’editoriale forte e secco, la presa di posizione più impegnativa, l’effettiva messa in opera del giornalismo che non può obbligarsi alla regola – ma è diventata regola – del lenire, sopire, troncare. Del cancellare totalmente il conflitto.

    Il doppio registro
    C’è da dire che infine, i giornali, nell’era del berlusconismo compiuto mantengono un doppio registro: critici nel riquadro del-l’editoriale, ma imbrigliati da veline nell’impasto globale del notiziario.
    Un trionfo dell’imbarazzo si potrebbe dire perché, comunque, tutto ciò rivela quanto si vergognino a schierarsi con Berlusconi. Lui, a ogni modo, preferisce avere nemici che non rompano le scatole nei giornali, piuttosto che fiancheggiatori non allineati.
    Le esercitazioni di libertà, per esempio sulla Stampa, sono solo sfiati del trombonismo azionista ormai ridotto al terminal della pura nostalgia, ma issato come clava contro il pericoloso e sulfureo revisionismo.
    Si arriva al punto di trovare sorprese sulla Repubblica, dove un Sandro Viola viene pubblicato come se fosse un ospite e non più pregiato pezzo d’argenteria, dove un Sebastiano Messina che osa parlare male di Sabina Guzzanti ed Enrico Deaglio, viene fatto oggetto di strali dall’Unità. E perfino Giuseppe D’Avanzo, già totem del giustizialismo, si concede editoriali contro i maldestri ammanettatori di Andreotti.
    Un altro campione dello spiazzamento è Alberto Arbasino che non ne può più dell’antiberlusconismo di maniera.
    Intanto, dieci anni.
    L’idea di giornalismo di Berlusconi è la sua idea di aziendalismo. Il Cavaliere non riesce a concepire che ci possa essere qualcuno sinceramente schierato dalla sua parte, nella migliore delle ipotesi pensa che Emilio Fede sia un impiegato, non uno che la pensa come lui; nella più ovvia fa deputati dei giornalisti di varia grammatura: Paolo Guzzanti, Ferdinando Adornato, Lino Jannuzzi, Jas Gavronski, Antonio Tajani.
    Tutti marchesi di Carabat.

    P. But. su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Berlusconi è....

    ....democrazia pura


    Roma. Don Gianni Baget Bozzo non ricorda.
    Era dei Savi di Arcore che nell’estate 1993 prepararono la discesa in campo di Silvio Berlusconi, ma non ricorda. “Andai alcune volte a quelle riunioni, portato da Fedele Confalonieri e Paolo del Debbio. C’era Antonio Martino, Pio Marconi a volte anche Marcello Dell’Utri. Si parlava della possibilità di quella candidatura.
    La Fininvest era contraria, salvo Dell’Utri.
    Non ricordo cosa pensavo. Pensavo anzi che Berlusconi avrebbe vinto facilmente le presidenziali, ma più difficilmente le politiche. Sarebbe andato all’opposizione. Insomma non pensavo che vincessimo.
    Berlusconi invece ne era certo. Ma il suo scopo fondamentale era un altro: impedire la spartizione di potere tra i comunisti e i democristiani di sinistra”.
    Vincendo le elezioni, Berlusconi ha occupato il vuoto aperto dal crollo dei partiti.
    “Era quello che gli italiani chiedevano dal referendum Segni sull’abrogazione del proporzionale. La scelta del maggioritario fu così rilevante che quello sciagurato di Scalfaro sciolse il Parlamento del ’92 che funzionava, per convocare quello del ’94, sostenendo che il maggioritario aveva cambiato la Costituzione, salvo poi non indire nuove elezioni e far nascere col governo Dini una maggioranza parlamentare che non era elettorale. Effettivamente, come dimostra il referendum Segni, c’era una domanda popolare in senso maggioritario. Il 27 marzo 1994 Berlusconi vince col maggioritario perché riesce a dargli un candidato unitario, mentre i suoi stessi inventori andarono alle elezioni con due candidati, Martinazzoli e Occhetto”.
    Una svolta quindi dovuta più al caso che alla volontà deliberata?
    “La volontà deliberata fu quella degli italiani che nel ’94 decisero di votare per il Polo. Nessuno pensava a una tale ondata. I sondaggi l’annunciavano, ma non si pensava che dicessero il vero. La vittoria del Polo fu una meraviglia totale anche per la sinistra, che era convinta di avere il paese in tasca. Il vero fatto politico, che rende il risultato del ’94 simile a quello che accadde nei paesi dell’Est, fu la sommossa democratica. Il popolo votò contro il regime. Tutti i poteri erano per il regime partitocratico. La struttura economico-politica della Prima Repubblica era ancora in piedi, solo che aveva perso consenso. L’invenzione di Berlusconi fu l’intercapedine tra l’instabilità delle istituzioni e la mancanza di consenso”.
    All’epoca però in pochi se ne accorsero. Alcuni osservatori ironizzavano sul leader di plastica.
    “Non capivano. Il giornalista politico non ha un pensiero creativo. Ripete quel che dicono tutti. Forse Indro Montanelli no. Ma Ernesto Galli della Loggia a un convegno di Forza Italia disse che per mettere radici nel paese FI doveva creare club e discutere film. Non capiva che era un fenomeno rivoluzionario, fuori dal regime culturale del paese. Era il popolo che delegittimava le istituzioni”.
    Montanelli temeva che Berlusconi venisse accolto fra i lazzi, a Montecitorio, al grido di Biscione-Biscione…
    “Era un grande giornalista, ma non un democratico. Non per caso la Voce era liberale, ma non democratica, come Prezzolini, per questa ragione fu fascista, liberale, ma non democratico”.
    Lei parla di fascismo. Gli storici oggi lo descrivono come una patologia della democrazia moderna, mettendo in rilievo il consenso di massa che lo circondò.
    “Per carità. Il fascismo fu un colpo di Stato. Alle elezioni del 1921 i deputati fascisti alla Camera erano 35 su 508. Mussolini andò al potere l’anno dopo con un colpo di Stato del re che non obbedì al Parlamento. E nel 1924 il consenso del 65 per cento al listone fascista fu effetto del maggioritario, approvato sei mesi prima con la legge Acerbo che concedeva alla lista di maggioranza relativa i due terzi dei seggi. Il fascismo non fu mai democratico. E il primo a capire che democraticamente non avrebbe mai vinto né nella forma, né nel metodo, fu il Duce, che abolì le elezioni e le sostituì col referendum”.
    In questo senso non giudica un’anomalia l’alleanza tra il democratico Berlusconi e l’ex-neofascista Fini?
    “Il fatto è che il Msi è diventato postfascista. E l’abiura del fascismo fatta da Fini in Israele è una rimodulazione radicale della memoria. An nasce ex novo dalla spinta di Forza Italia. E se lasciasse per strada la destra sociale, potrebbe diventare una componente di FI”.
    Il cambiamento di Berlusconi secondo alcuni osservatori investe la logica, l’antropologia, l’antropologia, la semeiotica stessa della politica.
    “Sono parole un po’ grosse. Col passaggio dal proporzionale al maggioritario è cambiato il sistema politico. E’ stato distrutto il partito clericale. E’ finita la Dc e il dominio cattolico. Oggi non è automatico che le richieste della Chiesa vengano accolte. Non era mai successo prima. E’ il grande fatto laico della politica italiana”. Molto però è rimasto: l’instabilità nella coalizione di governo, la riottosità di forze politiche minoritarie dentro la coalizione.
    “La coalizione è stabilissima. Non ha alternative a se stessa. Nessuno è disposto a staccarsi dal governo, neanche Bossi che ha seppellito il separatismo, come Fini il postfascismo”.
    Eppure, il dibattito in Parlamento sulla devoluzione sembra smentirla.
    “Guardi, quella è la razionalizzaione di un federalismo esangue introdotto dalla sinistra. La Lega preme per fare bene quello che la sinistra ha fatto male, quando ha riformato in modo assurdo il capo V della Costituzione senza distinguere tra poteri dello Stato e poteri delle Regioni, creando la legislazione concorrente”.
    Non crede che il governo rischi di cadere se il malcontento di An e Udc trova una sponda nel centro sinistra?
    “Neanche se lo vedo. Per capire la politica italiana, non bisogna leggere i giornali. In questo ha ragione Berlusconi, la stampa non interpreta la politica. Quanto a Fisichella è un intellettuale puro, prestato alla politica, che parla contro il suo partito. E’ preoccupato dell’unità nazionale? Che gioia. Vuol dire che l’unità non è mai stata tanto sicura”.
    Non esprime un segno d’insofferenza verso la personalizzazione del potere?
    “Oggi non conta più il partito, ma il volto dell’uomo. Da per tutto è così. Aznar e Bush non hanno vinto per il carisma? In Inghilterra ha vinto Tony Blair, non il Labour party. Il sistema dei media ormai ha polarizzato le scelte sui volti, non sui programmi elettorali, come succedeva con la partitocrazia. Oggi c’è un filo diretto tra governo e parte del popolo.E’ il passaggio dalla democrazia dei partiti alla nuova democrazia, un misto tra democrazia diretta e parlamentare”.
    Con la differenza che il gioco politico avviene su un piano diverso da quello del libero confronto tra argomentazioni razionali.
    “Forse che la democrazia è razionale? Le ideologie sono miti, proiezioni di possibilità nel futuro. I politici della Prima Repubblica parlavano per non farsi capire. Berlusconi ha cambiato il linguaggio della politica. L’ha reso più concreto e dunque razionale. E’ riuscito a fare quello che io tentai nel 1952 con Ordine civile, ispirandomi a don Sturzo che voleva superare la partitocrazia con la Repubblica presidenziale”.
    Allora però il baricentro della politica italiana era fuori dall’Italia.
    “Era nella guerra fredda, e la stessa nazione era fuori dalla vita politica italiana. Nel 1943, morta la patria, i partiti ideologici si sostituirono alla nazione. Essere democristiani o comunisti era più importante che essere italiani. Allora c’era la convinvenza tra due partiti, Dc-Pci, che cogestivano il paese, ma la sintesi non era più nazionale”.
    Per questo abbiamo dovuto aspettare la fine dell’Urss per vedere il crollo della Prima Republica. Ma non è paradossale che a gestire il nuovo sistema dell’alternanza siano gli eredi di Msi e Pci?
    “Il partito comunista divenne molto peggio quando il Pci finì e la direzione del partito fu di fatto assunta da Violante: un Pci golpista che vede nella Dc il partito del doppio Stato e ritiene che solo mediante la magistratura si possa avere la maggioranza. Violante è dominato, come Scalfaro, dall’idea del golpe permanente, della magistratura come controllore della politica. La storia del Pci è molto migliore di quella del partito che nasce con Occhetto e D’Alema.”
    Ma dal punto di vista storico il fatto che il bipolarismo, fondato sul maggioritario, fosse affidato a un magnate dell’industria televisiva e agli ultimi rappresentanti dei due grandi movimenti che la storia ha tumulato cosa ha significato?
    “Berlusconi più che un magnate è un grande imprenditore. E’ il capo dell’Italia democratica. Con le televisioni non ha vinto le elezioni, ha solo dimostrato che esisteva, che non veniva dallo Stato e non usciva coi lupi del potere, ma stava col popolo, era un simbolo di libertà. E ha salvato l’Italia dal regime peggiore, dei magistrati e dei comunisti, restituendola all’Occidente, come una nazione degna del suo nome. Per questo gli italiani l’hanno votato”.

    Marina Valensise su il Foglio di mercoledì 21 gennaio 2004

  3. #3
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    Predefinito Frankestein

    Nessuno ci crederà mai, ma quando il Foglio ha anticipato e diffuso il sospetto che il premier si fosse dato un ritocchino agli occhi, con un articolo di Buttafuoco su “sua Altezza il Collagene” scritto lunedì 12 e pubblicato martedì 13 gennaio, non disponevamo di alcuna notizia ufficiosa.
    Ora le ricostruzioni dicono che è stato un modo sapiente per far filtrare l’avvenimento, però non è vero.
    E’ vero invece che da tempo avevamo avvertito, con articoli e addirittura un intero forum: Berlusconi non è il presidente del Consiglio, è Berlusconi.
    Che cosa volessimo dire con questa formula apparentemente elusiva, poteva sembrare difficile da capire.
    Ma il Cav. come al solito ci ha dato una mano a fare un bel giornale, e stando alle rivelazioni dell’Espresso la sua produzione di realtà ha superato di gran lunga la nostra ironica produzione di finzione a proposito di un leader che prolungava nel segreto la villeggiatura in Sardegna.
    A sentire i diligenti sgobboni del settimanale debenedettiano, la notizia è che prima di capodanno un convoglio di auto presidenziali si è recato in Svizzera, il luogo dei segreti e degli esperimenti più arditi, dove è stato raggiunto da un team californiano che avrebbe drasticamente cambiato i connotati del presidente del Consiglio.
    Roba seria, professionale, un bagno nell’eterna giovinezza. Berlusconi è diventato virtualmente un Frankenstein o un Golem, il prodotto gotico e romantico di un artificio tecnico proiettato nel futuro, altro che una banale blefaroplastica.
    Ci sarà in tutto questo un po’ di esagerazione, e alla fine i detrattori del premier si lamenteranno di una faccia troppo simile a quella conosciuta, e grideranno magari alla beffa.
    Ma la curiosità mondiale divampa, questa del lifting presidenziale sta diventando una story di cui si occupano con sempre più morbosa curiosità i principali giornali del mondo.
    L’assenza prolungata e i trucchi per sfuggire all’attenzione dei segugi, la curiosa circostanza di un’opposizione che non rivendica la pubblica certificazione della presenza del capo del governo, le voci su malattie e altre possibili occorrenze che stanno nell’immaginazione ipotetica professionale della carta stampata; dilagano insomma i segnali di diversità e anomalia del premier, di quell’uomo che ha da dieci anni una decisiva rilevanza nella nostra vita pubblica ma continua a comportarsi come persona privata, con il linguaggio, il comportamento e l’attitudine del cittadino e dell’imprenditore.
    Eppure, dove sta la notizia? Noi ve l’avevamo detto. Nel bene e nel male, Berlusconi non è il premier, è Berlusconi.
    E coltiviamo la speranza che si assomigli ancora un po’.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    Paolo Brosio in piedi davanti al Palazzo di Giustizia ci ragguaglia sugli arresti di giornata del pool Mani Pulite. Ha un blocchetto in mano. Se piove, non cambia postazione ma si collega col Tg4 da sotto l’ombrello. Fede lo cazzia con regolarità da avanspettacolo. Puntualmente, dietro, passa il tram arancione. Se volete il reperto elettivo della tv fine ’93, in coincidenza con l’azzurrina apparizione di Forza Italia sullo scenario italiano, questo è il più rappresentativo. Come vedremo c’era dell’altro nella tv di dieci anni fa, ma altresì mancavano alcuni fattori-chiave del presente.
    * * *
    Doveva, ad esempio, ancora prendere seriamente le mosse la tv satellitare, ovvero la possibilità di un’offerta di consumo di nicchia, sempre più selezionata, dedicata, specialistica – destinata, non tanto nel 2004 ma forse nel 2008, a rappresentare il bacino prediletto per le nuove generazioni di spettatori. Telepiù invece nel ’94 già esiste e rappresenta la novità evolutiva della tv.
    Da più di un anno trasmette il posticipo calcistico della domenica e la cosa sta destabilizzando i rituali dello “sportivo” italiano, parente stretto dell’italiano medio.
    Poi Telepiù fa anche buon cinema e ciò non guasta in un momento in cui gli italiani non ne vogliono sapere di frequentare le sale. Comunque la pay-tv fatica a farsi spazio nelle abitudini degli italiani che continuano a considerare il piccolo schermo un bonus che arriva insieme al codice fiscale. E gli imprenditori mangiano la foglia: solo chi può programmare un’interminabile campagna commerciale resta in gioco. I più impazienti – ad esempio Cecchi Gori – escono dal gioco.
    * * *
    Manca, nel ’94, per intero il reality show - coniugazione voyeuristica tra spettacolo tv e scheletrati di verità – e l’attuale proliferazione di sottogeneri (non va però dimenticato che il padre di tutti i reality show, che non è “Il Grande Fratello” bensì “Real World”, fortunato programma di Mtv su un gruppo di ragazzi che vivono insieme in un appartamento, è già un cult per il pubblico under-25 americano e che nel ’95 godrà di un’imitazione italiana, “Davvero”, voluta da Gianni Minoli e programmata da RaiDue).
    Manca, ancora e soprattutto (ci vorranno due anni: 22 gennaio ’96) “Porta a Porta”, non per la statura spettacolare dell’elefantiaco talk show di Vespa, ma per quella delega che presto riceverà, trasformandosi in luogo deputato della politica televisiva, abilitato a raggiungere istantaneamente la platea degli italiani.
    Presto le tranches politiche di “Porta a Porta” diverranno la sede degli scoop e dei confronti epocali. Il Craxi dell’esilio, il Wojtyla che si concede e soprattutto Berlusconi, storicizzeranno il marchio.
    Berlusconi con l’intuizione di gran televisione che fu il Contratto che non si poteva rifiutare, firmato sotto gli occhi dell’audience. (Manca altrettanto, anch’essa futura riserva di caccia di Vespa, l’altra pietanza forte che “Porta a Porta” trascinerà al successo in formula-talk: la riscoperta della cronaca nera, i delitti insoluti, le paure nelle pieghe del sociale, tra sassi sull’autostrada, studentesse sparate e quella famosa villetta di Novi Ligure).
    In compenso Vespa ha appena lasciato una triennale direzione del Tg1 che ha coinciso con un sostanziale rinnovamento – immagine, tempi e televisibilità, col lancio delle conduzioni femminili Gruber/Busi.
    A proposito di Tg: Fede e Mentana sono già in poltrona, navigatori di lungo corso. A Italia Uno passano in tanti, al Tg2 comincia il lungo regno di Mimun che si concluderà nel 2002 col passaggio all’ammiraglia.
    Al Tg3 si fatica a cancellare lo stampo-Curzi: sono meteore Giubilo, Annunziata, Rizzo Nervo, ma Telekabul resta senza il degno muezzin.
    Al Tg1 la vittoria elettorale del Polo porta alla nomina di Carlo Rossella, che inventa la cosiddetta gestione “light” del bastione della tradizione: a posteriori, un bel coraggio. Poi in successione toccherà a Sorgi, Borrelli, Lerner e Longhi, prima dell’atterraggio di Mimun.
    * * *
    Carlo Freccero è consulente di RaiUno, e si prepara, a partire dal ’96, a scuotere l’Italia con la sua televisione moulin rouge. Sarà il grande sostenitore della fatidica mescolanza alto-basso, citazione colta e contaminazione volgare, così, tanto per dimostrarci tutti cinicamente edotti che la vita è solo un quiz, un’epidemia che riempirà la bocca di autori televisivi e dirigenti à la page.
    Nel ’94 Simona Ventura è ancora un’apprendista, una presentatrice per caso. Ha trovato asilo a “Mai dire Gol” e già urla troppo e scoscia parecchio, ma i bene informati concordano: con Simona s’invecchierà a guardarla in tv.
    Greggio, Iachetti e Arena sono in postazione a “Striscia” che ha compiuto 6 anni e somiglia a quella di adesso, ma meno perfida e inacidita, piuttosto ancora col mito del Ricci-Lancillotto che vendica i disgraziati, tra frequenti spunti demenziali.
    * * *
    Il “Maurizio Costanzo Show” è già alla tredicesima edizione (!), ma di Costanzo si parla soprattutto per l’attentato mafioso di cui è stato vittima nel maggio ’93, sbattendolo in una prima linea dell’informazionecoraggio non si sa quanto auspicata dall’interessato.
    Maria De Filippi invece è in pieno exploit del suo genere di tv che desta interesse tra il pubblico e reazioni allarmate, ma comunque sensibili, tra gli addetti ai lavori. Il suo marchio è “Amici” e il mondo nel quale si muove, con un bizzarro ruolo di visitatrice interessata ma non complice, è quello della gioventù popolare, i ragazzi delle provincie, le famiglie qualsiasi con molti desideri e pochi denari, lo sterminato contenitore di una nuova Italia trasversale, dinamica e qualunquista che ormai ha definitivamente eletto la tv a unica fonte possibile di verità, stile e opportunità. Ad “Amici” si comunica, si litiga, ci si ama e ci si lascia sotto l’occhio salomonico e distaccato delle telecamere. Qualche volta le storie non sembrano vere, ma se ci si fa scivolare in quel mondo da fotoromanzo irrequieto e concitato, s’intravedono tracce del paese reale, dei suoi inattesi sviluppi diagonali, incolti, vitalistici, assertivi. E’ un solco che di qui in poi la tv non dimenticherà più di percorrere e allargare, ultima versione della televisione-caminetto. I ragazzi di “Amici” non sono selezionati – in stile Mtv –in base alla loro capacità di aderire alle metamorfosi battenti dei linguaggi e dei comportamenti. Vengono lasciati intatti nella loro natura sentimentale e confusa, nervosa e incerta. Rigonfio di cinismo white trash, “Amici” è un progetto pilota della futura tv, laddove accetta senza rimorsi la propria inevitabile natura amorale (e logorroica).
    * * *
    Chiambretti e Paolo Rossi fanno “Il Laureato”, rilettura della goliardia, più qualunquista di quanto pretenderebbe, programma strano in un momento strano: è la rinata satira, ormai collocata nella nicchia dove prospererà, in una posizione mica tanto diversa da quella – più stranita e lamentosa – dei futuri girotondi, insomma di sinistra sinistra ma indipendente, non-allineata e vagamente paracula, politically correct a corrente alternata, colta più per definizione che per spessore.
    * * *
    Biagi è fermo. “Il Fatto” partirà nel ’95. Michele Santoro fa
    “Tempo Reale” e studia da conduttore-star. Per deflagrare dovrà attendere l’imminente parentesi a casa Mediaset col tormentato ma visionario “Moby Dick”. Serena Dandini è a fine ciclo della comicità delle ragazze fine anni 80 e ormai è il punto di riferimento di una talentuosa tribù (fratelli Guzzanti in testa), fortunatamente di sesso misto. “Tunnel” viene dopo “Avanzi” ed è il primo programma che s’incarica di ridicolizzare il boom di Forza Italia e l’irruzione del Cavaliere sullo scenario politico. Proprio di stampo politico sono gli sketch migliori – Sabina-Berlusconi, Corrado-Fede – e il successo supera addirittura la buona qualità della grana comica. I successi di stagione sono il “Karaoke” di Fiorello che rinverdisce la tesi nazionalpopolare (in questi giorni lo stesso Fiorello ha rivelato il segreto di Pulcinella: anche Karaoke era taroccato e gli unici a non stonare erano cantanti di pianobar prezzolati. Chi l’avrebbe mai detto…).
    “Stranamore” di Alberto Castagna è cafone, vigliacco e magnetico e fior d’intellet-tuali ci restano appicicati come mosche sul miele. “X-Files” è il telefilm di culto, Ambra Angiolini è la stellina birichina di “Non è la Rai”, pesce-pilota generazionale insignita addirittura di Telegatto. “Target” di Gregorio Paolini cucina con intingoli di showbiz la già citata ricetta alto-bassosu& giù e rilancia in chiave di tendenza l’idea di magazine. Le intuizioni geniali di Paolini sono il sorriso senza compromessi di Gaia De Laurentiis e lo stile di ripresa nevrotico e rubato, che fa tanto modernità. Paolo Bonolis invece ancora è un presentatore in catena di montaggio. E’ simpatico, un po’ ragazzo buono della Roma di quartiere, si ficca sempre in programmi poco riusciti, cretini e troppo complicati come “I cervelloni”, tiritera sulle invenzioni assurde in cui fa coppia con Gnocchi. Va a gonfie vele “Quelli che il Calcio”, dove il meccanismo della partita-non-partita funziona, ricama su manie italiane, mette Fabio Fazio in condizione di gestire il suo ritmo televisivo nevrotico, allusivo, accelerato. Un altro volto televisivo a cui tanti predicono un gran futuro è Alessandro Baricco, che inventa un look di piacionismo culturale (camicia bianca, maniche arrotolate) e gigioneggia con voce e sguardo, risolvendo brillantemente l’eterno rebus dei libri in tv con “Pickwick”.
    * * *
    Le prime dieci audience dell’anno sono tutte appannaggio delle partite della Nazionale. La tv del ’94 è un treno in corsa, più elettrodomestico che adesso, dinamica e confusionaria, affastellata e popolare. Non ha certe venature tetre che oggi ben s’intravedono. Ma non ha neppure quel sofisticato spirito scettico, “post”, che ora trasuda persino dalle trasmissione più trash. E’ una tv ancora sotto choc per l’altro grande reality show d’inizio decennio, le verdognole bombe su Baghdad rimandate in seconda serata via Cnn, con un linguaggio a cui la nostra tv sente di doversi adeguare ma non sa come (è anche la tv che in due mesi, marzo ’94, farà i conti – piangere, raccontare o cinicamente spettacolizzare? – con la morte di un’inviata nelle terre a rischio, Ilaria Alpi, meno schermata di un Peter Arnett).
    E’ la tv non ancora ipnotizzata dalle Letterine e parodizzata da Muccino. E’ la tv dove la discesa in campo di Berlusconi fa sì che Fedele Confalonieri diventi presidente Fininvest mentre in Rai all’ondata moralizzatrice dei professori segue l’ondata moralizzatrice di Letizia Moratti (nel complesso l’azienda di Stato ne esce vagamente moralizzata, sicuramente depressa e ammaccata). Nel decennio in cui un sol cavaliere trova il modo di mettere le sue iniziali su un intero sistema televisivo, il sistema televisivo stesso elabora le sue vie per diventare definitivamente adulto, perdere le ultime scorie d’innocenza e affrontare la realtà come un continuo intreccio di sottotesti. La tv italiana diventa grande e si confronta con la sindrome di avere avuto (avere) in questo passaggio chiave, un padre-padrone, per di più pure distratto e spesso assente.
    Si può crescere lo stesso? Duretta, ma si può. Anche Freud è d’accordo.

    Stefano Pistolini su il Foglio di venerdì 23 gennaio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Le rughe del Cav. e quelle dei Ds....

    ....che mandano a scuola di marketing politico i militanti

    Roma. Non per dire, ma c’è lifting e lifting.
    Sempre liberale (sennò è restauro), ma pure con sostanziali differenze.
    Il Cav., per far rassettare le rughe che la governabilità procura, da vero new global ha fatto (secondo un servizio dell’Espresso) una scelta planetaria: premier italiano, clinica svizzera, chirurgo californiano, convalescenza sarda.
    I Ds, per rassettare altre rughe non meno fastidiose, si stanno preparando a una scelta ancora più radicale: l’addio all’agit prop. Il mitico compagno propagandista, quello che una volta, secondo certe barzellette messe in giro dalla reazione, se lo vedeva scritto sull’Unità era pronto a giurare che forse, vabbé, i coccodrilli non volano, “ma mezzo metro da terra si alzano” – va in pensione. L’iscritto che “portava” tanto Togliatti quanto Berlinguer, Occhetto come D’Alema, adesso si troverà di fronte questioni che fanno impallidire le rivelazioni del XX congresso.
    Genere: “Il marketing politico”.
    Nientemeno: “Il fund raising”. Vada persino per il “Laboratorio di
    pubblic speaking”, innovazione ardita anche per chi ha studiato le tesi su “Socialismo e nuove generazioni” di Paolo Franchi.
    Una volta, avvertiti “iscritti e simpatizzanti”, veniva in sezione il
    compagno della federazione, che prima sbrodolava in ore di chiacchiere l’ultimo documento del Comitato centrale, e poi andava a cena con i dirigenti locali all’Arrosticino d’Abruzzo.

    Tra breve si comincerà ad avere a che fare (e non tanto per dire, ma con questa esatta qualifica) con il “consulente Running” e persino, e sarà onore e pure un certo colpo al cuore, con
    il “Presidente MR & Associati”, e la complessità di un’analisi di Giorgio Napolitano si scioglierà come neve al sole.
    Venerdì e sabato prossimo, e quelli della settimana successiva, si preannunciano come i giorni della svolta.
    In tre città (Milano, Roma e Napoli), alla stessa ora, con le stesse modalità, si apriranno i corsi “per operatori della campagna elettorale”, organizzati dalla segreteria nazionale dei Ds.
    Tre seminari, in pratica, che coinvolgeranno circa 150 militanti,
    “compagni giovani con forte motivazione non solo politica, ma
    anche attenzione ai temi della comunicazione politica”.
    In cattedra, ci saranno, oltre a qualche dirigente di partito (Gavino
    Angius, Gianni Cuperlo), docenti universitati come Stefano Ceccanti e Paolo Segatti, sociologi come Giampaolo Fabris, esperti
    di sondaggi come Nando Pagnoncelli e Roberto Weber, giornalisti come Paolo Franchi - sfiorerà il tema delle nuove generazioni, ma non quello del socialismo – e Donato Bendicenti, esperti di comunicazione come Enrico Menduni e Stefano Balassone.
    E poi tutti i running e gli speaking e i fund raising di cui si diceva. “Il tentativo è quello di fornire a queste 150 persone che verranno coinvolte – spiegano con orgoglio a via Nazionale – gli strumenti per una campagna elettorale più efficace e competitiva”.
    Sarà una cosa, come si dice, cotta e mangiata.
    Esaurita la teoria (il seminario) si parte subito con la pratica (le elezioni europee e amministrative di primavera).
    Centocinquanta apostoli, direbbe Berlusconi, e ridendo dice pure qualche dirigente diessino. O magari l’evoluzione dell’agit prop, “ma per carità, non nel senso del modello Frattocchie”, la vecchia gloriosa scuola di partito che stava ai Castelli romani.

    E sarà “Enduring Campaign”
    E al militante, al compagno della sezione, che resta da fare? “Tutto”, è la risposta. Perché va bene la “campagna partecipativa”, ottima la “Enduring Campaign” (sarà mica bushiana?), avanti pure Philippe Gould, guru di Tony Blair, “ma il contatto personale è la cosa migliore”, ben prima di Bruno Vespa il porta a porta dei compagni era, nel momento del bisogno, una mano santa.
    Non state per caso copiando Berlusconi? “C’è sempre da imparare – risponde Cuperlo, che è responsabile comunicazione dei Ds – non c’è dubbio che da lì è arrivata tecnicamente anche dell’innovazione”.
    Pure se di una cosa i Ds sono convinti: “Berlusconi è un genio della comunicazione, ma è anche un politico nel senso più antico del termine”.
    Hanno visto e rivisto, i comunicatori dei Ds, gli spot di Forza Italia dal ’94 in poi, e hanno scoperto “un linguaggio molto tradizionale: grande potenza di fuoco, ma niente innovazione”.
    Casomai, evocano con una certa ammirazione la campagna radicale “Emma for president” di qualche anno fa, “quella con l’offerta più innovativa, anche nel linguaggio oltre che negli strumenti, degli ultimi vent’anni”. Dunque, il glorioso agit prop va in pensione.
    Pure i Ds, politicamente, passano al lifting, “attreziamo un partito moderno a una nuova strategia comunicativa”.
    A qualcuno piangerà il cuore, tra gli antichi compagni.
    E forse piangerà un po’ anche al Cav., che quando si è accapigliato (si fa per dire) con qualche cronista di sinistra, spesso il glorioso agit prop ha (ri)tirato in ballo. Ma è tempo di lifting, non di nostalgia.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Re: Le rughe del Cav. e quelle dei Ds....

    In origine postato da mustang
    [
    In tre città (Milano, Roma e Napoli), alla stessa ora, con le stesse modalità, si apriranno i corsi “per operatori della campagna elettorale”, organizzati dalla segreteria nazionale dei Ds.
    Tre seminari, in pratica, che coinvolgeranno circa 150 militanti,
    “compagni giovani con forte motivazione non solo politica, ma
    anche attenzione ai temi della comunicazione politica”.
    B]
    caro Mustang,
    ho ascoltato a radio radicale ieri quasi tutto l'intervento.
    E mi sono detto"domani,anzi stasera il regime mediatico delle sinistre ci darà dentro fino ad oscurarlo"
    Le rievocazioni pubbliche hanno sempre un elemento di forzatura retorica e inoltre offrono il fianco alla " menzogna storicamente determinata"dei compagnucci.
    Ma voglio dirlo, Berlusconi dovrebbe mettere un po' d'ordine a casa propria come i comunisti a TG 3. Chi non condivide la linea editoriale vada a cercare lavoro intellettuale dove è gradita la sua propria prestazione.(fuori dai piedi i Mentana e la sua piccola corte) o venda a Murdoc le sue TV).
    Berlusca non ha capito che i suoi alleati di centro sono pronti a vendersi alle sinistre che ritengono già vincitrici alle future politiche.
    Quelle europee non faranno testo perchè molti italiani(io fra quelli) non andranno a vbotare della gente che gestisce la politica monetaria dell'europa senza essere eletta e senza pagarne il prezzo politico della loro politica.

  7. #7
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    Predefinito Forza Italia, forza di speranza

    10 anni fa nasceva un movimento che ha cambiato la storia del nostro Paese ed ha stravolto il disegno politico-giudiziario-finanziario perseguito in modo quasi scientifico e coordinato da partiti politici, magistrati "attivisti", nuovi poteri economici, media e gruppi di pressione. Il rovesciamento di una intera classe dirigente aveva spianato la strada alla conquista del potere assoluto da parte degli stessi autori di quel progetto e la nascita di Forza Italia rappresentò (e rappresenta tuttora) l'unica speranza "per resistere". Da allora stiamo vivendo in un clima di scontro frontale permanente tra poteri e fazioni politiche in un Paese che non conosce la via della normalizzazione. Ma Forza Italia, contrariamente ad un sistema che stava implodendo anche a causa del malaffare che l'aveva contraddistinto, ha dimostrato di saper ribattere colpo su colpo a questi attacchi e costituisce, con tutte le sue contraddizioni, l'unica speranza per costruire un Paese diverso, che non sia ostaggio di giudici onnipotenti e di politici come Occhetto, Orlando, Bassolino, figli della grande ondata giustizialista e dei processi sommari di piazza. Gli stessi protagonisti che si stanno riaffacciando nei giorni nostri con i girotondini e la sinistra massimalista che trova ne L'Unità il suo più (in)degno organo di informazione.
    Paolo Carotenuto


    SPECIALE 10 ANNI DI FORZA ITALIA SUL LEGNO STORTO
    Il modello brianzolo di Sandro Fontana - http://www.legnostorto.com/node.php?id=12127
    Dieci anni dopo di Marco Cavallotti - http://www.legnostorto.com/node.php?id=12098
    Forza Italia e il tradimento liberale di Paolo Carotenuto - http://www.legnostorto.com/node.php?id=12147
    Scegliemmo la libertà di Gianni Baget Bozzo - http://www.legnostorto.com/node.php?id=12124
    Genetliaco 1993 - 2004 di Roberto Rossi - http://www.legnostorto.com/node.php?id=12099
    Berlusconi , il partito invisibile ed il conflitto europeo di Angelo D'Addesio - http://www.legnostorto.com/node.php?id=12123
    Benedetti professori! di Roberto Rossi - http://www.legnostorto.com/node.php?id=12134

  8. #8
    Le fondamenta di POL
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    Predefinito

    In origine postato da damps
    Antonio,
    non disturbare la messa cantata
    dei fedeli.
    E' una profanazione la tua.

    Per entrare in una moschea
    ci si tolgono le scarpe..
    per entrare in Forza Italia
    ci si toglie il cervello.
    Per entrare nella sinistra devi invece sporcarti col sangue dell'avversario..... non esiste la parola rispetto.

  9. #9
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    In origine postato da antonio
    «Io tutto quel che avevo da dire a Berlusconi era che credevo nello Spirito Santo e perciò nelle ispirazioni: e la sua mi pareva tale. Da allora cominciai a considerare Berlusconi come un evento spirituale, cosa che mi è ovviamente rimproverata dal mondo cattolico cui appartengo, ma che stranamente, contro i suoi principi, non crede che lo Spirito Santo agisca anche sui laici e sugli eventi temporali». (Don Gianni, consigliere spirituale del Presidente del Consiglio)

    ....no comment.
    il vostro non e' un partito, ma una setta..con i chierici, i devoti che innalzano lodi e divinizzano il capo, i seguaci che pregano a mani giunte (vedi Bondi). una vera vergogna. gente che, consapevolmente o meno, calpesta la propria dignita' ed emette gridolini alla vista dell'Unto come un tempo i fan dei beatles o dei duran duran...
    una schifezza...
    devoti in rapimento estatico che si affollano per toccare il Capo...
    i comunisti ci sono eccome..si, Bondi, Ferrara, Majolo, Adornato..Brandirali..quel partito ne e' pieno..e del resto, essendo stato dismesso da tempo il culto della personalita' da parte della sinistra, era naturale che approdassero a quella specie di setta...perche' certe abitudini sono dure a morire...e in quel partito-azienda sopravvive il peggio delle tradizioni comuniste.

    dovreste studiare il liberalismo..approfondire, in particolare, Gobetti...un altro dei beneficiati del beniamino del vostro leader, Benito Mussolini...

    Montanelli aveva ragione..eccome se aveva ragione del dipingervi come vi dipingeva.
    per avere schifo del nano non e' necessario essere di sinistra..basta avere rispetto della propria dignita' personale...
    ------------------
    L'eccezzzzzzionale Montanelli, diventato il "Simbolo" delle sinistre dopo aver "morso la mano" nella quale per anni aveva mangiato e bevuto.
    Eccezzzzionale questa sinistra che lo ricorda "soltanto" per ciò che disse e scrisse negli ultimi anni.
    Patetica, nell'inutile tentativo di copiare il Cav. nel lifting politico.

  10. #10
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    Roma. Progetto-Botticelli, che razza di nome, roba da spy story di serie C.
    Già, autunno 1993. Milano Due, Jolly Hotel. E’ qui che s’inventa quella sigla, sbrigativamente mutuata dal salone dove ha luogo una riunione di dirigenti di Publitalia guidata da Marcello Dell’Utri, convocata per una questione che – parole di chi comanda – non
    può essere rimandata.
    L’avviamento di una macchina elettorale nuova di zecca in grado di stritolare, nelle poche settimane che mancano all’appuntamento elettorale, i pachidermi partitici della vecchia politica italiana. Il progetto Botticelli è la monade che avrebbe cambiato l’Italia. Generando il debutto di un movimento
    istantaneo, nel frattempo calcisticamente battezzato Forza
    Italia.

    Ne parliamo col politologo Ernesto Galli della Loggia.
    E torniamo al momento in cui tutto comincia, quando – gennaio 1994 – il fuoco d’artificio di Forza Italia esplode nel cielo italiano:
    “Accade in un constesto nel quale s’è creato un gigantesco vuoto elettorale a destra. La Dc di Mino Martinazzoli non è riuscita a stabilire un accordo con Mario Segni e con la Lega e tenta la carta difficilissima di presentarsi in una posizione di assoluto centrismo, mentre a sinistra i progressisti stanno allestendo la gioiosa macchina da guerra, sicuri di un positivo risultato elettorale. Si preannuncia una valanga, fatto salvo un 10-15 per cento di voti a ciò che resta della Dc e una destra rappresentata da un Msi che non andrà oltre il 10 per cento. Nell’autunno 1993, però, le elezioni locali – a Roma e Napoli, ad esempio – hanno dimostrato che la disposizione dei partiti non corrisponde a quella dei cittadini, se è vero che c’è un grande elettorato di centrodestra che, pur di restare sulle sue posizioni, è disposto a votare per un candidato come Fini, non ancora sdoganato come oggi e ancora tutto dentro la cultura politica neofascista. Berlusconi capisce che stando così le cose, basta creare una sigla politica che si dichiari rappresentativa delle aspirazioni dell’elettorato di centrodestra per vedere affluire i voti e mettere in forse la vittoria della sinistra. Con una condizione: perché nei quarantacinque giorni che mancano alle elezioni il messaggio si diffonda anche nel più sperduto paesino, ci vogliono i mezzi finanziari e mediatici di cui solo il Cavaliere dispone. Non credo, tuttavia, che la vittoria vada ascritta semplicemente all’ampiezza degli strumenti a sua disposizione: fu una vittoria sistemica, motivata dal fatto che un vasto elettorato di centrodestra era rimasto privo di rappresentanza politica”.

    “Nel ’94 poteva cercare l’accordo”
    Ma il Berlusconi che allertato dalle analisi del professor Giuliano Urbani scende in campo mosso dallo spavento per l’imminente ritorno dei comunisti sembra sempre più una leggenda metropolitana:
    “Mi è difficile pensare che, se Berlusconi avesse voluto, non avrebbe potuto fare un onorevole compromesso con la sinistra. Certo, aveva un legame personale con Bettino Craxi, nel mirino dalla sinistra postcomunista in quel biennio, e la cosa gli aveva fatto respirare un’aria di scontro che gli rendeva ostica l’idea del compromesso. Ma se avesse voluto, ci sarebbe riuscito. Magari non con la sinistra, ma con Martinazzoli, coi Popolari”.
    Eppure quando Berlusconi sonda quel territorio non riceve buona accoglienza:
    “Non gli venne dato credito per la tradizionale diffidenza che le forze politiche della Prima Repubblica avevano per gli interessi economici. L’unico strappo alla regola era stata la nomina di Umberto Agnelli a senatore per la Dc, ma la cosa aveva acceso molti contrasti nel partito ed era stata esorcizzata isolando questa candidatura che non aveva rappresentato politicamente nulla. La novità dell’industriale che si proponeva come suggeritore sembrò inaccettabile alla cultura cattolica della Dc, che pure aveva avuto i suoi industriali, i suoi Mattei, i suoi uomini dell’Iri, ma in una posizione diversa, mentre quel che prospettava Berlusconi era un sostanziale accordo alla pari”.
    L’idea di Berlusconi di mettere insieme Segni, Lega e Martinazzoli si rivela dunque impossibile. O abbandona il progetto e tenta l’accordo con la sinistra o scende in campo personalmente. Esattamente quello che fa. L’Italia non aveva mai visto niente del genere:
    “Nelle situazioni di crisi la gente si aggrappa a quel che c’è. Scomparsa la Dc, l’elettorato moderato s’aggrappò in massa a Berlusconi. Non bastò neppure lo spauracchio che Berlusconi andava sdoganando Fini e che quindi il voto moderato diveniva contiguo al neofascismo. Evidentemente questo elettorato diede più ascolto alla sua avversione per la sinistra che alla minaccia neofascista. Anzi, capì che non si trattava più di scegliere tra sinistra e fascismo, ma che si poteva optare per un vasto agglomerato moderato di cui ormai potevano far parte anche i fascisti, a dispetto d’una sinistra confusionaria, pasticciona, massimalista, un po’ socialdemocratica. Una sinistra sindacalista, certo non più comunista, che all’elettorato moderato non piaceva e credo non piaccia neanche oggi. Anche perché la sinistra, dal 1989 al 1994, non era riuscita a compiere l’itinerario solidamente socialdemocratico che era lecito attendersi”.
    Eppure Berlusconi cominciò a parlare agli italiani proprio rispolverando un luogo comune apparentemente innecessario, come la paura del comunismo:
    “Io credo che l’anticomunismo di Berlusconi sia puramente metaforico. Usa la parola ‘comunista’ in un senso allusivo che il suo elettorato capisce benissimo, in quanto esso stesso storicamente anticomunista. Berlusconi sa che l’antico spettro del comunismo nel frattempo in Italia è diventato molte altre cose. E lui è contro quelle altre cose: lo statalismo inefficiente e sprecone, il dominio sindacale, la mitologia del salario variabile indipendente, la politicizzazione estrema di molti ambiti sociali sperimentata dal paese negli anni Settanta, la pesante tassazione, il demagogismo della piazza. Berlusconi è – molto importante –contro l’ambiguità nella politica estera e nella collocazione internazionale del paese, una caratteristica della quale ancor’oggi la sinistra non riesce a liberarsi. E’ contro la contiguità con elementi di violenza, tipo no-global, nella quale la sinistra non smette di restare invischiata. Sul banco degli imputati in sostanza Berlusconi mette l’incapacità della sinistra contemporanea di fare la lotta su due fronti, come predicava Amendola. Una sinistra che non riesce a capire che i suoi nemici sono anche a sinistra e che deve combatterli e non accarezzarne il pelo. Un’idea tipica della socialdemocrazia e che ha origine nel fatto –simbolico ma molto concreto – di Noske che spara sugli operai che tentano la rivoluzione comunista. Mentre la socialdemocrazia europea si è costruita l’immagine di un partito capace di lottare contro la sinistra radicale, la sinistra italiana non ce l’ha fatta. E nel 1994 questo procedimento era fermo anche per il contributo di Mani pulite, che col suo rigurgito di estremismo, sia pure all’insegna della questione morale, bloccò l’itinerario di socialdemocratizzazione effettiva della sinistra”.

    “Quando si ritira Forza Italia si disintegra”
    L’analisi di Galli della Loggia, per quanto stimolata, non sfugge a una certezza: parlare di Forza Italia coincide obbligatoriamente col parlare solo e soltanto del Cavaliere. L’etichetta di “partito di plastica” del resto, l’ha coniata lui:
    “E’ rimasto di plastica. Berlusconi non ha saputo o voluto costruire niente. Il giorno che si ritira, Forza Italia si disintegra in quindici giorni. Non è nata una classe dirigente e in periferia è visibilissimo. Non c’è un congresso, un’idea: FI esiste solo come riflesso organizzativo di Berlusconi e Publitalia”.
    Eppure ormai, anche solo per abituale, quantitativa presenza televisiva, una seconda linea di colonnelli è venuta fuori, si fa riconoscere dagli italiani:
    “Continuano a non avere consistenza politica propria. Negli altri partiti un po’ di seguito i candidati ce l’hanno, almeno nei loro collegi. In Forza Italia possono essere spostati tranquillamente da un collegio all’altro. Non hanno rapporto altro che con Berlusconi. Gli unici ministri che si sono saputi conquistare, sulla base dell’incarico, una forza propria sono Giulio Tremonti e Giuseppe Pisanu. Tremonti anche perché è diventato il ministro della Lega, suo principale referente politico. Pisanu, vecchio quadro democristiano, perché il suo referente politico è il ministero degli Interni, cuore dell’ordine pubblico, e perché sta dimostrando d’essere diventato un politico di rango. Berlusconi comunque si può disfare istantaneamente di qualsiasi ministro senza che la cosa produca reazioni in FI. Non esiste neppure il luogo istituzionale dove queste reazioni potrebbero manifestarsi, un consiglio nazionale, una segreteria. Pecorella o Marzano esistono solo perché Berlusconi vuole che esistano. Altrimenti tornerebbero nel nulla politico da dove provengono”.
    Quindi non sono bastati dieci anni per produrre l’identikit politico del forzista doc:
    “Il quadro di Forza Italia è semplicemente uno che giura su Berlusconi. Un suo ammiratore”.
    Una definizione un tantino sinistra, nei dintorni del giuramento sulla personalità.
    “Ma Berlusconi esprime anche una linea politica, delle opzioni, soprattutto in negativo: lui è quello che garantisce che l’Italia non venga governata dalla sinistra. Come la sinistra è quella che garantisce che l’Italia non sia governata da Berlusconi. Il contenuto politico dei due schieramenti non è diverso. Contrappositivo, negativo. Si accusa spesso Berlusconi d’aver personalizzato la politica, ma l’unica cosa che tiene insieme la sinistra, e potrà farla vincere, è la personalizzazione contrappo-sitiva nei confronti di Berlusconi. Anche per la sinistra la personalizzazione politica è decisiva. Per il resto, aldilà della diffidenza antiamericana, non si riesce a capire cosa sia la sinistra oggi”.
    Stiamo parlando di programmi politici, non una specialità della politica contemporanea italiana:
    “I programmi non contano molto, neanche nel determinare le vittorie o le sconfitte elettorali. Berlusconi comunque, in maniera rapsodica, ha pensato di presentarsi come l’emulo e il riassunto della cultura moderata italiana e perciò, per forza di cose, soprattutto quella della Dc. Probabilmente non è stato all’altezza, ma questo perché sostanzialmente Berlusconi non è un uomo politico, non riesce a costruire nulla al di là delle vittorie elettorali. Berlusconi è un genio nel vendere un prodotto politico: la sua immagine. E’ abile nella propaganda, capisce cosa arriva alla gente. Una volta incassata la vittoria, venduto il prodotto, non ha la capacità politica di costruire un partito, una classe dirigente, di costruire soprattutto un consenso. Perché è lui il primo a non credere alla politica. La considera una stronzata. Non crede che la politica abbia delle sue specificità, un suo ambito, una ragione d’essere. Pensa che sia una cosa da chiaccheroni perditempo, che vogliono imbrogliare la gente. Non crede al lavoro della politica. Lui sa solo comandare e pagare. Ma queste due cose non fanno una leadership, fanno un capo d’azienda. E lui non è più in età per imparare. E probabilmente non ne ha neanche voglia”.

    “Un linguaggio da vecchia tivù”
    In un certo senso, dunque, Berlusconi prova a tirare il linguaggio politico verso di sé. A renderlo eminentemente televisivo, a farne una questione di offerte speciali. Come il contratto con gli italiani:
    “La televisione come lui la usa è a senso unico. Lui che parla agli altri. Rifiuta il confronto perché gli manca una profonda conoscenza della storia politica del paese, laddove affonda le mani l’armamentario dialettico. E non padroneggia un lessico appropriato per una personalità che si propone come un moderato. E’ troppo diretto, non ha le necessarie cautele. Finisce per dire cose tutt’altro che moderate. Meglio che legga discorsi preparati. Quando improvvisa fa casini micidiali. Magari si trova davanti Fassino, lo chiama agente del Kgb e quello lo fa nero. Non può rischiare e lo sa. Col discorso precotto può centellinarsi, avere una parola per tutti”.
    Così ne esce un’immagine televisiva di Berlusconi, l’uomo-tv italiano, da archeologia del mezzo.
    “Per lui la televisione continua a essere semplicemente lo strumento che arriva nelle case di tutti e porta il messaggio del centro. Il re della comunicazione cade su regole-base tipo quella che insegna che il precotto è antitelevisivo”.
    Intanto, ai blocchi di partenza della più lunga campagna elettorale della Repubblica, Forza Italia mangia la torta e mette i pantaloni lunghi:
    “L’unico motivo per festeggiare Forza Italia è che senza di lei non ci sarebbe stato il bipolarismo in Italia e quindi il maggioritario. Non è poco. La semplificazione brutale e plebea espressa da Berlusconi attraverso Forza Italia esprime un qualcosa di democratico. La democrazia italiana della Prima Repubblica era intinta nel concetto di élite. Basata sull’establishment, sul professionismo politico collaudato, con le sue ritualità polverose dentro istituzioni altrettanto polverose. Berlusconi ha mandato all’aria lo scenario: ha costretto tutti a cambiare, ha introdotto una democrazia più dell’uomo della strada, meno dei partiti e dell’élite. Con effetti anche sgradevoli perché gli uomini della strada spesso sono volgari, chiacchieroni, rumorosi. Berlusconi ci fa pensare tutti che la democrazia può essere anche così e che quindi bisogna introdurre dei correttivi liberali nella democrazia. Che le maggioranze non devono essere in grado di fare tutto. Che sono importanti i poteri neutri”.

    Stefano Pistolini su il Foglio di sabato 24 gennaio

    saluti

 

 
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