Il professor Giovanni Sartori vede una maggioranza onnipotente. Il professor Giuliano Amato vede una dittatura democratica.
Il senso comune vede altro.
Vede il diritto di veto dei sindacati e la via tortuosa che prendono le proposte di riforma sociale, giuste o sbagliate, di tutti i governi, di centrosinistra e di centrodestra.
Vede la confusione nei rapporti fra lo Stato e le Regioni, aumentata dopo la riforma ulivista del titolo quinto della Costituzione.
Vede una funzione preminente dei poteri cosiddetti neutri, che sbatacchiano qui e là la decisione politica quando e come vogliono: dalla magistratura penale ai tribunali amministrativi regionali, dalla Corte costituzionale alle Authority alla Banca d’Italia.
Vede che nemmeno la legge-obiettivo, cioè il tentativo di far decollare progetti di infrastrutture fermi da vent’anni (semplificando le procedure), ha la meglio sulla resistenza accanita dei localismi organizzati.
Vede che la centralità del Parlamento, inteso come macchina operativa del bicameralismo perfetto e come luogo della consociazione invece che del controllo e del contrappeso istituzionale al potere esecutivo, si risolve in una formidabile capacità di dilazione e opacizzazione delle più importanti linee di governo, a partire dalla legge finanziaria.
Vede che il presidente del Consiglio, chiunque egli sia, è chiamato per brevità premier, ma non ha i poteri di un premier e nemmeno quelli di un premier ministre o di un Bundeskanzler.
La politologia non è naturalmente tenuta a vedere quel che appare evidente al cittadino, ed è giusto che avverta sensibilmente le spie di fenomeni che sfuggono all’opinione pubblica, anche quella mediamente informata.
Ma in un paese in cui non passa giorno senza che venga messa in dubbio la costituzionalità di quasi tutto bisogna saper scegliere le parole per dirlo. Se la sintesi politologica produce formule come “dittatura democratica” o “maggioranza onnipotente”, vuol dire che il senso comune è soltanto una serie infinita di allucinazioni.
da il Foglio
saluti




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