Passeggiando lungo le risaie del delta del Tonchino non si può non pensare a Pierre Gourou. L'accademico francese, tra i padri fondatori della geografia umana (quella che studia il rapporto tra l'uomo e la terra o, come si dice, lo «spazio umanizzato») non solo aveva vissuto nella città vietnamita di Hanoi, ma aveva fatto delle popolazioni del delta la sua vera grande materia di studio. Gourou (morto nel `99 alla veneranda età di 99 anni) vi aveva trovato lo spunto per studiare come si muovono gli uomini in rapporto a un certo luogo: arrivando a chiarire che, solo in parte, ne vengono in qualche modo costretti. Un paesaggio è il riflesso di un equilibrio che nel Tonchino, in Cina, o nel Sudest asiatico, secondo Gourou, prendeva la forma di una «civiltà del vegetale», sintesi di un certo modo di produrre in rapporto alla quantità di umani (la densità demografica) che vive in un determinato luogo. In Vietnam, assai più che altrove, un certo modo di seminare e curare (vegetali), di utilizzare attrezzi agricoli (vegetali) e di mangiare (vegetali), faceva sì che si potesse nutrire l'enorme quantità di gente che, allo stesso tempo, era necessaria per far si che si producesse in quella tal maniera. In buona sostanza, se è vero che tante persone possono vivere solo dove si produce intensivamente (la risaia inondata delle pianure o delle colline contrapposta a quella «secca» della montagna), è anche vero che per produrre intensivamente occorre tanta manodopera. E tutta questa organizzazione, questo equilibrio, è tipico di certi paesaggi, di certe civiltà. Come quella del vegetale.
Oggi però, il Vietnam di Gourou non esiste più. Sì, certo, quei paesaggi vivono ancora e ancora tiene un equilibrio antico che, in altre zone del mondo, si è irrimediabilmente rotto, producendo sfracelli, migrazioni, maggior povertà. Anche in Vietnam però le città crescono e il richiamo sulla campagna è forte. La città è illuminata, si guadagna, ci sono più occasioni.
Contrariamente ad altri posti del mondo, l'antico equilibrio delle campagne vietnamite sembra in parte preservato dal dirigismo della leadership. Benché aperta al libero mercato e attirata dall'idea che è meglio produrre, oltre al riso e al broccolo, magliette a basso costo per i nostri mercati, la transizione da una società essenzialmente agricola a una società che si sta velocemente industrializzando, marcia con una certa attenzione. Anche se i problemi non mancano. Se la civiltà del vegetale di Gourou produceva braccia perché si reggeva sulle braccia e mangiava vegetali per produrne, risparmiando i bufali perché servono nei campi, la civiltà del Vietnam del 22mo secolo richiede meno persone. Per questo motivo i programmi di attenzione alla salute riproduttiva - evitare le gravidanze indesiderate o usare contraccettivi - hanno trovato in questo paese orecchie attente. La leadership vietnamita ha accettato i consigli della Conferenza del Cairo forse proprio perché aveva coscienza, assai più che altrove, di come si sarebbe modificata la civiltà del vegetale. Nel viaggio che abbiamo compiuto nel Tonchino, ospiti delle Fondo dell'Onu per lo sviluppo, ci veniva mostrato proprio questo. E anche i danni che sta producendo la riduzione di 35 milioni di dollari l'anno che gli Usa hanno fatto sui fondi dedicati alla salute riproduttiva. Una lezione imparata a memoria anche dall'Italia che, pedissequamente, ha ridotto i suoi soldi all'Unfpa del 30%.
Ma il problema vero, oltre ai fondi e alla diffusione di programmi indubbiamente necessari, sembra stare proprio nella capacità di gestire la difficile transizione dal mondo agricolo a quello industriale. Spesso condotta frettolosamente, come sa bene anche il nostro paese. E il suo paesaggio.
Emauela Giordana
Lettera22
4 02 04




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