E Massimo Fini, per chi non lo sapesse, è di madre ebrea...
Dal sito http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/
Ma allo stadio si va per non ricordare
La Comunità ebraica di Roma ha proposto alla Federazione Italiana Gioco Calcio, che ha accettato, che domenica 25 gennaio tutte le squadre di A e di B scendano in campo con una maglia con la scritta: «27 gennaio. Giorno della memoria per non dimenticare». La «o» di memoria sarà a forma di pallone. L’iniziativa è stata presa per fare da traino alla giornata del 27 gennaio che ricorda, in tutto il mondo, l’Olocausto.
Mi permetto di non essere d’accordo con questa iniziativa, anche se ne comprendo le motivazioni. Per due ragioni.
Lo stadio di calcio, come il perimetro, fisico e simbolico, di qualsiasi gioco, si tratti di ipppodromo o di casinò o d’altro, è una sorta di «cerchio magico» dove valgono regole completamente diverse da quelle della realtà di ogni giorno e dove noi entriamo per dimenticare, per qualche tempo, i problemi, gli affanni e anche la tragedia della vita quotidiana. Allo stadio si va proprio per dimenticare, non per ricordare, e dovrebbe essere quindi tenuto al riparo da elementi, politici, etici, economici, religiosi o di qualsiasi altro tipo, altrimenti perde la sua funzione e ne acquista un’altra del tutto impropria.
Il secondo motivo è di libertà personale. Ci sono giocatori che potrebbero non essere d’accordo con la scritta che devono portare sulla maglia. I buoni sentimenti non possono essere imposti per diktat. Una persona ha diritto anche di non avere buoni sentimenti o, comunque, di non avere sentimenti che coincidono con quelli della sensibilità generale. Imporglieli dall’alto, pena il ludibrio e la messa all’indice morale se qualcuno di questi calciatori di A o di B rifiutasse di indossare quella maglia e di pubblicizzare quei sentimenti, è una violenza.
Ecco perché l’iniziativa fatta propria dalla Federcalcio, per quanto animata dai migliori e più nobili propositi, mi sembra più che inopportuna inaccettabile. E, alla fine, addirittura controproducente. Sentimenti così profondi e delicati come quelli che ruotano intorno alla memoria della tragedia dell’Olocausto devono esserci o maturare spontaneamente nell’anima degli individui e non essere imposti, perché c’è il rischio che la persona (e anche il calciatore lo è, non può essere visto e strumentalizzato come fosse un semplice e utile media), per un istintivo riflesso di difesa della propria libertà morale, abbia una reazione di rigetto.




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