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Discussione: Non c'è pace tra....

  1. #1
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    Predefinito Non c'è pace tra....

    ....gli ulivisti


    Roma. A via Nazionale, gli uomini di Piero Fassino dicono che “il no alla guerra non basta, il problema è che la guerra c’è già stata”. Così il centro-sinistra di prepara alla sua personale battaglia irachena, domani al Senato.
    E le strategie, nel campo dell’opposizione, variano moltissimo. Anzi, a volte sono in aperta contrapposizione.
    La lista unitaria continuerà a insistere con il governo, fino all’ultimo minuto, sulla proposta che Fassino ha definito dello “spacchettamento”: separare il decreto sulla missione in Iraq dagli altri. “I Ds – spiega al Foglio Marina Sereni, responsabile Esteri del partito – esprimerebbero un voto negativo sulla prima, mentre uno a favore sulle altre”.
    Ma un voto separato sembra ora difficilissimo.
    “Se non sarà possibile – aggiunge la Sereni – decideremo insieme ai gruppi della lista unitaria. Potremmo scegliere la strada dell’uscita dall’aula”.
    Che al momento appare come la probabile.
    In subordine c’è l’astensione (che però al Senato equivale al voto
    negativo). Una prospettiva che piace meno di niente agli altri
    dell’opposizione, che infatti per tutto il giorno hanno acceso fuochi minacciosi interni alla lista unitaria, visto che fin dalla mattina Fassino aveva fissato, con una battuta, la linea di demarcazione: “Irresponsabile venir via solo per salvarci l’anima”.
    La separazione tra i partiti della lista unitaria e gli altri alleati ulivisti (Udeur di Mastella a parte) è netta. Pressioni di ogni tipo, per convincere l’intero fronte delle opposizioni al no, sono in atto. Fassino, Rutelli e Boselli promettono di tenere duro. E per cominciare, ieri tutti assicuravano che non ci sarebbe stata una riunione dei parlamentari dell’intero Ulivo. “Non ci sono le condizioni – confidano al vertice dei Ds –evitiamo almeno un’assemblea lacerante”.

    “L’inizio dell’egemonia dei moderati”
    Abbastanza ovvio che le cose non sono del tutto tranquille anche tra i partiti del Triciclo. I ds fassiniani raccontano che alcuni esponenti del correntone non voteranno solo no, come del resto ha già preannunciato pure Cesare Salvi (“come potrei votare diversamente?”), ma “faranno anche un po’ di scena in aula”; nella Margherita nessuno sa ancora dire con certezza come si comporteranno cattolici come Rosy Bindi e Giovanni Bianchi o ambientalisti storici come Ermete Realacci. Da parte di tutti gli altri esponenti dell’opposizione, è stato un lungo bombardamento. A cominciare dalla neo-formazione di Achille Occhetto e Antonio Di Pietro.
    “Raccogliamo senza esitazione l’appello lanciato da Gino Strada, don Ciotti e padre Zanotelli perché si metta fine alla nostra
    presenza in Iraq nel quadro delle truppe di occupazione, anche attraverso la richiesta del ritiro immediato delle nostre truppe
    hanno scritto in una nota a quattro mani –. Ci impegniamo a respingere il rifinanziamento della missione irachena, rimanendo in aula a votare contro, senza espedienti e senza trucchi, come quello di uscire al momento del voto, che al Senato, come tutti sanno, equivale a un’astensione”.
    E 28 senatori che fanno parte del gruppo “Samarcanda” (ds del correntone, Verdi, rifondatori e cossuttiani) hanno già depositato a Palazzo Madama un ordine del giorno che dice no al rinnovo della missione e chiede il ritiro delle truppe. “Con questa iniziativa – dice Stefano Boco, capogruppo dei Verdi – metteremo fuori gioco quanti nel centro-sinistra si accingono a un anonimo voto di astensione”. Per Marco Rizzo, del Pdci, la posizione espressa da Fassino “è solo l’inizio dell’egemonia dei moderati nella lista unica e il dissolvimento di ciò che resta della sinistra”. Il capogruppo di Rifondazione al Senato, Gigi Malabarba, addirittura esorta: “I rappresentanti del listone si astengano per coerenza dal partecipare alle manifestazioni pacifiste, in particolare quella mondiale del 20 marzo”.
    Interviene Fausto Bertinotti: “La separazione di una parte delle opposizioni dalle domande del popolo della pace sarebbe un fattore troppo grave di crisi nel processo di costituzione di un’alternativa al governo delle destre”. E il verde Paolo Cento:
    “Sarebbe un atto di grave rottura, e confermerebbe il segno moderato dell’operazione della lista unitaria”.
    Della faccenda, i Ds discuteranno oggi nella riunione di segreteria.
    Mentre quelli del “no a tutti i costi” hanno convocato per il 24 febbraio una riunione a Roma.
    Ma certo la lista unitaria non può cedere, a poche ore dal varo, all’ala massimalista della coalizione su un argomento del genere. Secondo via Nazionale, “ripetere solo no alla guerra, a questo
    punto, è argomento troppo facile”.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Quanti caduti sul terreno...

    ....delle candidature?

    Ora, nel Triciclo, c’è chi si chiede: quanto sangue verrà versato tra Democratici di sinistra, Margherita, socialisti e repubblicani al momento di scegliere i candidati per le europee?
    Se l’unità di misura è la lite che ha contrassegnato la preparazione della convention del Palalottomatica c’è da scommettere che di sangue ne scorrerà a fiumi.
    Prima c’è stato lo scontro sui filmati da mandare in onda.
    Il comitato che aveva il compito di preparare la manifestazione, infatti, aveva stabilito di trasmettere due video per esaltare il concetto di Europa.
    Uno con Alcide De Gasperi, l’altro con Altiero Spinelli.
    I filmati erano pronti quando è scoppiata la lite. La maggior parte dei Ds si è indignata quando ha appreso che a rappresentare il triciclo sarebbero stati un segretario della Dc e un signore che, per quanto eletto come indipendente nelle liste del Pci, nulla aveva a che fare con la “storia patria” dei comunisti italiani.
    E’ stato tutto un “ma come, così annulliamo le nostre radici”, “non vogliamo morire berlusconiani ma neanche democristiani”. Insomma, alla fine i due video non sono andati in onda. Bisognava poi decidere a chi far aprire la convention.
    Walter Veltroni era escluso perché, oltre ad aver fatto uno sgarbo a Piero Fassino non candidandosi per le europee, ha un altro “imperdonabile difetto”: molti giornali lo accreditano come il più probabile candidato premier del centrosinistra (nel caso in cui sfumi l’ipotesi Prodi).
    A questo punto la scelta era obbligata: Francesco Rutelli o Piero Fassino.
    L’ha spuntata quest’ultimo con la scusa che a chiudere la convention sarebbe stato Romano Prodi, cioè un esponente del triciclo vicino alla Margherita. Ma quando i giornalisti telefonavano, il giorno prima della manifestazione, per sapere a quale decisione fossero addivenuti, dalla Margherita si sentivano rispondere: la convention verrà aperta da Rutelli. E Fassino? Risposta: sì, insomma, viene aperta da Rutelli e da Fassino.

    Uniti nell’Ulivo è il nuovo (?) simbolo del triciclo.
    Le proteste degli altri partiti della coalizione non sono valse a nulla. Sono state anzi neutralizzate con un’abile mossa da Fassino, Rutelli & Company. Veramente ingegnosi. Prima hanno fatto vedere ad alcuni esponenti dei loro partiti un simbolo che non era quello prescelto (dall’inizio, infatti, era quello che poi è apparso alla convention del Palalottomatica). Hanno atteso qualche giorno e, come era inevitabile, il simbolo-specchietto per le allodole è finito sui giornali, pare per gentile intercessione del correntone ds.
    Dopo le indiscrezioni giornalistiche si sono levati gli altolà dei vari Diliberto, Pecoraro Scanio, Occhetto e Di Pietro: vergogna, quel simbolo era troppo simile a quello dell’Ulivo del ’96 che appartiene a tutta l’alleanza! A quel punto Fassino, Rutelli e gli altri hanno convocato una riunione con Romano Prodi. E hanno allestito la “messinscena”: di fronte a tante polemiche avrebbe scelto il simbolo proprio il presidente della Commissione europea, al quale difficilmente gli altri si sarebbero potuti opporre visto che, almeno formalmente, tutti nel centrosinistra si richiamano a Prodi. Geniale, visto che, nel frattempo, bandiere, adesivi e gadget vari con il vero simbolo, quello prescelto sin dall’inizio, erano già pronti. E visto che il simbolo fasullo, pietra dello scandalo, era in realtà molto meno simile all’originario simbolo dell’Ulivo di quanto lo sia quello che campeggia su migliaia di manifesti nelle città italiane.

    Circola voce che Arturo Parisi e Massimo D’Alema lasceranno il loro seggio nel Parlamento nazionale per dimostrare che gli esponenti dei triciclo hanno già recepito la direttiva europea che prevede incompatibilità con il mandato di parlamentare nazionale. Ma non ci crede quasi nessuno.

    E’ il nuovo incubo dei Ds: il risultato alle amministrative.
    I sondaggi continuano a dare la Quercia incollata al 18 per cento, mentre la Margherita oscilla dal 15 al 16,5 per cento.

    da il Foglio di martedì 17 febbraio

    saluti

  3. #3
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    Io mi sono sempre chiesto perchè, con tutti i casini che hanno dentro la "Casa delle Libertà Condizionate" questi continuano a farsi gli affari della sinistra, komunista e kattiva. Ovviamente con toni e argomenti di pura propaganda da venditore di tappeti.

    Sveglia, fate come berlusconi, cominciate a elencare tutti i trionfi di questo governicchio. Sono troppo pochi? Berlusconi quando lo esalta dice le bugie? Ma questo il popolo bue non lo capisce (secondo voi).

    Che brutto risveglio vi aspetta....

  4. #4
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    Predefinito

    Il nostro problema, per ora, è quello enorme e faticoso, di tentare di aggiustare i danni causati dai tanti governi di centro-sinistra.
    Ci stiamo riuscendo alla grande e tra poco il Secondo Governo Berlusconi passerà alla storia per essere stato il più longevo dei governi della Repubblica italiana.
    Tutto ciò grazie alla vostra azione all'opposizione.
    Patetica e ridicola.

    E lo dico con preoccupazione: una opposizione "fasulla" come la vostra è nociva e pericolosa per tutti.
    Tra poco ci toccherà il compito di essere coalizione di governo e di opposizione.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito L'ex grande Pci sotto scacco....

    ...dei pacifisti

    Roma. Un ordine del giorno invoca l’Onu, un altro il ritiro delle truppe. Qualcuno voterà no in aula, qualcuno l’aula abbandonerà.
    Chi vuole opporsi a tutte le missioni, chi vuole scorporare quella irachena dalle altre. Chi si sospende dal partito, chi tutto il partito mette sotto accusa. Chi minaccia di fare pubblicamente agli elettori i nomi dei senatori che usciranno dall’aula, chi parla di struzzi e chi di viltà.
    Il centrosinistra è (in senso letterale) un campo di battaglia: ognuno contro qualcuno, divisi al loro interno gli stessi partiti della lista Prodi, minacciano ribellione tanto i pacifisti quanto organizzazioni tipo l’Arci e Legambiente.
    Non contro il Cav. né contro Bush, le parole più dure usate ieri dai partiti dell’opposizione, piuttosto contro l’alleato più vicino. Particolarmente sprezzante Antonio Di Pietro, poco hanno voglia di scherzare pure i comunisti del Pdci e i Verdi di Pecoraro Scanio. E fino al calare della notte (il voto sul rifinanziamento della missione in Iraq è previsto per la tarda serata di oggi a Palazzo Madama, con tanto di diretta televisiva), i capigruppo della lista unitaria hanno provato (inutilmente) a quadrare il cerchio.
    Si va dunque in ordine sparso.
    La situazione è tesa tanto nei Ds quanto nella Margherita. Fortissime sono le pressioni sul partito di Fassino, che ieri mattina ha riunito la segreteria chiedendo il consenso del vertice di via Nazionale sulla sua linea.
    Dopo i casi dei giorni passati, ieri un altro parlamentare ha fatto un mezzo passo fuori dai Ds: Roberto Sciacca si è autosospeso, invitando pure gli altri della minoranza “a compiere dei gesti forti di dissenso”.
    Per il momento, il correntone, oltre a ribadire che voterà no e non abbandonerà l’aula, si limita a chiedere, a mezza bocca, un congresso da tenere dopo le elezioni europee.
    Ma un certo malessere si è notato anche tra le file della maggioranza riformista.
    “Come facciamo a spiegare ai compagni dei nostri collegi che ce ne andiamo dall’aula?”, si domandavano alcuni di loro a Montecitorio.
    A far alzare il tono delle polemiche interne, anche l’ordine del giorno presentato ieri dai partiti della lista Prodi dove si chiede un riconoscimento del ruolo centrale dell’Onu e una forza multinazionale di stabilità e sicurezza sotto l’egida del Palazzo di Vetro, secondo la risoluzione 1511.
    Ma nemmeno una parola sul ritiro delle nostre truppe.
    Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è detto “disponibile ad accogliere” il documento, ma ha chiesto ai proponenti “un atteggiamento trasparente, che non credo possa essere quello di uscire dall’aula”.
    A nome della minoranza ds, ha tuonato Pietro Folena: “Ci stiamo cascando di nuovo. Adesso si vota insieme anche sulla guerra. Inaccettabili voti bipartisan”.
    Rifondazione, parla addirittura di “inciucio” tra governo e lista unitaria. Fausto Bertinotti rilancia: tra la lista Prodi e il popolo della pace “la frattura non potrebbe essere più drammatica”. Così, il vertice ds ha deciso di non spingersi oltre, tornando a chiedere due decreti separati per la missione in Iraq e per le altre missioni, giudicando “insufficienti” le aperture di Frattini.
    E siccome il decreto rimarrà unico, tutto ricomincia daccapo.

    Si prepara la manifestazione del 20 marzo
    Ma anche nella Margherita c’è tempesta. Il segnale più eloquente: il duro discorso a favore del no dell’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro (Lo avrà ispirato l'Ariosto?). E da parte sua, Di Pietro si fionda a testa bassa verso i senatori che usciranno dall’aula: “Segnaleremo il nome di quei parlamentari affinché alle prossime elezioni l’elettorato ne possa tener conto”.
    E dalla sinistra della lista riformista arrivano accuse neanche tanto velate di viltà. Rilancia il leader dei Verdi, Pecoraro Scanio: “Non hanno nemmeno il coraggio di restare in aula”.
    Ma è tutto un mondo in rivolta. Sui parlamentari del centro-sinistra piovono appelli da ogni parte.
    Scrive l’Arci al capogruppo dei Ds, Gavino Angius: “Un voto diverso dal no renderebbe probabilmente insanabile la frattura con il vastissimo movimento per la pace che tornerà in piazza il prossimo 20 marzo”.
    Scrive ai capi della lista prodiana Legambiente, chiedendogli di schierarsi “senza incertezze e bizantinismi contro il rifinanziamento della missione italiana”.
    Ma segnali arrivano anche dalla periferia: tutti i partiti del centro-sinistra al consiglio comunale di Livorno, per esempio, hanno votato un ordine del giorno favorevole al ritiro delle truppe.
    Oggi altra giornata di tormento, stasera il voto. E fuori da Palazzo Madama, presidio del movimento pacifista.
    Viva l'Italia, viva l'Ulivo.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito dedicato ai...

    ...bamboccetti piagnoni e scodinzolanti

    Il candidato anti-Bush, John Kerry, vince le primarie perché non è gravato dal pregiudizio pacifista, come Howard Dean, e perfino rilancia aggressivamente la sua figura pubblica mettendo in
    questione la caratura militare del suo avversario repubblicano.
    E’ la sicurezza, bellezza, e non puoi farci niente.
    Ma non basta.
    I liberal americani come Thomas Friedman, che hanno in uggia il modo in cui la Casa Bianca ha gestito le cose in Iraq ma sono esenti dal peccato originale di impotenza, poiché avevano capito a
    tempo che l’eliminazione del regime di Saddam Hussein era diventata la pietra angolare del mondo uscito dall’11 settembre, chiedono a Kerry di essere chiaro sul punto decisivo: dica il candidato che, se promosso, non farà fare le valigie all’America per riportare a casa le truppe senza aver terminato la missione democratica nel cuore del Medio Oriente.
    Se il front runner democratico ha qualche possibilità di essere eletto, questo dipende dalla convinzione con cui darà la sua risposta positiva al quesito, e rassicurerà il pubblico sulla sua volontà di far fronte all’impegno storico derivante dalla liberazione di Baghdad.
    Questo è il quadro in cui si muovono i progressisti americani, tra guerra e pace.

    In Italia è diverso. La sinistra di governo o di alternativa, che ha appena celebrato solennemente la nascita della sua “lista unitaria”, è inseguita dai suoi errori, è risucchiata e divisa dalle
    rumorose e impotenti istanze pacifiste, e non è in grado di votare, come sarebbe saggio e in un certo senso automatico, per la missione armata di pace dell’Italia in Iraq.
    Né di votare contro.
    La paralisi si esprime nella ripetizione estenuante, a tormentone, sempre degli stessi argomenti: ci vuole l’Onu, bisogna accelerare la devoluzione del potere agli iracheni, occorre coinvolgere gli
    europei.
    Il che è esattamente quel che sta accadendo, per scelta degli americani e della coalizione dei volenterosi che li ha sostenuti in questa battaglia.
    Ma il centrosinistra italiano non è in grado di aderire alla gestione della pacificazione, anche se avrebbe tutto l’interesse a farlo, perché è stato corrivo verso il linguaggio apocalittico che riempì le piazze, desertificando i cervelli, prima della guerra.
    Non può continuare a dire sciocchezze sulla sete di petrolio, sull’unilateralismo imperialista degli americani e dei loro servi, e
    sull’incendio del mondo islamico, ma non è in grado di rimangiarsi il messaggio di pavidità e di isteria pacifista cantato nelle piazze. Il risultato è che l’Onu farà la sua parte, perfino Francia e Germania stanno slittando verso la collaborazione politica, la transizione va avanti, la Libia ha disarmato, il mondo si rimodella piano piano sulle conseguenze di quella guerra, ma la sinistra
    italiana di governo è condannata alla posizione astensionista: né aderire né sabotare.
    Ma stavolta non si tratta della guerra, si tratta della pace.

    e loro, i bamboccetti? Loro...scodinzolano.

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Pacifisti in.....

    ....armi
    “Non bastano i nomi, dateci le foto per prenderli a sassate se si presentano a una manifestazione per la pace"

    Roma. Dice il dalemiano Marco Minniti:
    “L’obiettivo politico di questa campagna è la lista unitaria appena nata. Vogliono tenerla sotto pressione, provare a farla saltare”.
    Dopo il (non) voto al Senato sulla missione in Iraq, i riformisti del centro-sinistra sono sotto assedio. Piovono accuse di ogni genere, a volte vere e proprie minacce. E un sospetto comincia a farsi strada: che non sia tanto l’indignazione pacifista a muovere i contestatori – che poi quasi sempre sono gli stessi alleati dell’Ulivo – piuttosto un piano studiato a tavolino. Rilancia Minniti:
    “Dobbiamo assolutamente impedire che questo progetto della lista unitaria venga colpito al cuore mentre sta ancora facendo i primi passi”.
    Accusa: “C’è un’idea violenta della politica, anche da parte di coloro che si autodefiniscono pacifisti. Un’idea inaccettabile”.
    Dicono, quelli della lista unitaria, che una differenza di fondo non c’è, “siamo tutti contro la guerra e contro l’intervento italiano in
    Iraq”, che è “questione di strategia parlamentare diversa”, e dunque di ora in ora il sospetto si fa strada.
    Mettono in fila i vari elementi, gli esponenti del raggruppamento prodiano.
    Ecco il Manifesto che titola a tutta pagina, sulle facce di Fassino e Rutelli: “Responsabili”.
    L’editoriale del direttore dell’Unità, Furio Colombo, che proprio nel giorno decisivo era titolato: “Iraq, perché dire no”, prontamente elogiato dallo stesso Manifesto.
    Antonio Di Pietro che propone di pubblicare i nomi dei senatori che si sono astenuti dal voto.
    Proposta che viene rilanciata sul forum dell’Unita on line, “per evitare che il ‘popolo della pace’ voti incosapevolmente con i ‘parlamentari della guerra’… Se lo fanno, diamogli una lezione”. Sostiene un partecipante: “Dobbiamo mettere sotto tutela questi che si sono astenuti per evitare di ritrovarceli ancora, al loro posto, a far danni alla sinistra e all’Ulivo”.
    Incredibilmente, c’è anche chi chiede, in nome del pacifismo, oltre ai nomi pure le foto, “per prendermi la libertà, anche vigliaccamente, di prenderli a sassate se si presentano a una qualsiasi manifestazione per la pace”.
    Pessimo clima.

    “Non si gioca sulla pelle dei nostri soldati”
    Il diktat ai deputati riformisti a farsi vedere in piazza, durante la prossima manifestazione per la pace del 20 marzo, è ormai un tam tam che corre sui siti del movimento, sui giornali, negli stessi
    discorsi parlamentari, come quello del capogruppo di Rifondazione a Palazzo Madama, Gigi Malabarba: “Astenetevi dal partecipare”.
    E Piero Bernocchi, dei Cobas: “La presenza del centrosinistra è incompatibile con la piattaforma e lo spirito della manifestazione
    del 20 marzo”.
    L’espulsione di una parte della sinistra dalla piazza, una novità anche tra le tante lacerazioni nell’opposizione.
    “Noi non gli abbiamo detto di non andare in piazza”, sostiene il verde Paolo Cento.
    Sarà, ma tutti hanno capito questo.
    Spiega Cento: “Se non si è pacifisti non si aderisce a una manifestazione contro la guerra. E’ evidente che sarebbe una presenza incomprensibile”. E se vengono lo stesso? “Qualche fischio, in maniera pacifica, se lo prendono. Loro hanno esercitato il diritto di non votare in aula, adesso devono rispettare il diritto di fischio degli altri”.
    La situazione, per i Ds, è difficile. La pressione, anche interna, è fortissima. Tanto che è circolata la voce che alla Camera il partito potrebbe votare no, diversamente che al Senato. Voci che hanno mandato su tutte le furie una trentina di senatori diessini, che hanno scritto una lettera a Fassino avvertendolo che “si tratterebbe di un fatto di inaudita gravità”, che minaccia “la tenuta della lista unitaria”.
    Lettera che a sua volta ha provocato la furibonda risposta del correntone per bocca di Pietro Folena: “Un documento imbarazzante”.
    Come uscire da questa situazione? L’idea su cui via Nazionale sta lavorando, è quella di prendere il governo alla gola sui tempi stretti per la riconversione del decreto.
    L’aula di Montecitorio la prossima settimana sarà impegnata nell’approvazione di altri decreti, non restano molti giorni. I Ds torneranno a chiedere di separare il decreto sull’Iraq dagli altri, tentando di allungare i tempi parlamentari.
    “Niente ostruzionismo, non si gioca sulla pelle dei nostri soldati, ma tutto quello che è lecito rispetto al calendario parlamentare si farà”.
    Per convincere il governo a trattare o magari costringerlo alla fiducia. Ma i tempi sono stretti per tutti: gli ultrà del pacifismo – da Bertinotti a Mussi, da Occhetto a Diliberto, da Alex Zanotelli a Salvi –hanno già pronta un’iniziativa per martedì prossimo.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Re: dedicato ai...

    In origine postato da mustang
    ...bamboccetti piagnoni e scodinzolanti

    Il candidato anti-Bush, John Kerry, vince le primarie perché non è gravato dal pregiudizio pacifista, come Howard Dean, e perfino rilancia aggressivamente la sua figura pubblica mettendo in
    questione la caratura militare del suo avversario repubblicano.
    E’ la sicurezza, bellezza, e non puoi farci niente.
    Ma non basta.
    I liberal americani come Thomas Friedman, che hanno in uggia il modo in cui la Casa Bianca ha gestito le cose in Iraq ma sono esenti dal peccato originale di impotenza, poiché avevano capito a
    tempo che l’eliminazione del regime di Saddam Hussein era diventata la pietra angolare del mondo uscito dall’11 settembre, chiedono a Kerry di essere chiaro sul punto decisivo: dica il candidato che, se promosso, non farà fare le valigie all’America per riportare a casa le truppe senza aver terminato la missione democratica nel cuore del Medio Oriente.
    Se il front runner democratico ha qualche possibilità di essere eletto, questo dipende dalla convinzione con cui darà la sua risposta positiva al quesito, e rassicurerà il pubblico sulla sua volontà di far fronte all’impegno storico derivante dalla liberazione di Baghdad.
    Questo è il quadro in cui si muovono i progressisti americani, tra guerra e pace.

    In Italia è diverso. La sinistra di governo o di alternativa, che ha appena celebrato solennemente la nascita della sua “lista unitaria”, è inseguita dai suoi errori, è risucchiata e divisa dalle
    rumorose e impotenti istanze pacifiste, e non è in grado di votare, come sarebbe saggio e in un certo senso automatico, per la missione armata di pace dell’Italia in Iraq.
    Né di votare contro.
    La paralisi si esprime nella ripetizione estenuante, a tormentone, sempre degli stessi argomenti: ci vuole l’Onu, bisogna accelerare la devoluzione del potere agli iracheni, occorre coinvolgere gli
    europei.
    Il che è esattamente quel che sta accadendo, per scelta degli americani e della coalizione dei volenterosi che li ha sostenuti in questa battaglia.
    Ma il centrosinistra italiano non è in grado di aderire alla gestione della pacificazione, anche se avrebbe tutto l’interesse a farlo, perché è stato corrivo verso il linguaggio apocalittico che riempì le piazze, desertificando i cervelli, prima della guerra.
    Non può continuare a dire sciocchezze sulla sete di petrolio, sull’unilateralismo imperialista degli americani e dei loro servi, e
    sull’incendio del mondo islamico, ma non è in grado di rimangiarsi il messaggio di pavidità e di isteria pacifista cantato nelle piazze. Il risultato è che l’Onu farà la sua parte, perfino Francia e Germania stanno slittando verso la collaborazione politica, la transizione va avanti, la Libia ha disarmato, il mondo si rimodella piano piano sulle conseguenze di quella guerra, ma la sinistra
    italiana di governo è condannata alla posizione astensionista: né aderire né sabotare.
    Ma stavolta non si tratta della guerra, si tratta della pace.

    e loro, i bamboccetti? Loro...scodinzolano.

    saluti
    Berlusconi il volto della corruzione
    «Dai giorni di Mani Pulite la sua faccia ispira ai francesi solo diffidenza. E il suo filoamericanismo irrita»
    Gilles Martinet
    ex ambasciatore francese in Italia
    Michele Canonica

    PARIGI Nel panorama politico francese, Gilles Martinet (nato a Parigi nel 1916) occupa un posto comparabile a quello che è stato di Norberto Bobbio in Italia, in quanto coscienza critica dei valori della democrazia.
    Del resto, Martinet ha conosciuto Bobbio molto bene, ne è stato amico e ne ha perfino ricevuto una laurea honoris causa all’Università di Torino. Per la prima volta, ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla percezione francese del berlusconismo. Animatore del giornale clandestino «L’insurgé» durante l’occupazione tedesca, Martinet è stato successivamente redattore capo dell’Agenzia France Presse (AFP), direttore del settimanale L’Observateur (per quattordici anni) e direttore di riviste (La revue internazionale e Faire). Nella sua carriera di uomo politico, è stato cofondatore poi segretario del Partito Socialista Unificato (PSU), segretario nazionale del Partito Socialista (PS), deputato europeo.
    Amante della cultura italiana fin dalla giovinezza (e genero del grande sindacalista Bruno Buozzi, esiliato a Parigi fin dagli anni ‘20 e ucciso dai nazisti nel 1944), Martinet è stato scelto da Mitterrand come Ambasciatore di Francia in Italia (1981-85) proprio in considerazione della sua profonda conoscenza del nostro Paese. In oltre mezzo secolo di attività, ha pubblicato una quindicina di volumi (fra cui «Les cinq communismes», «Sept syndicalismes», «Cassandre et les tueurs», «Les Italiens», «Une ceratine idée de la gauche»).

    Perché il personaggio Berlusconi irrita tanto i francesi, ben al di là delle divisioni politiche fra destra e sinistra?
    «Credo si debba risalire agli anni ‘80, quando il presidente Mitterrand decise di mettere fine al monopolio di Stato sul settore audiovisivo, favorendo la nascita di radio e televisioni private. Così nacque la Cinq, creata da un industriale protestante vicino alla sinistra, Jérôme Seydoux, in società con Silvio Berlusconi, che all’epoca era molto legato a Bettino Craxi. La nuova programmazione destò subito i timori del mondo intellettuale, così influente in Francia, che paventava un involgarimento del paesaggio televisivo. Ma al tempo stesso suscitò aspre reazioni negli ambienti di destra e di centro-destra, dove si diceva che in apparenza i socialisti avevano compiuto una scelta liberale nel privatizzare, ma in realtà l’avevano fatto per favorire i loro amici politici. Quando la destra tornò al governo nel 1986, inaugurando il primo biennio di coabitazione con Mitterrand, immediatamente annullò la concessione al tandem Seydoux-Berlusconi, che usciva di scena con un risultato catastrofico sia sul piano economico sia in termini d’immagine».

    Da allora, la percezione francese del berlusconismo è divenuta sempre più negativa...
    «Fin dalle prime battute di Mani Pulite, i francesi hanno cominciato ad associare il personaggio Berlusconi con l’Italia della corruzione: da allora, la sua faccia furba e quasi sempre sorridente continua ad ispirare la più totale diffidenza.
    Quando poi è avvenuta la sua entrata in politica, tutti in Francia l’hanno trovata abbastanza incomprensibile, per almeno due ragioni. Anzitutto, perchè gli uomini d’affari del nostro Paese non hanno l’abitudine di rappresentare personalmente i propri interessi sulla scena politica nazionale, e d’altronde anche in Italia i maggiori esponenti del potere economico si sono generalmente attenuti alla regola di esercitare un’influenza, ma senza assumere responsabilità dirette.
    Nella logica francese, la scelta di Berlusconi aveva tutta l’aria di un gettare la maschera di fronte ad una situazione altrimenti indifendibile. In secondo luogo, ha suscitato grande perplessità che l’uomo legato ai socialisti di Craxi si sia proposto come il capo di una coalizione destinata a riunire tutte le componenti della destra italiana. Ciò ha confermato l’impressione che l’entrata in politica di Berlusconi non corrispondesse ad alcuna esigenza d’interesse generale, ma semplicemente ad un suo personale stato di necessità: al bisogno di far apparire ogni inchiesta giudiziaria a suo carico come il frutto di una persecuzione politica».


    Qual è la valutazione dominante in Francia sulla politica estera del governo Berlusconi?
    «In estrema sintesi, viene considerato come meno europeista, più nazionalista ed al tempo stesso più filo-americano dei suoi predecessori. Eravamo abituati a considerare l’Italia come un Paese che associava il proprio destino all’avanzare della costruzione europea e che, memore dell’avventura fascista, non nutriva ambizioni nazionali al di fuori dell’importante sviluppo economico e sociale che effettivamente nell’ultimo mezzo secolo, sebbene fra grandi contraddizioni, è stato realizzato. Craxi aveva cominciato
    a modificare questo scenario, Berlusconi ha accentuato il cambiamento ed è difficile dire dove voglia arrivare».


    Sempre inmateria di politica estera, l’elemento che più ha irritato i francesi è stato senza dubbio l’allineamento del governo Berlusconi sulle posizioni americane in occasione della guerra dell’Iraq.
    «Si è trattato di un allineamento un po’ più prudente di quello spagnolo, essenzialmente a causa dell’influenza del Vaticano. Ma è chiaro che il governo Berlusconi si è posto in antitesi nettissima rispetto all’orientamento pacifista della grande maggioranza degli italiani. A mio avviso, su questa vicenda Parigi ha sostenuto una posizione fondamentalmente giusta, ma ha commesso l’errore politico di presentarla come espressione dell’eterno motore franco-tedesco cui tutti gli altri europei dovrebbero sempre obbedire. Se invece di affrettarsi a minacciare il suo veto in Consiglio di Sicurezza prima dell’inizio della guerra, e di poi contraddirsi avallando l’intervento americano nel voto del Consiglio intervenuto successivamente, la Francia avesse cercato fin dall’inizio una maggiore concertazione con i Paesi vicini, con ogni probabilità non avremmo assistito ad un’immagine finale così lacerata dell’Unione Europea».

    Un’ultima domanda, più “leggera”. Come vengono percepite dai francesi le frequenti gaffes del nostro Presidente del Consiglio?
    «Qualcuno vuole perfino interpretarle come sintomi di spontaneità, ma la gran parte degli osservatori francesi ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un uomo di successo che sembra fiero di non aver assimilato la professionalità specifica dei politici, nè il loro linguaggio. Quindi la percezione è per lo più assai negativa».

  9. #9
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    Predefinito Ai bamboccetti che scodinzolano...

    ....anche davanti allo straniero, purchè costui parli male del loro Presidente del governo: dovrebbero sapere che il francese che teme l'italiano ne parla male.
    E' una regola antica come la politica.

  10. #10
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    Predefinito Violante, l'Iraq e il malessere...

    ...di Fassino

    Piero Fassino dice che dell’eventualità di un voto diverso dell’Ulivo alla Camera rispetto al Senato, cioè contrario alle missioni militari italiane, ha letto solo sui giornali.
    In realtà l’ipotesi del dietrofront è molto di più di un’insinuazione giornalistica.
    Tutti sanno che il presidente dei deputati ds, Luciano Violante, è assai sensibile alle pressioni in questo senso, al punto che una trentina di senatori ds ha scritto una lettera al segretario per esprimere una preventiva indignazione per questa possibilità.
    L’argomento che si impiega è tattico ed elettoralistico: non si possono perdere i consensi dei “pacifisti”.
    Ma la sostanza politica è diversa. Se la protesta organizzata dalla base e le manovre di vertice costringono il gruppo dirigente a cambiare posizione, questo viene indebolito e si riaprono i giochi di potere nel partito e nella coalizione.
    Parlando a nuora perché suocera intenda, Fassino ha replicato agli attacchi sostenendo che “è in atto da parte di alcuni un’operazione cinica e immorale: facendo credere che si stia votando per la guerra o per la pace, si vuole colpire la lista unitaria”.
    Usa anche lui un argomento tattico, la polemica sul voto favorisce le liste a sinistra del triciclo.
    L’impiego di epiteti insolitamente forti (“cinica e immorale”) fa però intendere quanto sia duro lo scontro. In questa contesa, che avrà un momento risolutivo nell’assemblea dei deputati ds, un ruolo chiave è detenuto da Violante, che intende trarne il massimo vantaggio.
    La sua conduzione del gruppo è molto criticata e il suo ruolo nel partito malfermo. Gli era stato chiesto di candidarsi alle europee. Ha rifiutato temendo una giubilazione.
    Ora, con la sua iniziativa sotterranea, vuol far capire che si devono fare i conti con lui.
    Alla fine probabilmente riuscirà a mettere in piedi un assurdo ostruzionismo contro il decreto, per poi dare all’uscita dall’aula il senso di una protesta, invece di quello di un’astensione (come al Senato).
    Così non convincerà i “pacifisti” e farà inferocire anche i moderati. Per il partito sarà un disastro, per il protagonismo di Violante un successo.

    su il Foglio di sabato 21 febbraio

    saluti

 

 
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