Bianco, vecchio cuore Dc....
...elogia Rutelli ma non va al Congresso
Roma. Gerardo Bianco mette nelle mani di sant’Alfonso Maria de’ Liguori il congresso della Margherita che si apre oggi.
“E’ il santo della comprensione e dell’indulgenza, sarà indulgente pure con la Margherita”, dice.
Per il resto, l’ex segretario del Ppi a Rimini non ci sarà. Francesco Rutelli è andato personalmente a invitarlo, ma lui spiega: “Non è il mio posto… la Margherita non è il mio posto”.
Democristiano storico (e incorreggibile), proprio a Rutelli Bianco riconosce i meriti maggiori: “Ha fatto un grosso sforzo per inserire qualcosa di più sostanzioso nella cultura un po’ insipida del partito, al quale hanno tolto ogni sapore, come un prodotto geneticamente modificato. Ma attenti: in politica i prodotti geneticamente modificati non funzionano. Bisogna zappare, seminare, concimare…”.
E qui sta un altro aspetto curioso della curiosa mistura che ha dato vita al partito rutelliano: un democristiano al cubo che se qualcuno deve lodare – proprio per la pratica di quelle virtù e di quei valori del Biancofiore – loda l’antico leader radicale. Ben più coraggioso e ben più determinato, fa intendere, di tanti “amici” che nello scudocrociato sono stati per anni.
“Rutelli ha fatto molti sforzi in questo senso – dice Bianco – anche se lo trattengono per la giacca”. Chi? “Quelli che pensano alla lista Prodi, ipotesi che mi lascia molto perplesso. Del resto, continuo a essere perplesso pure sulla Margherita”.
Parisi e gli altri? “Più che a un partito pensano a un seguito, alla Margherita come a una specie di zatterone di passaggio dove uno si colloca per approdare altrove. Un ulteriore elemento di confusione per il partito, che non è ancora riuscito a darsi un ruolo e un’identità”.
Un sospiro: “Io sono stato un sostenitore accanito di Prodi, e per questo mi sono scontrato pure con Franco Marini. Prodi è essenziale, i seguaci invece fanno sempre pessimi servizi”. Rutelli, paradossalmente, come il più democristiano di tutti? “Incarna un filone, un metodo, una scelta. Sulla politica estera, per esempio. Lo stesso in vicende come quella sulla fecondazione, dopo l’unico a parlare chiaro, oltre a me e a Fioroni, è stato proprio Rutelli, che alla fine si è mostrato il più vicino alla nostra cultura. Gli altri si sono eclissati, nascosti, impegnati nella tutela delle alleanze. Sono rimasti fermi alla metodologia, si preoccupavano della libertà di voto. Rutelli si è esposto, e per questo è stato anche contestato all’interno del partito”.
Sta dicendo che parecchi degli ex democristiani nella Margherita mostrano pavidità politica? “Diciamo un eccesso di prudenza. Più preoccupati delle alleanze che della sostanza. Ma un’alleanza non si fa nascondendo se stessi. Per quanto riguarda i Ds, ad esempio, il guaio è che in loro si sono insinuati virus radicali. Si è visto sulla questione della fecondazione: le loro, erano tesi che esprimevano un radicalismo classico”.
Meglio i vecchi comunisti di un tempo? “Almeno i comunisti di una volta avevano delle concezioni etiche più vicine alle nostre”. Sostiene Gerardo Bianco che tante, troppe differenze nella lista unica sono venute fuori non solo sulla fecondazione, ma pure sulle pensioni, pure –ed è faccenda delle ultime ore – sulla politica estera.
“E’ apparso chiaro con la storia della nostra missione in Iraq. E’ stata la cartina di tornasole. Si è cercato di coprire con modalità procedurali diversità di vedute che attraversano la coalizione. Il congresso chiarirà questi aspetti? Io lo spero davvero, ma non credo”.
Quindi non andrà al congresso.
“No, non vado. Ritengo di non poter dare nessun contributo. Faccio parte del gruppo parlamentare della Margherita, ma non sono iscritto alla Margherita. Ci sono entrato come popolare, e tale rimango. Diciamo: popolare e per l’Ulivo, ma quello classico”. Anche se i popolari… Altro sospiro:
“Rutelli al congresso mi ha invitato. Altri, alla cena organizzata la scorsa settimana per tutti i deputati popolari, non lo hanno fatto”.
Perché? “Sarà che non appartengo a qualche scuderia, a nessun gruppo. Magari invitavano per correnti…”.
E quindi, questo fine settimana, Bianco andrà a Napoli, a un convegno. Su sant’Alfonso? “No, ma troverò il modo di citarlo”.
saluti
Re: Tutti hanno amici....
Citazione:
In origine postato da mustang
...delinquenti
saluti
Queste cose le affermano, in mondovisione, gli amici degli amici.
Tipo il Tony, l'Adriano e la Ventura.
Cosa Vostra.
CANTANDO SOTTO LA MAFIA
Corrado Stajano
Ma sa davvero che cosa è la mafia chi ne parla divertito, motteggia, ride, scherza? Sa che cosa significa l’odore del sangue e della morte che in certi anni, decenni, ha pesato come una nuvola nera su Palermo, città d’Italia e d’Europa dove sono stati assassinati tutti gli uomini dello Stato e delle istituzioni, il presidente della Regione, il prefetto, i magistrati, i commissari di polizia, gli ufficiali dei carabinieri, i medici legali, il procuratore della Repubblica, il Consigliere istruttore.
Senza contare i mafiosi, migliaia, che sono anch’essi uomini e dei quali uno Stato di diritto non può cavarsela dicendo: «Che si ammazzino tra loro».
E non ci sono soltanto i morti di Cosa nostra a Palermo. C’è lo snaturamento del vivere civile, c’è l’accettazione di un costume corrotto ritenuto normale. Disse una volta Giovanni Falcone: «Bisogna tener conto del tessuto sociale sostanzialmente ambiguo di Palermo. Cosa nostra non è un bubbone, è la degenerazione a livello criminale di uno stato d’animo diffuso in tutti i ceti e in tutte le classi». Con soprassalti di speranza e di volontà di liberazione.
E il sostituto procuratore Antonio Ingroia, uno dei giudici ragazzini di Borsellino, che in vent’anni ne ha viste tante di nequizie e ne ha contati tanti di morti, parla oggi di Palermo con l’apparente freddezza che smaschera la passione. Qual è lo spirito della città? Stagnante. È lontana la stagione degli slanci, della febbre. I palermitani onesti si sono chiusi nelle case come in un guscio, si dedicano ai problemi personali e familiari. Altri, isolate avanguardie, pezzi della società civile, intellettuali, non hanno mollato. E le forze dell’ordine. Ma ci vuol altro per dar vita a un movimento di massa. La mafia approfitta del disincanto. Ha scelto la strategia della sommersione, più volte usata nel corso degli anni. Si mimetizza, non spara e così fa prosperare i suoi affari.
Anche perché quello della mafia è diventato un problema infinitamente lontano, i giornali non ne parlano, il marketing forse non gradisce. E per questo silenzio è parsa commovente e insieme angosciante la lettera inviata all’«Unità» da Elisabetta Caponnetto e da Salvatore Calleri della Fondazione Caponnetto, il magistrato che fino all’ultimo respiro si è battuto nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche per far capire quale mostro è la mafia. La lettera chiedeva di non dimenticare, di parlare della mafia. L’«Unità», l’ha fatto. Con un’intervista di Sandra Amurri a Pietro Grasso, il procuratore capo di Palermo e con un articolo di Vincenzo Vasile. Gli altri giornali? Tutti zitti.
Compiacenti, conniventi anzi con quell’«Anch’io ho amici criminali» di Celentano, in supporto a Tony Renis al Festival di Sanremo e con quel consimile grido della Donna Ideale 1988 (Simona Ventura) che ha usato tutta la sua finezza per dire: «E chi non ha amici criminali?».
Che paese è mai questo in cui si gioca in modo sinistro su un simile problema sanguinoso? E dove ci si permette di adontarsi perché l’«Economist» ironizza pubblicando con amara beffa una lettera finta firmata dal capomafia Provenzano, contento perché gli affari vanno bene, il governo ha depenalizzato il falso in bilancio e questo ha favorito il riciclaggio: Governo Berlusconi, grazie. Solo in apparenza la butta in ridere l’«Economist». È comica invece la reazione dei signorini di certi giornali punti sul vivo della loro italianità, come dicono. Siano più sobri. Dimostrino che le cose dette non sono vere. La satira giova alla mafia, ne sono convinti. Alla mafia giova piuttosto che i magistrati, come accade, siano offesi, screditati e che quella legge sul falso in bilancio resti in vigore. Non è questa la linea governativa, del resto? Ha detto o non ha detto il ministro Lunari che bisogna convivere con la mafia? E il presidente Berlusconi non tuonò dieci anni fa a Mosca contro i film sulla mafia che danneggiano l’immagine dell’Italia? «Signor presidente del Consiglio, disse durante un’audizione alla Commissione antimafia l’allora deputato Giuseppe Ayala, è la mafia che danneggia l’immagine dell’Italia, non i film».
A Palermo non esiste l’ordinaria amministrazione. Il 5-6 aprile i pubblici ministeri inizieranno le requisitorie contro Marcello Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza dovrebbe arrivare entro l’estate. Centinaia di testimoni, una quantità di prove assai superiore al processo Andreotti. Dell’Utri ammette certi rapporti: le intercettazioni sono come atti notarili. A carico del presidente della Regione Cuffaro sono in corso due indagini. Dopo Siino e Brusca sono scomparsi i «pentiti».
Proseguono i lavori per la revisione dello Statuto regionale. Nel preambolo si vuole inserire un articolo in cui si dice che la religione cattolica è la religione di tutti i siciliani. Qualcuno si ribella. «Segno», per esempio, un mensile intelligente diretto dal padre Nino Fasullo. La redazione ha diffuso una lettera aperta al presidente della Regione e ai deputati regionali: «Fate una cosa cristiana. Al posto del riferimento al cristianesimo (che non costa nulla ) introduce nello Statuto la frase (che costa molto): «La Sicilia ripudia la mafia e impegna le sue istituzioni a combatterla senza tregua. Sarebbe un evento di portata storica davvero cristiano. Il più alto segnale che potreste dare per la costruzione di una Sicilia nuova finalmente sulle vie della giustizia e della libertà».