Diagnosi su Benny Morris:
la mentalità di un colono europeo
di Gabriel Ash



Lo storico israeliano Benny Morris ha oltrepassato una nuova linea della vergogna allorché ha posto le sue credenziali e la sua rispettabilità accademica al servizio dello schema per la giustificazione "morale" di un futuro genocidio contro i palestinesi.

Benny Morris e' lo storico israeliano responsabile della rivalsa della narrativa palestinese del 1948. La vita di circa 700.000 persone fu distrutta allorché esse vennero cacciate dalle loro case per opera della milizia ebraica (e, in seguito, dell'esercito israeliano) tra il dicembre del 1947 e l'inizio del 1950. Morris consultò gli archivi israeliani e scrisse un resoconto giornaliero di queste espulsioni, documentando ogni villaggio "etnicamente ripulito" ed ogni atto di violenza, ponendoli nel contesto degli obiettivi politici e delle percezioni dei singoli "ripulitori".

Gli apologeti di Israele tentarono invano di attaccare la credibilità personale di Morris. Da opposte direzioni, dal momento che ha sostenuto che l'espulsione non ha avuto luogo per mezzo di "un disegno", fu anche accusato di aver tratto conclusioni eccessivamente ristrette dai documenti. Nonostante queste limitazioni, "La nascita del problema dei profughi palestinesi, 1947-48", di Morris, e' una regstrazione autorevole delle espulsioni.

Prima della pubblicazione dell'edizione rivista, Morris e' stato intervistato da Ha'aretz:
(http://www.haaretz.com/hasen/spages/380986.html, Originale in lingua ebraica: http://www.haaretz.co.il/hasite/obje...?itemNo=380119). Le nuove scoperte pubblicate nella revisione del libro, basate su documenti freschi, rendono ulteriormente fosca l'immagine.

Il nuovo materiale d'archivio, rivela Morris, riporta di esecuzioni di routine dei civili, di ventiquattro massacri, incluso uno a Jaffa, e di almeno venti casi di stupro da parte di unità militari, definiti da Morris "la punta dell'iceberg". Morris rivela inoltre di aver trovato documenti che confermano le ardite conclusioni preferite dai suoi critici: l'espulsione fu premeditata, gli ordini di espulsione materiale furono dati per iscritto ed alcuni di essi sono riconducibili direttamente a Ben Gurion.

Morris ha inoltre trovato le documentazioni in cui l'Alto Comando Arabo chiedeva alle donne ed ai bambini di evacuare determinati villaggi, prova questa - secondo la sua contorta logica - che rafforza le dichiarazioni propagandistiche dei sionisti, secondo le quali i palestinesi andarono via perché così fu detto loro dagli stati arabi pronti per la guerra. Morris aveva già documentato due dozzine di casi simili nella prima edizione. E' difficile capire come i tentativi dei comandanti arabi di proteggere i civili dai previsti stupri ed assassini rafforzino la bella storia sionista. Ma questo fallito tentativo d'imparzialità e' l'ultimo dei problemi di Morris. Mentre l'intervista prosegue, emerge con crescente chiarezza che, mentre il Morris storico e' un cauto e professionale presentatore dei fatti, il Morris intellettuale e' una persona estremamente malata.


La sua malattia e' di tipo mentale-politico. Lui vive in un mondo non popolato da esseri umani uguali, ma da stereotipi ed astrazioni razziste. Nell'intervista vi e' una sovrabbondanza di immagini quasi poetiche, come se la mente fosse ossessionata dallo sforzo di aggrapparsi a ciò che la tormenta: "I cittadini palestinesi di Israele sono una bomba ad orologeria", non cittadini come gli altri. L'Islam e' "un mondo in cui la vita umana non ha lo stesso valore che in occidente". Gli arabi sono i "barbari alle porte dell'Impero Romano". La società palestinese e' composta da "serial killers" che andrebbero giustiziati e da "animali selvaggi" che andrebbero rinchiusi.

La malattia di Morris e' stata diagnosticata oltre quarant'anni fa da Frantz Fanon. Basandosi sulla sua esperienza di vita nell'Africa soggiogata, Fanon osservò che "il mondo coloniale e' un mondo manicheo. Al colonialista non basta limitare materialmente, con l'aiuto dell'esercito e della polizia, lo spazio dei nativi. Per dimostrare il carattere totalitario dello sfruttamento coloniale, il colonialista deve dipingere il nativo come la quintessenza del male ... Il nativo e' definito insensibile all'etica ... il nemico dei valori ... E' un elemento corrosivo, che distrugge tutto ciò che gli si avvicina ... lo strumento inconsapevole e irrecuperabile delle forze oscure" (da "I dannati della terra"). E ancora: "I termini usati dal colonialista quando si riferisce al nativo sono termini zoologici" (non dimentichiamo di porre le metafore di Morris nel contesto dei tanti appellativi adoperati per i palestinesi: le "bestie a due gambe" di Begin, gli "scarafaggi impazziti" di Eitan e l'ultra-delicato "salmoni" di Barak). Morris e' un caso storico nella psico-patologia del colonialismo.

GENOCIDIO CATTIVO, GENOCIDIO BUONO

Quando il colonialista si imbatte in nativi che rifiutano di abbassare lo sguardo, la sua malattia avanza fino allo stadio successivo: la sociopatia assassina.

Morris, che conosce l'esatta dimensione del terrorismo scatenato contro i palestinesi nel 1948, la considera giustificabile. Dapprima egli suggerisce che il terrorismo fu giustificabile perché l'alternativa sarebbe stata un genocidio di ebrei da parte dei palestinesi. Sollevare l'ipotesi di un genocidio in questo contesto è pura e semplice isteria. Morris dunque passa immediatamente ad una spiegazione più plausibile: le espulsioni furono una pre-condizione per la creazione di uno stato ebraico, cioè per la instaurazione di una preferenza politica specifica, e non auto-difesa.

Questa spiegazione politica, cioè che le espulsioni furono necessarie per creare le giuste condizioni demografiche, una vasta maggioranza ebraica, e' condivisa dagli storici. Ma la spiegazione dell'auto-difesa e' inverosimile. L'idea che gli ebrei fossero in pericolo di genocidio viene però ripresa poco dopo, con un'altra generalizzazione razzistica e priva di basi: "Se potesse, [la società islamica] commetterebbe un genocidio".
Morris non vede alcun male. Accusa Ben Gurion di non essere riuscito a realizzare una Palestina araba, raccomanda ulteriori pulizie etniche dei palestinesi, inclusi quelli con cittadinanza israeliana. Non adesso, ma presto, "entro cinque o dieci anni", mediante lo sfruttamento di "condizioni apocalittiche" quali una guerra regionale con armi non convenzionali, potenzialmente una guerra nucleare, che "avverrà verosimilmente entro i prossimi vent'anni". Per Morris, ed e' difficile a questo punto esagerare sulla sua follia, la possibilità di una guerra nucleare in un futuro prossimo non e' la fine di una strada che sarebbe meglio non intraprendere, ma una pura e semplice pietra miliare il cui risultato e' immaginabile entro la banale continuità della politica centenaria sionista: egli considera lo scambio di missili non convenzionali tra Israele ed una non identificata nazione dell'area come una legittima scusa per "finire il lavoro" del 1948.

Morris parla apertamente di una nuova espulsione ma, in cerca di una scusa morale per le passate e future espulsioni di palestinesi, presenta un argomento più generale, un argomento che giustifichi non solo l'espulsione, ma anche il genocidio. Questa dichiarazione andrebbe ripetuta, perché qui viene oltrepassata una linea terribile e vergognosa.
Morris, un rispettabile accademico ebreo israeliano, giustifica il genocidio come strumento legittimo per la creazione di uno stato in un altrettanto rispettabile quotidiano, Ha'aretz. Dovrebbe essere sconvolgente. Eppure, chiunque interagisca con i sionisti americani o israeliani, sa che Morris sta solo dicendo ciò che molti pensano e dicono persino, in maniera non ufficiale. Morris, come molti israeliani, vive in una temporalità a parte, una sorta di Galapagos intellettuale, un Jurassic Park politico, in cui bizarri parenti di idee squalificate ed estinte da tempo si rincorrono con fierezza.

Non si può pensare che il passaggio dall'espulsione al "transfer" al genocidio non abbia conseguenze pratiche. Non e' difficile immaginare una espulsione pianificata che si trasforma in genocidio sotto l'impulso delle circostanze. Il genocidio sia degli ebrei europei che degli armeni iniziò con un'espulsione. L'espulsione dei palestinesi nel 1948 e' stata il prodotto di decenni in cui si era pensato e pianificato il "transfer". Dobbiamo fare attenzione: con la dichiarazione di Morris, il pensiero sionista supera un'altra soglia; ciò che oggi viene discusso ha le potenzialità per essere attuato, se si materializzano le "condizioni apocalittiche".

LA MARCIA DELLA CIVILTA' ED I CORPI DEI NON-CIVILIZZATI

E' istruttivo guardare più da vicino al modo in cui Morris usa il pensiero razzista per giustificare il genocidio. L'intervista di Morris, proprio a causa della sua mancanza di pudore, e' un testo particolarmente utile all'introduzione sul pensiero sionista.
Il razzismo di Morris non si limita agli arabi. Il genocidio, secondo Morris, e' giustificato se perpetrato in nome del "bene supremo". Ma quale bene supremo e' degno dell'estinzione di un popolo? Di certo, non il bene di quest'ultimo. (Morris usa il termine ebraico "haqkhada", di solito associato all'estinzione di specie animali. Qualcuno dovrebbe informarlo del fatto che i nativi d'America non si sono estinti).

Secondo Morris, l'instaurazione di una società più avanzata giustifica il genocidio: "Sì, anche la grande democrazia americana non sarebbe esistita senza l'estinzione forzata dei nativi d'America. Vi sono momenti in cui il bene supremo giustifica azioni terribili e crudeli". Tali promettenti paragoni tra il fato dei nativi d'America ed il fato che attende i palestinesi sono comuni tra gli apologeti d'Israele. Una delegazione di studenti americani rimase disgustata e scioccata quando udì fare una simile analogia da un portavoce dell'ambasciata israeliana a Washington.
La visione supremazista di Morris della "civiltà occidentale", quella civiltà che, secondo lui, ha a cuore la vita umana più dell'Islam, e' il fondamento dell'accettazione morale del genocidio per il "bene del progresso". Morris fonda la superiorità dell'occidente sia sul rispetto universale per la vita umana sia per la prontezza a sterminare le razze inferiori. L'illogicità della pretesa che possano convivere il diritto a commettere genocidio insieme al più alto livello di rispetto per la vita umana si spiega solo quando riusciamo a comprendere che il concetto di "umano" e' limitato - nella maniera classica del razzismo eurocentrico - agli abitanti delle nazioni civilizzate (cioè l'occidente).

E' questa stessa logica che permise ai primi sionisti di descrivere la Palestina come una terra deserta, nonostante fosse abitata da un milione di abitanti. Alla fine, tutto si risolve in questo: l'assassinio degli arabi - una dozzina o un milione, la differenza e' meramente tecnica - e' un mezzo accettabile di difendere le preferenze politiche degli ebrei, perché questi ultimi appartengono all'occidente superiore e gli arabi sono inferiori. Dobbiamo ringraziare il professor Morris per aver chiarito così bene la logica centrale del sionismo.

IL COLORE DEGLI EBREI

Morris ci assicura che i suoi valori sono quelli dell'occidente civilizzato, i valori della moralità universale, del progresso, etc. Ma poi rivendica il possesso - al contempo - di lealtà particolaristiche, una posizione che egli desume da Albert Camus. Per riconciliare la doppia lealtà di Morris - quella all'universalismo occidentale e quella al particolarismo ebraico - si deve dimenticare che queste due identità non sempre sono state in buoni rapporti.

Come spiegare a Morris che il Darwinismo etnico usato per giustificare l'assassinio di milioni di non bianchi, inclusi schiavi africani, nativi d'America, arabi ed altri, fu usato anche per giustificare il tentativo di sterminare gli ebrei? Come può Morris supportare la giustificazione "civilizzatrice" del genocidio, che include il genocidio degli ebrei, proprio mentre sostiene che l'olocausto sia un'altra giustificazione per il sionsmo? Forse la mente sconnessa di Morris non riesce a vedere il collegamento. Forse egli pensa che vi siano affermazioni "giuste" di supremazia razziale e affermazioni "sbagliate" di supremazia razziale. O forse Morris mette in mostra un altro aspetto della psico-patologia dell'oppressione, l'identificazione della vittima con il carnefice.
Forse nella mente di Morris, una metà della quale e' tribale e l'altra universale, gli ebrei assassinati per fare spazio ad una civiltà europea ariana e superiore e gli ebrei che oggi servono nell'esercito israeliano appartengono e non appartengono allo stesso gruppo. Vi appartengono quando Morris invoca i totem tribali per giustificare la lealtà, ma quando la sua attenzione si sposta al principio universale di "civiltà superiore", quegli ebrei vengono cancellati, come fossero parenti poveri di cui ci si vergogna, ricacciati indietro nel limbo, assieme alla sterminata massa non bianca dei disumanizzati. Per contro, gli ebrei di Israele, auto-identificatisi con gli europei, sono ridiventati bianchi, puliti e candeggiati grazie al sionismo e, nella loro bianchezza, rivendicano il privilegio che i Bianchi hanno sempre avuto: il privilegio di massacrare i membri delle razze "meno avanzate".


FALSA TESTIMONIANZA

Sarebbe meraviglioso se Morris lo storico potesse preservare la sua obiettività mentre Morris il sionista danza con i demoni del razzismo eurocentrico. Ma il muro del professionismo - che nel caso di Morris e' un muro molto pesante e imponente - nulla può contro il torrente d'odio.
Ad esempio, Morris mente sul summit di Camp David del 2000. Su Ha'aretz, Morris dice che "quando i palestinsi rifiutarono la proposta di Barak nel luglio del 2000 e quella di Clinton nel dicembre del 2000, capii che non erano pronti ad accettare la soluzione dei due stati. Volevano tutto, Lydda e Akka e Jaffa".

Nel suo libro "Le vittime giuste", però, Morris spiega così il fallimento dei negoziati: "La leadership dell'OLP aveva gradualmente accettato, o così pareva, che Israele si tenesse il 78% della Palestina storica. Ma voleva il restante 22% ... A Camp David, Barak aveva supportato la creazione di uno stato palestinese ... [su solo] l'84-90% di quel 22% ... Israele doveva inoltre controllare il territorio tra una Gerusalemme grandemente allargata e Gerico, tagliando effettivamente in due il centro del futuro stato palestinese ..." Il capitolo de "Le vittime giuste" che tratta degli anni '90 lascia molto a desiderare ma si sforza almeno di fare alcune analisi dettagliate. Per contro, su Ha'aretz, Morris fa dichiarazioni infondate che sa essere false.

Se Morris mente sulla storia recente, e distorce grossolanamente persino il pericolo che gli ebrei correvano nella Palestina del 1948, un periodo di cui e' esperto, il suo trattamento di questioni storiche più generali e' persino ridicolo, uno stupefacente mix di insinuazioni e stereotipi. Ad esempio, Morris ci ricorda che "la nazione araba ha ottenuto una grossa fetta di terra non a causa delle sue virtù o abilità intrinseche, ma attraverso la conquista e la costrizione dei conquistati alla conversione". (Cosa vuole dirci? Che la pulizia etnica della Palestina e' attribuibile alle virtù ed alle abilità ebraiche più che alla conquista ed all'assassinio?)

Queste sono diffamazioni razzistiche, non storia. Come esempio prendiamo la Spagna, che fu conquistata essenzialmente con una sola battaglia, nel 711, da un piccolo gruppo di berberi nord-africani appena convertiti all'Islam. La Spagna fu completamente islamizzata ed arabizzata in soli due secoli con pochissima coercizione religiosa, e certamente senza pulizie etniche. Ma, dopo che gli ultimi governanti islamici furono scacciati dalla Spagna dagli eserciti cristiani di Ferdinando ed Isabella nel 1492, una grossa fetta della popolazione spagnola che volontariamente aveva adottato l'Islam secoli prima rifiutò di accettare il Cristianesimo nonostante un secolo di persecuzioni da parte dell'Inquisizione spagnola. 600.000 musulmani spagnoli furono in seguito espulsi, nel 1608.

Ovviamente, anche la civiltà islamica ha avuto i suoi episodi di guerra e violenza. Ma, come dimostra l'esempio sopra, paragonata all'occidente, paragonata alla frenesia religiosa assassina dell'Europa del Sedicesimo secolo, ai genocidi seriali in Africa ed America ed infine alle carneficine delle guerre del Ventesimo secolo, la civiltà islamica si erge positivamente benigna. Dunque, perché tutto questo odio? Da dove deriva il fuoco eterno dell'Islamofobia?

ESSERE ALTROVE

Dall'Europa, naturalmente, ma con un trucco. L'Europa ha sempre guardato all'Oriente con condiscendenza. Nei periodi di tensione, quella condiscendenza si trasformava in paura ed odio. Ma essi erano mescolati con - e temperati da - una grossa dose di attrazione e curiosità. Tuttavia il colonialista non si prende il lusso di essere curioso. Il colonialista lascia la metropoli sperando di sopraffare il suo status marginale, e spesso oppresso, nella società metropolitana. Va nella colonia con il desiderio di ricrearvi la metropoli con sé stesso all'apice.

Per il colonialista, la colonia non e' il rifiuto della metropoli, ma una maniera per reclamare ciò che gli e' dovuto per esserne membro. Quindi il colono cerca sempre di essere più metropolitano della metropoli. Quando la gente della metropoli vacilla di fronte al bagno di sangue che il colono compie in nome dei loro valori, il colono la accusa di "mollezza" e si auto-nomina "il vero metropolitano". Ecco anche perché c'e' un crimine che il colono non riesce mai a perdonare nella terra che colonizza - il suo clima e la sua geografia alieni, la sua recalcitrante diversità, la stranezza dei suoi abitanti; in breve, ciò che non perdona e' la cruda verità di essere altrove. Nella coscienza del colono, la condiscendenza si trasforma quindi in ripugnanza.

La società coloniale israeliana, specie il suo settore europeo, ashkenazita, specie quell'Israele che si definisce "il campo della pace", la "sinistra sionista" etc, e' basato sulla ripugnanza verso tutto quanto sia orientale o arabo. "Arabo" e' un termine abusato, che può essere applicato a tutto e tutti, incluso agli ebrei. Questa ripugnanza e' un tema unificante. Essa connette l'ultima intervista di Morris su Ha'aretz alla prima impressione di Jaffa da parte di Ben Gurion, nel 1905; la trovò deprimente e sporca.

In un altro articolo, pubblicato dal Tikkun Magazine, Morris incolpa "l'ultra-nazionalismo, il provincialismo, il fondamentalismo e l'oscurantismo" degli ebrei arabi d'Israele per lo stato pietoso del paese (sebbene Begin, Shamir, Rabin, Peres, Netanyahu, Barak, Sharon, e la maggior parte dei generali, dei leaders e degli opinionisti israeliani degli ultimi decenni siano tutti ebrei europei). Per Morris, tutto ciò che e' orientale e' corrotto ed ogni corruzione ha origini orientali.

Non c'e' dubbio dunque che egli si proclami un sionista di sinistra tradizionale. Non dice infatti nulla che non sia già stato detto da Davide Ben Gurion o Moshe Dayan. La ripugnanza per l'oriente e il desiderio di soggiogarlo con l'uso illimitato della forza e' l'essenza del sionismo.

La comprensione delle origini psicologiche-politiche di questa ripugnanza porta a delle interessanti osservazioni sul truismo che ricorre nel discorso di Morris (ed israeliano). Morris incolpa Arafat di pensare che Israele sia uno "stato crociato", un elemento alieno che sarà rigettato nel porto da cui e' partito. Questo e' un ritornello comune della propaganda israeliana. E' probabilmente vero. Ma non e' colpa di Arafat che Morris sia uno straniero in Medio Oriente. Perché Arafat non dovrebbe credere che Israele sia uno stato crociato quando e' lo stesso Morris a dirlo? "Siamo la vulnerabile estensione dell'Europa in questo luogo, esattamente come i crociati".

E' Morris - come la gran parte dell'elite d'Israele - che insiste di essere uno straniero, che prova ripugnanza per il Medio Oriente e che sogna l'Europa coperta di bruma, purificata e deificata dalla distanza. Se Israele e' uno stato crociato, e dunque uno stato con radici poco profonde, pronto a fare i bagagli e scomparire, non e' colpa di chi fa questa osservazione. E' colpa di quegli israeliani che, come Morris, non vogliono avere niente a che fare con il Medio Oriente.

Morris e' profondamente pessimista sul futuro; questo sentimento e' molto attraente in Israele. La fine di Israele e' sentita molto vicina, nascosta dietro ogni sviluppo, dal tasso di natalità degli arabi alla costituzione della Corte Internazionale di Giustizia. Naturalmente, ogni richiesta palestinese e' percepita come una minaccia da Giudizio Universale. Il senso di precarietà esistenziale può essere ricondotto al 1948; e' stato incoraggiato da successivi governi israeliani poiché esso giustificava la continua violenza dello stato e l'egemonia del complesso militare. E può in seguito diventare una profezia auto-realizzatasi.

Ma il timore esistenziale diventa sempre più profondo. Esso ha le sue radici nella consapevolezza repressa (che Morris articola e cerca di nascondere al tempo stesso) dell'inerente illegittimità del sistema politico e dell'identità di Israele. "Israele" e' forza bruta. Nelle parole di Morris: "La conclusione finale e' che la forza e' l'unica cosa che ci farà accettare da loro". Ma la forza bruta e' precaria. Il tempo la rosicchia. La fatica la corrode. E più viene usata, più distrugge l'accettazione e la legittimità che cerca.

Per Israele, la questione fondamentale del futuro e' dunque se Israele possa trascendere il colonialismo. La prognosi non e' positiva. In un articolo del Guardian, Morris spiega che accettare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi significherebbe forzare all'esilio gli ebrei israeliani. Ma perché gli ebrei dovrebbero lasciare Israele, se questo diventasse uno stato bi-nazionale, democratico? Non si può comprendere ciò se non attraverso l'attenzione verso la ripugnanza colonialista per il Medio Oriente che Morris esprime così eloquentemente.

Prendendo in considerazione ciò, temo che Morris abbia ragione. Molti ebrei israeliani, specie ebrei europei che possiedono passaporti alternativi, preferiranno emigrare piuttosto che vivere in uguaglianza con i nativi palestinesi in uno stato bi-nazionale. Ci rifacciamo ancora una volta a Frantz Fanon per osservare che "I coloni, nel momento stesso in cui scompare il contesto coloniale, non hanno più interesse nel rimanere e nel co-esistere".



Gabriel Ash e' nato in Romania e cresciuto in Israele. Scrive articoli impassibilmente "pes-timisti" perché ritiene che, a volte, la penna sia più potente della spada, e a volte no. Vive negli Stati Uniti.
L'articolo e' apparso su YellowTimes.org

traduzione a cura di www.arabcomint.com