di nuovo sul ring. Indirettamente, per ora. L'uno patrocina la lista unitaria dell'Ulivo ma non si candiderà alle elezioni europee e resterà a Bruxelles fino all'ultimo giorno, naturalmente non pensando neanche per un solo istante a dimettersi dalla presidenza della Commissione come la destra italiana gli chiede ogni quarto d'ora. L'altro non riesce a mettere tutti gli alleati dentro la stessa Casa e pertanto si batterà per la sola Forza Italia: non ha ancora deciso se candidarsi - anche perché sarebbe insolito, per un premier nazionale, farsi eleggere al parlamento europeo -, ma è praticamente certo che lo farà.
Più diversi di così, i due Campioni non potrebbero essere. Si sono affrontati fino all'ultimo voto sul ring delle elezioni politiche del '96, quando la partita fu vinta da Prodi, e fu durissima per entrambi. Ma la sofferenza maggiore debbono averla provata durante l'ultimo semestre di presidenza italiana della Ue. Stare gomito a gomito facendo (malamente) finta di andare d'accordo dev'essere stato uno strazio per entrambi. Non si sopportano fisicamente, e non provano nemmeno quella simpatia segreta che sempre lega due acerrimi nemici. Non condividono nulla l'uno dell'altro e probabilmente non si invidiano niente. Il Miliardario e il Professore, l'uno imbattibile istrione delle tv e di ogni palcoscenico, l'altro così refrattario di fronte ad una telecamera da trasformare il difetto nella cifra del perfetto militante antiberlusconiano. L'uno di casa nei salotti buoni della finanza, dell'industria, dell'università; l'altro con il complesso del parvenu, dell'«homo novus» così a lungo tenuto fuori della porta del salotto che, quando gli è stato dischiuso uno spiraglio, è entrato di colpo, si è comprato tutto l'appartamento, anzi l'intero palazzo e ha relegato gli ex proprietari in cucina.
Tutti e due hanno governato, tutti e due sono stati all'opposizione. Entrambi debbono combattere con alleati riottosi e litigiosi. Ma l'uno ne ha legato la gran parte al proprio destino, sollevandoli dal coma in cui erano caduti dopo la sconfitta del 2001; l'altro non è riuscito a chiudere una verifica la cui attuale vaghezza finirà per trasformare la corsa elettorale di giugno in una guerra fratricida. E questa è la prima asimmetria tra i due Campioni.
L'altra è che Berlusconi esce da tre anni di governo in cui l'economia è andata male e i ministri hanno fatto a boxe con una serie infinita di categorie sociali (persino la Confindustria di Antonio D'Amato ogni tanto borbotta) e così adesso, del governo, il premier sente più la fatica che la gloria. Prodi, invece, a Bruxelles si è rinfrancato e ha lucidato la propria immagine internazionale: è sempre stato presente in Italia, ma nel modo più conveniente per lui, quello del leader invocato ma lontano («Tornasse…»). Oltretutto, i mugugni dei compatrioti di quando dovettero pagare «la tassa per l'Europa» sono ormai lontani. E questa è la seconda asimmetria.
Il Professore e il Cavaliere rappresentano due Italie che, come i loro Campioni, non si sopportano. Capeggiano due schieramenti che temono il peggio dell'avversario. Entrambi hanno promesso in passato e promettono anche oggi di far piazza pulita delle nefandezze altrui. Allo stato attuale si sono aggiudicati una partita ciascuno: insomma, hanno pareggiato. Chi s'aggiudica la rinvincita, a giugno e poi nel 2006, incarterà l'Italia per i prossimi dieci anni.
Andrea Ferrari




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