La foresta pluviale della Repubblica democratica del Congo (ex Zaire) è la seconda al mondo per estensione, dopo l'Amazzonia. Sono 1,3 milioni di chilometri quadrati, due volte la Francia, dove abitano 35 milioni di persone. Questa foresta svolge anche un ruolo fondamentale per la stabilizzazione del clima e l'assorbimento dell'anidride carbonica. Ora un progetto della Banca mondiale e della Fao propone e organizza lo sfruttamento intensivo del suo legname, prevedendo una crescita del taglio di 60 volte rispetto ai livelli attuali. E' una di quelle proposte «a fin di bene» con cui le organizzazioni internazionali pensano di aiutare la ripresa del paese, piegato da anni di guerre, guerriglie e devastazioni. L'idea di fondo è che l'economia del paese abbia bisogno di una spinta rapida, un kick-off, e che un piano razionale di sfruttamento della foresta sia la strada migliore per portare benefici generalizzati all'intera popolazione. Per farlo queste organizzazioni hanno steso con il governo provvisorio un nuovo «Forest Code» e chiesto la promulgazione di una serie di leggi cornice che dovrebbero regolare il settore, tenendo conto sia delle esigenze dell'economia che di quelle dello sviluppo civile e di tutela dell'ambiente. Il primo passo, appena accennato, è stato quello di revocare le precedenti concessioni di taglio e comunque alzare i canoni richiesti. L'idea è di combattere il taglio illegale, tuttora largamente praticato, e la corruzione.
Apparentemente sembrerebbe un approccio sensato: si accetta un sacrificio (il taglio intensivo di quote importanti di una foresta patrimonio dell'umanità), in vista di un beneficio per il paese. Ma questa scelta è duramente criticata dalla Rainforest Foundation inglese (www.rainforestfoundationuk.org) che insieme a un centinaio di organizzazioni no-profit del paese ha scritto una pubblica lettera alla Banca mondiale chiedendo uno stop al progetto, che dovrebbe invece diventare operativo nei prossimi mesi. Pressioni sono in corso anche presso il governo inglese e le stesse Nazioni unite. La fondazione venne creata nel 1989 dal musicista Sting e da sua moglie Trudie Styler per contrastare la continua violazione dei diritti dei popoli indigeni e la distruzione delle foreste in cui vivono.
Una prima critica si riferisce alla segretezza con cui l'intero progetto è stato steso: solo ricorrendo a fonti interne e a documenti riservati le organizzazioni hanno potuto conoscere l'estensione e il calendario. E' il tipico modo di fare delle grandi organizzazioni, che in ogni loro documento parlano della necessità di consultare e coinvolgere le popolazioni locali ma nella pratica se ne dimenticano volentieri: un vizio concettuale e tipicamente occidentale, un atteggiamento da missionari che pensano di sapere loro, con le loro tabelle e proiezioni, cosa sia buono e utile per gli altri. Se poi questi sono Bantu o pigmei, privi di voce e di rappresentanza, chi se ne importa? Noi lo facciamo per il loro bene.
Dichiara Simon Counsell, della Rainforest Foundation: «La Banca mondiale deve applicare strettamente le sue regole di salvaguardia ambientale e sociale e rispettare pienamente le leggi internazionali, per evitare un'ondata di distruzione delle foreste del Congo». Aggiunge Joseph Bobia, portavoce dell'organizzazione congolese per lo sviluppo Cenadep: «Non c'è stata alcuna seria consultazione con la società civile sulla nuova legge sulla forestazione o sulla zonizzazione delle terre». Oltre a tutto qualche lezione dal passato andrebbe tratta: nel Camerun, negli anni scorsi, progetti del genere non hanno portato alcun beneficio alle popolazioni locali, che sono rimaste le più povere tra i poveri: infatti sono stranieri i capitali, così come lo sono i tecnici e parte della manodopera impiegata; gli abitanti preesistenti sono stati spostati, allontanati e comunque privati dell'accesso alle risorse naturali del territorio che fino ad allora avevano assicurato almeno una magra sopravvivenza. Il reddito medio della Repubblica democratica del Congo è di 90 dollari all'anno, il che colloca questo paese nella fascia più povera del mondo.
Franco Carlini
Il Manifesto 14 02 04




Rispondi Citando