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Discussione: Cattolici - Ortodossi

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    Predefinito Cattolici - Ortodossi

    Buongiorno a tutti.Sono un nuovo iscritto molto affascinato dalla spiritualità e dalla tradizione cristiana,in particolar modo quella della Chiesa d'Oriente (pur rimanendo,premetto,saldamente ancorato alla tradizione religiosa alla quale appartengo,che non è quella cristiana).Nel forum dedicato al Cristianesimo orientale ho posto una richiesta di aiuto per le mie personali ricerche sulla tradizione cristiana,e ho anche chiesto articoli o spiegazioni sulle differenze fra le Chiese d'Oriente e d'Occidente con anche il punto di vista degli orientali in merito alle stesse.
    Siccome volevo sentire anche "l'altra campana" volevo fare qui la stessa richiesta,e cioè se qualcuno mi può indicare del materiale sulla rete in merito alle differenze fra le due chiese orientali e occidentale,e le ragioni di quest'ultima in merito ad esse.
    Speriamo che queste mie richieste "incrociate" mi portino dei buoni frutti....
    Ringraziando chiunque mi voglia aiutare,un saluto.
    "Odisseo".

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    Predefinito Ma per il Vaticano in Russia è sempre inverno

    IL cardinale Kasper va a Mosca. Ma per il Vaticano in Russia è sempre inverno
    Roma e il patriarca Alessio II riprendono a parlarsi. Ma le ragioni dello scontro restano immutate. Vladimir Zelinskji spiega perché, dal punto di vista della Chiesa ortodossa

    di Sandro Magister






    ROMA – Giovedì 22 gennaio il portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls ha annunciato che il cardinale Walter Kasper si recherà in visita a Mosca il prossimo 16 febbraio.

    Kasper, che presiede il pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, partirà su invito della conferenza dei vescovi cattolici della Russia, ma anche – ha dichiarato Navarro – mosso “da sentimenti di stima verso la Chiesa ortodossa russa”. Nei cinque giorni della sua visita, il cardinale “sarà ricevuto in udienza da Sua Santità Alessio II, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, e avrà un colloquio con il metropolita di Smolensk e Kaliningrad, Kirill, presidente del dipartimento per le relazioni ecclesiastiche estere del patriarcato di Mosca, in vista del dialogo ecumenico tra le due Chiese”.

    Fin qui l’annuncio della Santa Sede, che segna una ripresa di colloqui pubblici tra il patriarcato di Mosca e il papato di Roma. L’ultimo dirigente vaticano recatosi in Russia è stato, nell’ottobre del 2002, monsignor Celestino Migliore, oggi osservatore presso le Nazioni Unite. Nel febbraio di quello stesso anno il cardinale Kasper aveva anch’egli programmato una visita a Mosca, ma il viaggio era stato cancellato.

    L’ultimo scontro tra Roma e Mosca ha avuto per teatro l’Ucraina. Il patriarcato ortodosso di Mosca ha fatto fuoco e fiamme all’idea che la Chiesa cattolica ucraina di rito greco si insedii a Kiev con un suo patriarca “rivale”.

    Se ora Alessio II accetta di ricevere Kasper è anche perché il Vaticano gli ha dato assicurazioni su questo punto cruciale.

    Ma per quali ragioni il patriarcato di Mosca appare così intransigente e, viceversa, Roma appare ai suoi occhi così aggressiva? Ecco qui di seguito un profilo della Chiesa ortodossa russa – nei suoi rapporti con Roma e l’occidente – scritto da un osservatore competente che appartiene a quella stessa Chiesa. L’analisi è apparsa sul numero di gennaio 2004 del mensile “Mondo e Missione”, del Pontificio istituto missioni estere di Milano.


    La Chiesa ortodossa russa, oggi. Integralisti, ecumenisti, tradizionalisti

    di Vladimir Zelinskij


    Il rapporto attuale fra l'ortodossia e il cattolicesimo, in particolare fra Mosca e Roma, appartiene ai capitoli più complicati della storia del movimento ecumenico. [...] Perché la Chiesa cattolica, che pur si sente molto vicina agli ortodossi nella sua impostazione dogmatica e morale, non riesce a stabilire un autentico dialogo con loro?

    Il riferimento a una storia di popolo e di fede vissuta diversamente, e la differenza fra le culture, non riescono a spiegare tutto. [...] Per trovare la strada verso la risposta, prima di tutto bisogna scomporre la domanda negli elementi più essenziali. Chi sono gli ortodossi visti attraverso lo specchio ecumenico? Quali motivi hanno di avvicinamento o distacco rispetto alle altre famiglie cristiane? E infine: quali sono le fondamenta della nostra speranza nell'unità?

    L'occidente vede spesso gli ortodossi come una massa compatta ed omogenea, che parla con una sola bocca, quella dei suoi massimi rappresentanti. Ma le cose si presentano in questo modo solo per chi ha una conoscenza superficiale. [...] Se prendiamo tutti i battezzati nella Chiesa ortodossa, possiamo distinguere tre gruppi: gli integralisti, gli ecumenici e i tradizionalisti.


    GLI INTEGRALISTI E LE LORO TRE VARIANTI


    L'integralismo (o fondamentalismo) esiste in due versioni: quella teologica-ecclesiale e quella politica. La prima forma è assai diffusa nell'ambiente monastico e afferma, secondo lo spirito intransigente di san Cipriano di Cartagine (III sec.), che tutte le comunità che a causa dei propri errori si sono staccate dall'unica Chiesa di Cristo, che è quella “ortodossa”, hanno perso tutto. In queste Chiese non ci sarebbero più né sacramenti, né grazia, né salvezza. L'ecumenismo, dunque, è per gli integralisti un'eresia ingannevole e pericolosa, che raccoglie in sé tutte le eresie antiche: come, per esempio, l’arianesimo, o l'incredulità nella vera e visibile Chiesa, una e santa. Che dialogo può esistere con chi ha scelto la propria rovina? Chi vuole essere salvato deve prima chiedere il battesimo nella Chiesa ortodossa e poi vivere secondo le sue regole.

    Per l'integralismo politico il dialogo non esiste neanche nella forma di un possibile ravvedimento. Il primo punto del suo programma è l'antioccidentalismo, segnato da un forte tratto antisemita. Sul piano propriamente religioso questa posizione si manifesta con un’ostilità dichiarata verso tutti i cristiani non ortodossi e tutti gli ortodossi colpevoli di ecumenismo o almeno sospettati di questa colpa, patriarca Alessio incluso. Questa forma d’integralismo nasce spesso come reazione contro il male oscuro, reale o inventato, che proviene dall'occidente.

    Nell'ambiente dell'ortodossia questo è un fenomeno recente e speciale, legato soprattutto al cambiamento traumatico del sistema di vita nei paesi ex-comunisti. Questo integralismo ortodosso è piuttosto un movimento politico d'estrema destra, animato per la maggior parte dagli ex-membri del partito comunista, riciclatisi nel nazionalismo sfrenato, ma anche da alcuni fanatici che sventolano dappertutto la bandiera dell’"ortodossia o morte". Ma si tratta di un’ortodossia davvero speciale, la loro, che esalta "santi-mostri" come Ivan il Terribile e Rasputin, inneggia alla monarchia assoluta e chiede il divieto totale dell'attività sulla terra ortodossa di qualsiasi altra religione, e rifiuta ogni relazione con le altre confessioni cristiane. Il solo pensarlo è già un tradimento della bandiera. Fra i partigiani di questa fazione si può trovare qualche vescovo, ma nessuno di costoro fa per fortuna parte del santo sinodo della Chiesa russa.

    Esiste anche una terza versione dell'integralismo, quella dei convertiti all’ortodossia da altre confessioni. Questo gruppo, che è probabilmente il più piccolo, riguarda prima di tutto gli ortodossi dell'occidente che vivono in modo profondo e doloroso la frattura con il proprio passato, nella maggior parte dei casi cattolico, quasi una riedizione del radicalismo dei primi protestanti che hanno rotto con Roma. L'ecumenismo per loro non è nient'altro che un dannoso mischiarsi con il "papismo". Secondo loro gli ortodossi dai paesi dell'est che partecipano al movimento ecumenico manifestano solo la loro ingenuità o la mancanza di scrupoli.


    GLI ECUMENISTI


    All’interno della Chiesa ortodossa russa, il gruppo di orientamento ecumenico sembra essere di gran lunga il meno numeroso, perché non è sempre facile manifestare simpatia nei confronti degli altri cristiani. Questa componente non ha nessuna influenza politica, ma ha una forte presenza culturale, attira le persone che cercano nell'unità con la Chiesa cattolica una guarigione dalle malattie interne dell'ortodossia. Che sono appunto l’integralismo, lo spirito conservatore, la chiusura al mondo contemporaneo.

    Gli ecumenisti – chiamiamoli così, anche se in Russia questa parola non ha una buona reputazione – hanno spesso un'immagine idealizzata della Chiesa d'occidente. Si attendono da essa un aiuto morale e spirituale nella purificazione dell'"aria di casa", che a loro sembra sapere di stantìo; invocano un aiuto per superare l'autocrazia dei vescovi, che in Russia e non solo vive una prassi ancora pre-tridentina; aspettano uno stimolo per intraprendere nuove strade e nuovi metodi nella proclamazione del Vangelo.O semplicemente un contributo per vivere in un clima più umano e sereno la vita ecclesiale.

    Per ora la corrente ecumenica non ha nessuna influenza né una posizione istituzionale all'interno della Chiesa russa. Anzi, temendo la persecuzione, vive in semi-clandestinità. Per questo credo che gli "ecumenisti sotterranei", anche tra il clero, siano ben più numerosi di quelli visibili. Non c’è dubbio che le tensioni attuali fra Vaticano e Mosca li mettano oggi in una situazione di maggior vulnerabilità. La "frazione ecumenica" dell'ortodossia in qualche modo ha già realizzato la sua unità con la Chiesa d'occidente, nel senso mistico e umano, anche se non canonico ed eucaristico. E quest'unità dimezzata li fa soffrire nell'ubbidire alla Chiesa storica, che gli ecumenisti percepiscono come una parte separata, a causa di un malinteso, della pienezza della Chiesa di Cristo, una ed universale.


    I TRADIZIONALISTI


    Ma la componente più numerosa e influente, benché piuttosto silenziosa, di qualsiasi Chiesa ortodossa, è quella che può essere chiamata "tradizionalista". Quando usiamo questa definizione non dobbiamo vederci nessuna critica o forma di disprezzo per l'ortodossia. Anzi, essa è sinonimo di fedeltà: credere cioè senza riserve a tutto ciò che proclama e insegna la Chiesa, essere radicati nel suo patrimonio dogmatico e patristico; nutrire amore spirituale, ma anche viscerale, verso tutta l’eredità di fede custodita dalla Chiesa: la vita dei santi, la melodia del canto, la solennità delle celebrazioni, la lingua delle preghiere, la semioscurità del tempio con le sue icone.

    L'ortodossia tradizionale è fede incarnata che non può mai dividere lo spirito ascetico dalla "carne" vivente; dal corpo fisico, storico, nazionale, a volte anche etnico. Non si può fare nessun dialogo ecumenico con gli ortodossi, se si dimentica questo attaccamento alla fede nella sua concretezza. Che vuol dire anche terra, popolo, patria. Se questo bagaglio sarà rispettato, il tradizionalismo ortodosso potrà aprirsi al dialogo, altrimenti anche questa componente potrebbe diventare antioccidentale, chiusa ed autosufficiente fino a sfiorare l’integralismo. Bisogna cogliere il sentimento profondo di questo gruppo. Se per la maggior parte dei cattolici andare al passo coi tempi è considerato un impegno anche religioso, per la maggior parte degli ortodossi essere cristiani significa "essere fedeli alla fede dei padri", anche al prezzo di essere culturalmente e psicologicamente tagliati fuori dal mondo.

    Sebbene siano non da poco le differenze di mentalità con l’occidente cristiano, se quest’ultimo intende prendere sul serio l'imperativo dell'unità, deve porsi lo scopo di rivolgersi proprio a questo gruppo tradizionalista, il più numeroso, il più rappresentativo. Che per ora non partecipa quasi per nulla alle iniziative ecumeniche, ma che in sostanza non le preclude.


    UNA DOMANDA, TRE RISPOSTE


    Dopo aver tracciato questo quadro della situazione, dobbiamo però chiederci: a che punto siamo con l'ecumenismo oggi?

    Le risposte potrebbero essere tre. La prima è che tutto va abbastanza bene e andrà verso il meglio, perché viviamo nell'epoca della ricerca del tesoro della fede comune, divenuta un imperativo per i cristiani di oggi. Nonostante alcuni ostacoli di carattere politico, i cristiani delle grandi Chiese storiche vivono nella coscienza che l'unità fra loro sia una cosa non solamente giusta, ma anche imminente e vicina. Si cita spesso in questo contesto lo scambio delle visite, delle accoglienze, delle buone parole (che però possono avere per l'oriente e l'occidente un peso alquanto diverso).

    La seconda risposta è che tutto va, a dire la verità, francamente male. La crisi attuale fra Mosca e Vaticano, o, meglio fra Russia e occidente, rivela infatti l'opposizione fondamentale fra due civiltà incompatibili (come nella visione di Oswald Spengler). Il cosiddetto "ecumenismo" delle Chiese dell'Europa dell'est nei decenni passati altro non era che diplomazia: una scelta imposta dal comunismo e dalla sua politica. Oggi non c'è più l’ispiratore di quella strategia, il regime sovietico. E così è caduto il finto discorso sull'unità ed è venuto fuori il grand'orso del nazionalismo russo che alza le zampe contro la mano tesa per il dialogo. Come disse un giorno un ex-ministro austriaco (e come pensano tanti altri senza dirlo): l'Europa finisce lì dove comincia l'ortodossia (confondendo la piccola tendenza integralista con quella tradizionalista, maggioritaria). La parola “Europa" in questo caso serve a dire rispetto dei diritti umani, libertà di coscienza, tolleranza, dialogo fra le culture. Con "ortodossia" si intende invece una cultura tutta diversa, mistica, ritualista, irrazionale, in ogni caso estranea a questi valori.

    La terza risposta è che la Chiesa russa – come anche le altre Chiese ortodosse nei paesi ex-comunisti – cerca un dialogo vero e profondo con le altre fedi cristiane. Senonché, appena liberata dal giogo del totalitarismo ateo, è stata subito assediata dalle sette provenienti dall'oriente e dall'occidente, e soprattutto da quella stessa Chiesa cattolica che dopo il concilio Vaticano II si era proclamata sorella. Tutte queste nuove presenze religiose hanno invaso il territorio canonico della Chiesa russa, hanno fatto dello spazio dove s’incarna il suo patrimonio di storia e di fede una terra di missione. O peggio, un mercato dove vendere il proprio "prodotto", profittando della debolezza materiale e della carenza di personale dell'ortodossia (basti pensare all’infinita schiera di sacerdoti e vescovi martirizzati in settant’anni di comunismo) per "rubare le pecore dall’altrui ovile".

    Cessate le vostre missioni, chiudete il vostro mercato multireligioso, tornate in pace a casa vostra, e il nostro dialogo vivrà la sua rinascita. Porteremo così la nostra comune testimonianza cristiana davanti al mondo secolarizzato.

    __________


    Il ruolo del patriarca


    In Occidente, in generale, il ruolo del patriarca ortodosso non è ben capito. È visto spesso come un altro papa, ma dal punto di vista dell'ecclesiologia ortodossa il patriarca di una Chiesa è solo il suo primo vescovo; è quasi un sacrilegio chiamarlo il suo capo, perché il capo della Chiesa può essere solo Gesù Cristo.

    Come figura simbolica della Chiesa, il patriarca ha un'enorme responsabilità che non è bilanciata dalle sue prerogative. Non è l’unico guardiano della fede, perché la fede è affidata a tutta la Chiesa, ai suoi pastori e ai laici; secondo quella stessa fede, però, solo il patriarca è l'intercessore per il gregge dei fedeli e il primo amministratore della Chiesa istituzionale.

    La sua responsabilità è triplice: davanti a Dio; davanti alla propria Chiesa, rappresentata dal sinodo, dal corpo vescovile, da tutto il popolo di Dio la cui fede deve salvaguardare e proteggere nella sua purezza dogmatica; davanti ai confratelli e agli altri patriarchi delle Chiese locali, con i quali lui si trova in comunione.

    Il peso di questa responsabilità a volte pone il problema della sua libertà personale, che è molto diversa da quella del pontefice romano. Il papa cattolico ha una reale libertà di decisione. Molte innovazioni e cambiamenti, magari non del tutto condivisi dalla curia romana, sono il frutto dell’intuizione e del carisma del papa. Ma il patriarca ortodosso, se osasse riformare la tradizione, sarebbe semplicemente destituito dal suo sinodo o addirittura direttamente dal popolo.

    Dobbiamo sempre tenere in mente questa eventualità, quando pensiamo ai gesti (fatti o non fatti) o agli incontri (non avvenuti) fra il papa e il patriarca di Mosca. Sebbene il patriarca sia ricordato molto più spesso e molto più solennemente nella liturgia di quanto non lo sia il papa di Roma, di fatto non ha grande spazio per esprimere la sua personalità nella Chiesa di cui è il primo rappresentante.

    Il patriarca da solo non può (e neppure il concilio della Chiesa locale, che ha il potere più alto) toccare alcunché del sacro deposito della fede tramandata dai padri. Solo il concilio ecumenico, che dal punto di vista dottrinale ha la massima autorità, quella dello Spirito Santo (secondo la formula di Atti 15, 28), potrebbe avere il diritto di cambiare o di "aggiornare" questo deposito, ma solo nello spirito di fedeltà ai concili precedenti. Piccolo particolare: il settimo e ultimo concilio della Chiesa di Dio ancora indivisa fu convocato nel lontanissimo 787 per sconfiggere e condannare gli iconoclasti. (v.z.)

    __________


    La rivista del Pontificio istituto missioni estere di Milano sui cui è uscito l’articolo di Vladimir Zelinskji:

    > "Mondo e Missione"

    __________


    Il sito ufficiale, in inglese, del patriarcato di Mosca:

    > Russian Orthodox Church

 

 

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