....politico-giudiziari
Deputato garantista del Pds; arrestato e subito scaricato.
E’una luna piena quella che nella notte tra il 14 e il 15 giugno 1995 illumina il lungo e movimentato inseguimento di un motoscafo sospetto intercettato al largo del porto di Brindisi. Con brusche virate, tre uomini manovrano per oltre un’ora, allo scopo di sottrarsi ai natanti della capitaneria di porto. Sono armati e non hanno alcuna intenzione di arrendersi. Da un elicottero leggero della polizia – a bordo vi sono il questore Francesco Forleo e dirigenti della Squadra mobile – vengono fatti esplodere, a scopo intimidatorio, diversi colpi di pistola e alcune raffiche di mitra. Una di queste colpisce alla testa il contrabbandiere Vito Ferrarese. Termina così in tragedia un’operazione notturna di pattugliamento che si inserisce nel più ampio contesto della lotta alla criminalità organizzata a Brindisi e dintorni.
Negli ultimi tempi la città è divenuta infatti lo snodo principale di traffici illeciti provenienti dal Montenegro (contrabbando di armi, tabacchi e stupefacenti) e dall’Albania (trasporto di clandestini e avviamento forzato alla prostituzione). Relazioni sempre più allarmate della Commissione antimafia hanno ormai certificato il tumultuoso sviluppo della Sacra corona unita, che in larga parte trae alimento dall’omertà e dalla connivenza dei cittadini. La situazione appare a tal punto critica da costringere lo Stato all’invio di reparti dell’esercito nel difficile tentativo di ripristinare l’ordine e la sicurezza nella zona.
“Becero pistolero”, disse il pm Baffa
Per quella morte accidentale Francesco Forleo, nominato da pochi mesi questore di Milano, viene arrestato tre anni dopo, il 23 novembre 1998. L’accusa è di omicidio volontario. Nelle ventisette pagine del mandato di cattura, il giudice di Lecce Pietro Baffa lo definisce “un becero pistolero, un irresponsabile esaltato” disposto a tutto pur di far carriera, un traditore della divisa.
Non ha dubbi che sia stato lui a colpire a morte Ferrarese dopo essersi esercitato in un micidiale tiro a segno contro gente disarmata e in fuga, incitando gli altri poliziotti a seguire il suo esempio. Il magistrato sostiene addirittura che – a cadavere appena rinvenuto –Forleo abbia costretto i suoi collaboratori a depistare l’inchiesta, nascondendo una mitraglietta nella cabina del motoscafo. Il questore sarebbe stato mosso da “bieche finalità, dall’acquisizione di meriti e prestigio professionale”, puntando “al raggiungimento di un potere carismatico e anche economico”.
Curiosamente, Baffa preferisce non menzionare la normativa che disciplina le azioni di polizia contro i mezzi dei contrabbandieri. Forse perché l’articolo 3 della legge n. 100 del 1958 parla chiaro: “L’uso delle armi non è vietato contro gli autoveicoli e gli altri mezzi di trasporto veloci quando i conducenti non ottemperino all’intimazione di fermo e i militari non abbiano la possibilità di raggiungerli”.
Deputato indipendente del Pci-Pds dal 1987 al giugno 1994, al momento dell’arresto Forleo viene sostanzialmente abbandonato dai colleghi e dai suoi stessi compagni di partito.
Solo Emanuele Macaluso, Massimo Cacciari, Stefano Passigli e pochissimi altri decidono di esprimergli pubblicamente la loro solidarietà. Nel libro amaro e intenso che ha scritto sul suo calvario giudiziario e personale (“Plenilunio con pistola”, Rubbettino editore), l’ex questore tenta di dare una spiegazione plausibile del comportamento tenuto allora ai piani alti di via delle Botteghe Oscure:
“Il mio incontro con il Partito comunista non fu indolore e con il passare del tempo è rimasto tale. Da quel giorno diventai nemico fra gli amici senza essere amico fra i nemici”. Non v’è dubbio che ad alienargli molte simpatie sia stata la sua indipendenza di pensiero sui delicatissimi temi della sicurezza e della giustizia. Animatore della (allora) minoritaria corrente riformista, fautore convinto della necessità di un’unità a sinistra col Psi di Bettino Craxi, Forleo non sempre aveva rispettato la disciplina di voto all’interno del gruppo. Era stato l’unico dei suoi a non votare per l’istituzione dell’Alto commissario antimafia e a favore dell’impeachement al presidente Francesco Cossiga.
E in polemica con la logica giustizialista preponderante nel partito era uscito dall’aula per non sostenere l’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dell’Interno Antonio Gava.
“Non volevo che il Parlamento divenisse un tribunale del popolo. Allora andavano di moda le manette facili, gli arresti eclatanti, gli avvisi di garanzia che diventavano tout court condanne. I compagni mi consideravano politicamente inaffidabile perché non partecipavo con entusiasmo alla rivoluzione di Mani Pulite. Ma la mia scelta di fare politica non poteva, per quanto grande potesse essere la mia vicinanza alla classe operaia, diventare una scelta di parte. Più d’ogni cosa mi sentivo e mi sento un servitore dello Stato”.
L’arresto di Forleo segue di poco l’incriminazione di diversi suoi ex colleghi della questura di Brindisi, accusati di aver effettuato
“anomale” operazioni di polizia, in particolare nell’occasione della cattura di un pericoloso latitante rifugiatosi in Montenegro. Si comprende così come l’ex questore venga subito indicato dai media come il “capo della polizia deviata”.
E il silenzio imbarazzato dell’amministrazione serve solo a dare
maggior risalto ai contenuti dell’intervista che il brindisino Antonio
Bargone, sottosegretario ai Lavori pubblici del governo D’Alema, decide di rilasciare al Corriere della Sera pochi giorni dopo dal lontano Canada:“Vito Ferrarese era una persona mite, incapace di fare del male a una mosca, un brav’uomo che si trovò a fare il contrabbandiere per sostenere la famiglia”.
Forleo e l’ispettore Pasquale Filomena (l’ex capo della squadra catturandi arrestato con altri funzionari per aver “deviato” la Squadra mobile di Brindisi, e insieme a questi nell’agosto 2000 prosciolto da ogni accusa dal gip Vito Rubino)? “Molte volte hanno cercato di farmi la festa. Quella era gente molto spregiudicata. Ne hanno fatte di tutti i colori: erano capaci di infilare bustine di droga sulle auto di loro avversari. Quel gruppo agiva come un clan che puntava a far fuori i suoi nemici e io ero un loro nemico giurato. Si erano alleati con la Sacra corona unita: loro sapevano che potevo scoprirli. E continuamente mi mandavano segnali. Si sono adoperati per fami perdere le elezioni: aizzarono tra i contrabbandieri una campagna contro di me. Lo slogan elettorale era: “Vi farà arrestare tutti”. E siccome i contrabbandieri votano… Mi spiace per Franco, lui ha un caratteraccio. I nostri rapporti erano buoni, poi non fu più ricandidato e… Voleva continuare a fare politica, pensava che potessi intervenire su D’Alema. Ma io non potei far nulla e lui inveì più volte: mi avete fatto fuori, mi diceva. Quando arrivò a Brindisi come questore non ci incontrammo mai. Né un pranzo né una cena insieme”.
Bargone è spregiudicato, forse condizionato dal terrore di restare coinvolto nella stagione dei veleni della questura brindisina.
Ma in quei giorni non è certo l’unico a linciare Forleo. Sull’Unità Gianni Cipriani e Giorgio Sgherri si inventano addirittura una notizia, sostenendo che “era stato ascoltato in gran segreto una settimana prima negli uffici della questura di Firenze.
Ma, evidentemente, il contenuto dell’interrogatorio non è stato ritenuto sufficiente per rinunciare all’arresto”. E mentre Giorgio Bocca scrive su Repubblica del “doppio volto del poliziotto rosso”, Giuseppe D’Avanzo così commenta sul Corsera l’arresto del vecchio amico: “Abbandonati al loro destino su una frontiera in fiamme, spesso isolati dall’opinione pubblica e dall’interesse nazionale, questi uomini cedono alla tentazione di scegliere procedure di guerra, dimentichi che il conflitto senza regole serve ai banditi e non ai difensori della legge. E’ quel che è accaduto – forse – a un uomo come Francesco Forleo, fino a ieri un cittadino al di sopra di ogni sospetto”.
Nel frattempo, rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea a Roma, il poliziotto vive giorni schizofrenici. Impotente, assiste sgomento alla vivisezione mediatica della sua immagine. E dalla disperazione di quelle giornate in cella riesce a salvarsi solo grazie alla necessità di rispondere per iscritto ai telegrammi e alle lettere di solidarietà dei cittadini e dei colleghi che in tanti anni ne hanno potuto apprezzare la sensibilità sociale e le indubbie capacità professionali.
Non così il giudice Baffa, che per due volte si rifiuta di concedergli l’istanza di scarcerazione o quantomeno la misura degli arresti domiciliari. Sono passati ormai tre anni da quella notte ma evidentemente ritiene ancora troppo alto il rischio di
un inquinamento delle prove.
A preoccuparlo sembra soprattutto la “pericolosità sociale” dell’ex
questore di Brindisi, Firenze e Milano: medaglia d’oro al valor civile, protagonista indiscusso della storica battaglia per la
smilitarizzazione delle forze di polizia (dopo averlo fondato, è stato per diversi anni segretario nazionale del Siulp), da sempre restio – anche durante gli anni del terrorismo ll’utilizzo facile delle armi.
Durante gli interrogatori Forleo si ostina a dichiarare di aver visto scomparire in mare tutti i colpi esplosi dalla sua pistola. Niente da fare. Il magistrato gli oppone certezze incrollabili e arriva a contestatagli la stessa presenza a bordo dell’elicottero: perché il questore quella notte aveva deciso di partecipare all’azione repressiva? “Ma io sono sempre stato letteralmente accanto ad agenti e graduati”, protesta il detenuto. “Li ho sempre sentiti colleghi, senza distinzione di grado e di ruolo. Mi domando in quale paese viviamo. Se un poliziotto che fa il suo lavoro nel rispetto della legge finisce alla sbarra, chi mai oserà assumersi le sue responsabilità?”.
Il grottesco delle prove
Sarà il Tribunale della libertà ad accogliere infine, il 21 dicembre 1998, il ricorso presentato dai suoi legali. Da quel giorno Francesco Forleo inizia la sua carriera di imputato (“una parola alla quale non sono mai riuscito ad abituarmi”) in un processo che, dopo i clamori delle prime settimane, non sembra più interessare a nessuno.
Eppure le udienze nell’aula Metrangolo di Bari, iniziate il 5 luglio 1999, vivranno momenti grotteschi. L’ex ispettore di polizia Francesco Poci lo accusa di avere fatto costruire una personale armeria segreta, ricavandola dall’androne della caserma in cui era alloggiato: peccato che dal lontano Duecento l’immobile non abbia
mai subìto rimaneggiamenti.
La Corte ascolta anche le testimonianze di due pentiti, il contrabbandiere Salvatore Massaro e l’estorsore cocainomane Francesco De Fazio. Quest’ultimo – soprannominato Farfallone
per la sua comprovata inattendibilità sostiene di aver ricevuto dall’imputato l’ordine di compiere attentati dinamitardi in tutto il paese, addirittura contro Massimo D’Alema. Quando viene chiamato a deporre il generale dell’esercito in pensione Aldo Piccinno, autore della perizia balistica sul proiettile che ha ucciso Ferrarese, si scopre invece che questi non solo si è tenuto in casa per anni il prezioso reperto (consegnandone alle autorità investigative solo l’ogiva) ma soprattutto che va descrivendo in udienza pistole del tutto diverse da quelle in uso ai funzionari di polizia. Una nuova perizia, disposta dalla Corte di Assise ed effettuata dai carabinieri del Cis di Roma, potrà così stabilire con assoluta certezza – ad “appena” due anni e mezzo dall’inizio del processo che il colpo mortale non è mai partito dalla pistola di Forleo ma da un mitra in uso al dirigente della Squadra mobile Pietro Antonacci.
Il falso verbale del vice
Tutto finito? Niente affatto. La logica e il buon senso spesso fanno a pugni con la giustizia italiana. Invece di scagionare completamente l’ex questore, l’accusa si è limitata a modificargli il capo di imputazione: concorso doloso in omicidio volontario con ignoti. In caso di condanna rischia almeno ventuno anni di carcere. Anche se il “becero pistolero” non ha ucciso, va comunque giudicato a parte per il concorso morale in un omicidio volontario tutto da dimostrare e che ancora oggi resta a carico di un ignoto.
Nell’udienza dello scorso 29 gennaio il processo ha registrato un nuovo, clamoroso colpo di scena. La dottoressa Cosima Bernardi della questura di Brindisi non ha infatti riconosciuto come sua la firma in calce al verbale della riunione della commissione chiamata a dare atto dell’utilizzo dell’arma dell’allora vice capo della Squadra mobile Giorgio Oliva.
Si è così scoperto che il grande accusatore di Forleo – presente anch’egli quella notte sull’elicottero e quindi coimputato nel processo aveva preconfezionato un falso verbale di scarico delle munizioni dalla sua pistola.
“Oliva ha più volte dichiarato che il mio assistito lo costrinse a mentire e ad addossarsi la responsabilità di quanto accaduto”, ha commentato l’avvocato di Forleo, Marcello Petrelli.
“Oggi emerge invece che tutta la questione relativa alla sua arma è falsa e che, se opera di falsificazione ci fu, questa venne fatta alle spalle e all’insaputa dell’ex questore. Questo documento giaceva negli atti sino dall’apertura del dibattimento e solo oggi, dopo aver ascoltato il teste, abbiamo potuto ottenere che la documentazione venisse trasmessa dalla Corte alla procura di Brindisi”.
Comunque sia, anche questo nuovo tassello di verità non sembra sufficiente a chiudere la vicenda. l’imputato Francesco Forleo si rassegni: il suo processo deve continuare a procedere con lentezza, a singhiozzi e dimenticato dai media. Non importa se dalla fine del 1998 la sua vita sgocciola per inerzia, restando come sospesa nell’attesa di un verdetto. “Un processo che dura cinque anni è già una condanna”, commenta rassegnato. “A questo punto anche una sentenza di assoluzione sarebbe ben magra consolazione”. Impossibile dargli torto.
Vittorio Pezzuto su iol Foglio di giovedì 12 febbraio
avanti tutta con la grazia a Sofri
saluti




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