....la volpe

“No grazie, resto al mio posto”. Sintetizza così Marco Follini, in conferenza stampa alla Camera, la scelta di rifiutare le offerte di Berlusconi chiamandosi fuori dal rimpastino che si profila. Nessun ministero e dunque nessuna esplicita complicità con l’esecutivo. Inamovibile per scelta, Follini, forse perché la sua linea di fronda e di governo ha bisogno di spazi neutri dove esplicarsi.
O perché davvero la verifica si sta chiudendo con un tenue rimescolamento di ranghi che è meglio alla fine incoraggiare causa logoramento.
Il segretario dell’Udc l’ha ribadito ieri sera al premier, in una cena che dovrebbe sancire la tregua. Fonti autorevoli danno comunque per vicinissimo l’annuncio del cambio in corsa: due paginette in cui Palazzo Chigi avverte della staffetta in alcuni dicasteri guidati da Alleanza nazionale e Forza Italia.

La decisione di Follini sarà pure figlia della circostanza, ma non è estranea all’intransigenza con cui il segretario ha condotto il suo partito in una splendid isolation all’interno della maggioranza. Al punto da lasciarsi alle spalle l’asse con Fini e rinnovare il gelo con Casini, l’altro dioscuro del democristianesimo senza Dc.
A nessuno è sfuggito il modo inusuale con cui, venerdì, dopo che
Follini aveva disertato il verticino di prima mattina, il presidente della Camera è intervenuto con un colloquio pomeridiano a Palazzo Chigi. Per poi bissare domenica, quando ha ammesso di seguire la verifica da “testimone preoccupato”, riservando a Follini un elogio di prammatica ma rifiutandosi di giudicare il suo contegno nella trattativa con gli alleati.
E’ anche noto che, ultimo in ordine di tempo, l’attrito tra Follini e Casini sull’ipotesi di una lista unica del Polo per le europee non è affatto risolto. Con il secondo pronto a mediare in pubblico ma riservatamente favorevole alla proposta di Berlusconi. (Riservatamente oggi, ma a fine dicembre un assenso esplicito gli era già scappato). E il primo a ribadire la difesa dell’identità politica ed elettorale dell’Udc.
Del resto Follini non fa che interpretare al meglio il ruolo a cui Casini l’ha consegnato all’indomani del successo alle politiche del 2001. Già costretto a guadagnarsi un seggio alla Camera in un collegio pugliese tutt’altro che blindato (il 21°, Bari-Mola di Bari), è uscito presto dal totoministri della prima ora e si è trovato in solitudine a presidiare l’Udc.
Mentre due casiniani di provata fede come Buttiglione e Giovanardi entravano nell’esecutivo guadagnando le Politiche comunitarie e i Rapporti col Parlamento.
Da allora, in omaggio al vecchio cerimoniale democristiano, i due hanno continuato a scambiarsi tra le otto e le dieci telefonate al giorno, accomunati dall’anagrafe (cinquant’anni a settembre Follini, uno in meno Casini), nella stessa nidiata con Tabacci e Castagnetti, eppure divisi dallo stesso obiettivo: disegnare il dopo-Berlusconi.
Lo schivo Follini per una volta è uscito allo scoperto, e nel recente libro-intervista con Paolo Franchi del Corriere della Sera (“Intervista sui moderati”, Laterza) ha lasciato intendere che non c’è nulla di male a immaginare una successione al Cav. Ma intanto Casini, educato e criptico come ogni allievo di Forlani, più che teorizzare il regicidio si muove per realizzarlo a proprio vantaggio. E lo fa con l’autorevolezza del suo ruolo istituzionale.

E se fossero invece d’accordo?
Di là dall’autocrazia di Casini e dagli sbuffi di Follini, nel centrodestra c’è chi giura che sia tutta una finta, e si proclama convinto che “il figlioccio di Moro e Zaccagnini fa il piromane e incendia il bosco perché il collega doroteo possa vestire i panni del capo della protezione civile”. L’interpretazione però non convince Paolo Franchi, che conosce Follini “da quando aveva 14 anni” e dice al Foglio: “Da lui non ho mai avuto grandi rivelazioni – il nostro, direbbe Totò, è un rapporto ‘senza nulla a pretendere’ - ma non credo che lui e Casini si prestino al gioco del poliziotto buono/poliziotto cattivo”. Allora una divaricazione c’è.
“La difficoltà si nota soprattutto sulla lista unica –per Follini una jattura – ma in mancanza di esternazioni dirette mi chiedo solo quanto possa tenere la durezza di Follini: per ottenere cosa?”.

Non un ministero.
Con Gasparri che insiste nel mettere a disposizione degli alleati, all’occorrenza, il suo posto di ministro delle Comunicazioni, si poteva sospettare il colpo di teatro. Passa la sua legge, lui evita di morirne e corre verso l’agognata Difesa. In cambio, con l’avallo del premier, gli succede Follini che in materia di tv vanta più esperienza. Per Franchi, sarebbe stata “una soluzione troppo intelligente”. Da ieri, se non è detto che Gasparri non riesca a liberarsi del suo scomodo ruolo, è quasi certo che Follini rimarrà corteggiato e inafferrabile.

su il Foglio di martedì 10 febbraio

saluti