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Palermo. Intoccabili. I pubblici ministeri che, dal ’93 in poi, hanno gestito i più clamorosi processi politici – da Antonio Ingroia a Gioacchino Natoli, da Guido Lo Forte a Roberto Scarpinato - possono ormai stare tranquilli. Il Consiglio superiore della magistratura li ha dotati di un salvagente per aggirare la legge sulla rotazione degli incarichi; quella, tanto per essere chiari, che - volendo evitare “incrostazioni di potere” - vietava ai pm di rimanere per più di otto anni nella Direzione distrettuale antimafia.
Da ora in poi, basterà una “decantazione” di tre anni. E tutti quelli che sono usciti dalla porta rientreranno dalla finestra.
La circolare è stata approvata dal Csm il giorno prima di Natale. L’altro ieri è stata notificata al procuratore Pietro Grasso.
La conseguenza più immediata è che Antonio Ingroia, pubblico ministero nel processo contro Marcello Dell’Utri, non avrà
nemmeno il disturbo di lasciare né la stanza – quella che condivideva con il maresciallo Giuseppe Ciuro, arrestato il 5 novembre scorso per collusione con la mafia- né le proprie indagini.
Formalmente, Ingroia era uscito dall’Antimafia nel marzo del 2000. Di fatto però - come pm del processo contro il senatore di Forza Italia - ha continuato a cercare documenti, testimonianze e dichiarazioni di pentiti: l’ultima, raccolta nel 1999, l’ha depositata tre giorni fa.
Ma per il Csm, che guarda solo le carte, la “decantazione” c’è stata e Ingroia – che dopo il caso Ciuro, ha vissuto non pochi momenti di imbarazzo: li chiamavano “il puro e il ciuro” – ha già bussato alla porta di Grasso per chiedere di rientrare nella Dda con tutti i crismi e gli onori dell’ufficialità.
Un altro magistrato per il quale la circolare del Csm sembra ritagliata su misura è Gioacchino Natoli, che fu pubblico mini-stero, con Lo Forte e Scarpinato, contro Giulio Andreotti.
Un processo, finito nel nulla e che è costato all’amministrazione della giustizia 87 miliardi di vecchie lire. Secondo la legge degli otto anni, Natoli avrebbe dovuto lasciare la “distrettuale” nel giugno prossimo. Ma, come Ingroia, può vantare, pure lui, di avere già onorato il principio della “decantazione”, lontano da Palermo. Dal ’98 al 2002 è stato infatti membro togato, per i Verdi, del Consiglio superiore.
Lo stesso Csm che ora gli ha dato la possibilità di rimanere, ancora a lungo, tra le “eccellenze” della lotta alla cosche.
Che Natoli ci tenesse, eccome, si era capito l’anno scorso, quando Lo Forte e Scarpinato - che intanto avevano ottenuto fino all’ultima proroga - furono costretti, da Grasso, a lasciare l’antimafia: il primo per coordinare le inchieste sulla criminalità comune, dagli scippi alle rapine; il secondo per contrastare i cosiddetti reati economici, dalle truffe agli assegni a vuoto.
Per sostenere i colleghi - “memorie storiche”, li chiamava così - Natoli si mise alla testa di una rivolta contro Grasso. E il giorno in cui il capo della procura decise di rimpiazzare Lo Forte con Giuseppe Pignatone - il procuratore aggiunto che poi avrebbe scoperto il doppio gioco di Ciuro e delle altre talpe nascoste a palazzo di giustizia - Natoli pronunciò una battuta molto aspra nella quale alcuni laici del Csm videro addirittura gli estremi per una azione disciplinare: “Sono stati sconfitti, disse, gli amici di Falcone e si sta ricostituendo la procura di Giammanco”.
Ma palazzo dei Marescialli, che di punizioni non vuole sentire parlare, ha preferito confezionare, per Natoli e per i suoi amici, un bel regalo natalizio: un pacchettino con i coriandoli di quella che era stata chiamata “la legge degli otto anni”.
saluti




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