L'antagonista
(implosione o esplosione del sistema capitalistico italiano?)
di Natale Giaimo
"Comunichi al Senatore Agnelli che nei nuovi stabilimenti Fiat devono
esserci comodi e decorosi refettori per gli operai.
Gli dica che il lavoratore che mangia in fretta e furia vicino alla macchina
non è di questo tempo fascista. Aggiunga che l'uomo non è una macchina
adibita ad un'altra
macchina".
(Il telegramma di Sua Eccellenza il Capo del Governo, Cavalier Benito
Mussolini tratto dagli archivi di Duilio Susmel).
Anche per l'ibrido sistema capitalistico italiano è iniziato il "Big Bang",
per come era chiaramente prevedibile e, per certi versi, inevitabile - e noi
lo avevamo ampiamente previsto in relazione alla situazione argentina -
anche se tanti illustri economisti, che allignano attorno al Vangelo
Economico Italiano ("Il Sole 24 Ore"), si affannano in queste ore a
dimostrare il contrario.
Sosteniamo da sempre l'impossibilità di innestare in Italia, e nell'Europa
insulare, una politica iperliberista all'americana così come la vogliono
Berlusconi ed i suoi partner governativi, molto simile a quella che gli USA
hanno imposto agli argentini fino a trasformare quello che era uno degli
Stati più ricchi del mondo, grazie alla rivoluzione economica peronista, in
un popolo di mendicanti, tanto simili a quelli che si vedono nei quartieri
malfamati delle città statunitensi.
La Cultura, la Tradizione ed i Sentimenti dei popoli europei, e latini in
particolare, hanno insita una "sensibilità sociale e solidale" che, seppure
non rientra un nessuno dei canoni di lorsignori e non possa essere comunque
quantificata e mercificata, certamente diventa un "fattore economico"
aggiunto il cui valore supera di gran lunga tanti altri fattori, ben più
tangibili.
Se a ciò si aggiunge che l'economia italiana è attualmente, oltre che
iperliberista, anche iper-liberticida, stante l'accertata propensione di
questo Governo ad uccidere la Libertà di tutti per non subire limitazioni
nella propria discrezionalità di eccedere, possiamo renderci conto che una
Azienda strutturata come è strutturata la Fiat sia fatalmente costretta a
subire la fine che le si prefigura oggi, proprio perché è stata e resta il
simbolo del capitalismo italico tradizionale.
Ed è solenne la marcia indietro effettuata dai soloni del nuovo capitalismo
rispetto ai proclami ed alla sicumera esibita nei primi giorni di governo,
per cui non bastava privatizzare le Poste, l'Energia Elettrica, i Telefoni,
la Televisione, bisogna privatizzare anche i Trasporti ed i Monumenti, via
via fino alla Sanità ed alla Scuola (e scusate eventuali omissioni), mentre
al primo stormire di foglie, al primo problema da dipanare, si affrettano a
partorire l'ennesimo, e sempre aborrito, intervento statale.
L'ipotesi dell'Auto di Stato ha scatenato un vespaio di critiche ed una
miriade di distinguo all'interno dei due poli-fotocopia che gestiscono il
sistema politico italiano.
Un "tutti contro tutti" con posizione inconciliabili e minacce di
sollevazioni popolari che aleggiano su entrambi gli schieramenti e li
"tagliano" nella maniera più trasversale. Quindi la "crisi Fiat" ha avuto,
se non altro, il merito di evidenziare e sottolineare due regole
fondamentali della politica economica, per cui risulta, per primo, sempre
quantomeno arduo andare contro natura come da quanto suddetto sui Paesi di
cultura Europea rispetto all'iperliberismo, e di conseguenza, per secondo,
che chi parte con siffatti programmi di gestione economica della Nazione si
ritrova a doverli poi modificare drasticamente in corso d'opera pena gravi
conseguenze, vedi quanto accaduto ieri in Argentina e sta accadendo oggi in
Italia.
Noi, nel nostro piccolo, una ideuzza l'avremmo pure avuta. E non è frutto di
nostre elucubrazioni o del nostro ingegno sopraffino, bensì è una soluzione
che, partorita nel famigerato ventennio, venne considerata valida ed
applicabile - così come tante altre, di cui diremo in altra occasione -
anche nell'Italia "democratica ed antifascista" degli eredi di Badoglio e
così tramandata ai posteri dalla Carta Costituzionale che, esattamente all'
articolo 43, stabilisce che "A fini di utilità generale la legge può
riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo
indennizzo, allo Stato, ad Enti Pubblici od a Comunità di Lavoratori o di
Utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a
servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio
ed abbiano carattere di preminente interesse nazionale", il tutto nelle
premesse che "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La
sovranità appartiene al Popolo.." (art. 1), "La Repubblica tutela il Lavoro
in tutte le sue forme ed applicazioni." (art.35) e, soprattutto, ".La
proprietà privata può essere, nei casi previsti dalla legge e salvo
indennizzi, espropriata per motivi d'interesse generale" (art. 42).
Il che deriva, oltre che dalla Carta del Lavoro, dal D. L.vo 12.2.1944
n°375, a firma del Duce della R.S.I., che regolamenta il sistema della
"Socializzazione della Impresa", ai sensi del quale viene poi emanato, a
firma del Ministro per l'Economia Corporativa Tarchi, il D. M. 11/01/1945
che assoggetta la FIAT S.p.A. di Torino alla disciplina della
socializzazione.
Perché, quindi, non applicare quanto la Costituzione prevede esplicitamente
invece di
ripercorrere vie già fallimentari in passato e che, sicuramente, non sono
altrettanto rispettose e consone degli interessi dei Lavoratori e della
Nazione come quella ideata dal Fascismo e ripresa nella Costituzione?




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