Il Giornale 17.1.2004
Antonio Socci
C’è una proposta, intelligente e nobile, che viene da un coraggioso intellettuale ebreo, Gabriele Nissim: è per Piero Fassino, Massimo D’Alema e la leadership Ds. Riguarda il comunismo (la vedremo) e finora è caduta nel vuoto.
Che gli orrori del comunismo siano in Italia un tabù, è noto. Ne ha riparlato anche Ernesto Galli della Loggia su “Sette” a proposito del convegno dell’Istituto Sturzo sulla strage perpetrata in Ucraina fra 1932 e 1933: <uno dei più grandi genocidi del Novecento, commesso nell’ambito della politica di collettivizzazione forzata delle terre, ordinata e gestita da Stalin e dalla dirigenza bolscevica>.
In due anni fecero da 7 a 10 milioni di vittime <tra deportati, fucilati, soppressi e morti per fame> (i granai erano pieni, ma il regime fece morire di fame milioni di contadini ritenendoli nemici). Ora per la prima volta <dopo 18 anni dalla sua uscita negli Usa>, denuncia Galli, arriva finalmente anche in Italia il fondamentale libro di Conquest su questa tragedia, “Raccolto di dolore” (ed Liberal). Dopo 18 anni.
Riemerge la tragedia anche nella memoria del mondo. Il governo di Kiev ha chiesto all’Onu e al Parlamento europeo di riconoscere a questo crimine la qualifica di <genocidio>. L’Istituto Sturzo ha fatto la stessa richiesta al Parlamento italiano e adesso su iniziativa del presidente Pera il caso approderà in Commissione esteri.
Che ne sarà? Penso che i crimini comunisti resteranno un tema tabù. Basti dire che ancora l’8 dicembre scorso, Paolo Mieli nella sua rubrica sul Corriere della sera segnalò un’incredibile <distrazione>.
Si riferiva all’ <importante allocuzione> di Giovanni Paolo II <in occasione dei settant’anni dalla carestia in Ucraina “provocata” dal regime comunista>. Mieli spiegava: <In un messaggio indirizzato ai cardinali ucraini il pontefice ha ricordato i milioni di morti provocati “con fredda determinazione dai detentori del potere in quell’epoca” sulla base di un “dissennato disegno omicida”. Stranamente> ha osservato l’ex direttore del Corriere <a differenza di ogni altro sospiro del Santo Padre in questo lungo anno di guerra, quel discorso è passato pressoché inosservato e su gran parte dei giornali più sensibili al tema della memoria non se ne è trovata traccia>.
Sui giornali ci si è inventati un Papa “pacifista” e perfino “noglobal”, facendo titoloni a sproposito. Ma sul Papa, questo sì autentico, che punta il dito contro gli orrori del comunismo che lui stesso ha contribuito in modo determinante ad abbattere, grava una silente censura mediatica. In quell’articolo fra l’altro Mieli – ricordando il recente viaggio di Fini in Israele - citava Ciriaco De Mita: <se la stessa revisione fosse avvenuta anche nel campo della sinistra...>.
Viene da chiedersi come De Mita e gli ex diccì possano continuare ad allearsi e a voler governare l’Italia con chi continua a dirsi comunista e con chi si denomina diessino, ma non ha mai realmente rotto col passato del Pci. Questo è l’incredibile caso italiano.
Galli Della Loggia, in un altro intervento, l’ha definito <il caso assolutamente unico in Europa>, dove la persistenza intellettuale e politica del vecchio Pci, sotto varie forme, <impedisce che il Gulag entri con tutti i suoi effetti nella coscienza pubblica dell’intero Paese>. E ciò fa in modo che il comunismo continui a rappresentare <lo sfondo mitico di correnti e movimenti i più vari>.
Anche Riccardo De Benedetti nel suo bel libro “La fenice di Marx” si chiede: perché, in Italia, <un ideale politico come quello comunista sembra sopravvivere alla severa confutazione della storia? Perché risuona ostinato, forse solo un po’ mascherato, in questo o quel discorso politico, in più di qualche frammento di filosofia e di storiografia o nella retorica stanca ma non priva di efficacia della nostalgia che tutti insieme li raccoglie?>.
Non si trova nessuno che si vergogni. Secondo Galli i vari “strappi” operati dalla leadership del Pci, mai <hanno significato davvero ‘fare i conti col comunismo’… il gulag e la sua storia sono rimasti un tabù, a sinistra il comunismo conserva il suo prestigio> e <il socialismo riformista è ancora al palo di partenza>.
Galli ovviamente non ha avuto risposte. Salvo quella, stupefacente, di Furio Colombo sull’Unità del 14 dicembre intitolata “I Gulag e i fratelli Cervi”. In cui fra l’altro l’autore è incorso in un terribile lapsus: infatti dopo aver condannato per l’ennesima volta Berlusconi perché un giorno, in un botta e risposta con un giornalista, avrebbe mostrato di non conoscere la data di morte del papà dei fratelli Cervi (che per Colombo pare sia indice di qualcosa di terribile), sbaglia lui stesso, Furio Colombo, la data di morte dei fratelli Cervi, anticipandola addirittura di venti anni, al 1923, mentre è del 1943 (sarà “uno spiacevole refuso”, ma dice il saggio: medico cura te stesso).
Per gran parte della Sinistra pare che nulla abbiano a che fare il Pci e i comunisti italiani con gli orrori del comunismo. Anche il recente libro di Giampaolo Pansa – che pure ha come tragico scenario le regioni italiane - non ha suscitato riflessioni e revisioni dolorose. Ancora oggi, nel 2004, siamo in questa palude. Eppure, una vera Sinistra riformista non potrà nascere senza strappi veri, anche fatti di gesti simbolici.
Come quello suggerito sul Corriere della sera del 22 dicembre da Gabriele Nissim, specialista di storia e cultura ebraica. Essendo caduto nel vuoto vorrei provare a rilanciarlo a Fassino e D’Alema. Nissim invitava a non lasciare soli certi storici russi nella <battaglia per la memoria dei Gulag>. Scriveva: <Come oggi è quasi un imperativo morale per i politici europei visitare Auschwitz o il memoriale di Yad Vashem in Israele, così dovrebbe diventare una consuetudine per ogni politico europeo che si reca in Russia chiedere di rendere omaggio alle vittime del terrore nei grandi cimiteri di Levashovo a San Pietroburgo, a Butovo e a Kommunarka nei pressi di Mosca, dove sono seppellite decine di migliaia di vittime senza un nome>.
Sarebbe il segno che <l’Europa non vuole dimenticare i gulag>. Tanto più dovrebbero sentire questo <dovere>, aggiungeva Nissim, <i dirigenti di quei partiti che sono nati dalla disgregazione dei partiti comunisti. Come Gianfranco Fini si è recato a Yad Vashem per fare i conti con la propria storia, così Piero Fassino e Massimo D’Alema> affermava Nissim <dovrebbero avere il coraggio di visitare il museo di Perm 36, il luogo della memoria dell’unico lager ricostruito. Sarebbe uno straordinario atto di responsabilità>. Perché <come insegna il ricordo della Shoah, la memoria del passato per vivere ha bisogno di atti morali>.
Vorranno rispondere Fassino e D’Alema a questo invito? Piccolo post scriptum. Gabriele Nissim è autore di uno splendido saggio intitolato “Il grande equivoco del comunismo nel mondo ebraico dopo Auschwitz”. Quel saggio sta nell’importante volume “La cultura ebraica”, pubblicato nel 2000 dalla Einaudi. Il caso volle che sulla copertina fossero riportati tutti i nomi (nove) degli autori dei vari saggi, eccetto quello di Nissim. E’ solo un piccolo incidente editoriale, ovviamente, ma fa pensare. Quel saggio cominciava ponendo sullo stesso piano nazismo e comunismo.


Rispondi Citando


