Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Misteri....

  1. #1
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    Predefinito Misteri....

    ....politico-giudiziari
    Deputato garantista del Pds; arrestato e subito scaricato.

    E’una luna piena quella che nella notte tra il 14 e il 15 giugno 1995 illumina il lungo e movimentato inseguimento di un motoscafo sospetto intercettato al largo del porto di Brindisi. Con brusche virate, tre uomini manovrano per oltre un’ora, allo scopo di sottrarsi ai natanti della capitaneria di porto. Sono armati e non hanno alcuna intenzione di arrendersi. Da un elicottero leggero della polizia – a bordo vi sono il questore Francesco Forleo e dirigenti della Squadra mobile – vengono fatti esplodere, a scopo intimidatorio, diversi colpi di pistola e alcune raffiche di mitra. Una di queste colpisce alla testa il contrabbandiere Vito Ferrarese. Termina così in tragedia un’operazione notturna di pattugliamento che si inserisce nel più ampio contesto della lotta alla criminalità organizzata a Brindisi e dintorni.
    Negli ultimi tempi la città è divenuta infatti lo snodo principale di traffici illeciti provenienti dal Montenegro (contrabbando di armi, tabacchi e stupefacenti) e dall’Albania (trasporto di clandestini e avviamento forzato alla prostituzione). Relazioni sempre più allarmate della Commissione antimafia hanno ormai certificato il tumultuoso sviluppo della Sacra corona unita, che in larga parte trae alimento dall’omertà e dalla connivenza dei cittadini. La situazione appare a tal punto critica da costringere lo Stato all’invio di reparti dell’esercito nel difficile tentativo di ripristinare l’ordine e la sicurezza nella zona.

    “Becero pistolero”, disse il pm Baffa
    Per quella morte accidentale Francesco Forleo, nominato da pochi mesi questore di Milano, viene arrestato tre anni dopo, il 23 novembre 1998. L’accusa è di omicidio volontario. Nelle ventisette pagine del mandato di cattura, il giudice di Lecce Pietro Baffa lo definisce “un becero pistolero, un irresponsabile esaltato” disposto a tutto pur di far carriera, un traditore della divisa.
    Non ha dubbi che sia stato lui a colpire a morte Ferrarese dopo essersi esercitato in un micidiale tiro a segno contro gente disarmata e in fuga, incitando gli altri poliziotti a seguire il suo esempio. Il magistrato sostiene addirittura che – a cadavere appena rinvenuto –Forleo abbia costretto i suoi collaboratori a depistare l’inchiesta, nascondendo una mitraglietta nella cabina del motoscafo. Il questore sarebbe stato mosso da “bieche finalità, dall’acquisizione di meriti e prestigio professionale”, puntando “al raggiungimento di un potere carismatico e anche economico”.
    Curiosamente, Baffa preferisce non menzionare la normativa che disciplina le azioni di polizia contro i mezzi dei contrabbandieri. Forse perché l’articolo 3 della legge n. 100 del 1958 parla chiaro: “L’uso delle armi non è vietato contro gli autoveicoli e gli altri mezzi di trasporto veloci quando i conducenti non ottemperino all’intimazione di fermo e i militari non abbiano la possibilità di raggiungerli”.

    Deputato indipendente del Pci-Pds dal 1987 al giugno 1994, al momento dell’arresto Forleo viene sostanzialmente abbandonato dai colleghi e dai suoi stessi compagni di partito.
    Solo Emanuele Macaluso, Massimo Cacciari, Stefano Passigli e pochissimi altri decidono di esprimergli pubblicamente la loro solidarietà. Nel libro amaro e intenso che ha scritto sul suo calvario giudiziario e personale (“Plenilunio con pistola”, Rubbettino editore), l’ex questore tenta di dare una spiegazione plausibile del comportamento tenuto allora ai piani alti di via delle Botteghe Oscure:
    “Il mio incontro con il Partito comunista non fu indolore e con il passare del tempo è rimasto tale. Da quel giorno diventai nemico fra gli amici senza essere amico fra i nemici”. Non v’è dubbio che ad alienargli molte simpatie sia stata la sua indipendenza di pensiero sui delicatissimi temi della sicurezza e della giustizia. Animatore della (allora) minoritaria corrente riformista, fautore convinto della necessità di un’unità a sinistra col Psi di Bettino Craxi, Forleo non sempre aveva rispettato la disciplina di voto all’interno del gruppo. Era stato l’unico dei suoi a non votare per l’istituzione dell’Alto commissario antimafia e a favore dell’impeachement al presidente Francesco Cossiga.
    E in polemica con la logica giustizialista preponderante nel partito era uscito dall’aula per non sostenere l’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dell’Interno Antonio Gava.
    “Non volevo che il Parlamento divenisse un tribunale del popolo. Allora andavano di moda le manette facili, gli arresti eclatanti, gli avvisi di garanzia che diventavano tout court condanne. I compagni mi consideravano politicamente inaffidabile perché non partecipavo con entusiasmo alla rivoluzione di Mani Pulite. Ma la mia scelta di fare politica non poteva, per quanto grande potesse essere la mia vicinanza alla classe operaia, diventare una scelta di parte. Più d’ogni cosa mi sentivo e mi sento un servitore dello Stato”.
    L’arresto di Forleo segue di poco l’incriminazione di diversi suoi ex colleghi della questura di Brindisi, accusati di aver effettuato
    “anomale” operazioni di polizia, in particolare nell’occasione della cattura di un pericoloso latitante rifugiatosi in Montenegro. Si comprende così come l’ex questore venga subito indicato dai media come il “capo della polizia deviata”.
    E il silenzio imbarazzato dell’amministrazione serve solo a dare
    maggior risalto ai contenuti dell’intervista che il brindisino Antonio
    Bargone, sottosegretario ai Lavori pubblici del governo D’Alema, decide di rilasciare al Corriere della Sera pochi giorni dopo dal lontano Canada:“Vito Ferrarese era una persona mite, incapace di fare del male a una mosca, un brav’uomo che si trovò a fare il contrabbandiere per sostenere la famiglia”.
    Forleo e l’ispettore Pasquale Filomena (l’ex capo della squadra catturandi arrestato con altri funzionari per aver “deviato” la Squadra mobile di Brindisi, e insieme a questi nell’agosto 2000 prosciolto da ogni accusa dal gip Vito Rubino)? “Molte volte hanno cercato di farmi la festa. Quella era gente molto spregiudicata. Ne hanno fatte di tutti i colori: erano capaci di infilare bustine di droga sulle auto di loro avversari. Quel gruppo agiva come un clan che puntava a far fuori i suoi nemici e io ero un loro nemico giurato. Si erano alleati con la Sacra corona unita: loro sapevano che potevo scoprirli. E continuamente mi mandavano segnali. Si sono adoperati per fami perdere le elezioni: aizzarono tra i contrabbandieri una campagna contro di me. Lo slogan elettorale era: “Vi farà arrestare tutti”. E siccome i contrabbandieri votano… Mi spiace per Franco, lui ha un caratteraccio. I nostri rapporti erano buoni, poi non fu più ricandidato e… Voleva continuare a fare politica, pensava che potessi intervenire su D’Alema. Ma io non potei far nulla e lui inveì più volte: mi avete fatto fuori, mi diceva. Quando arrivò a Brindisi come questore non ci incontrammo mai. Né un pranzo né una cena insieme”.
    Bargone è spregiudicato, forse condizionato dal terrore di restare coinvolto nella stagione dei veleni della questura brindisina.

    Ma in quei giorni non è certo l’unico a linciare Forleo. Sull’Unità Gianni Cipriani e Giorgio Sgherri si inventano addirittura una notizia, sostenendo che “era stato ascoltato in gran segreto una settimana prima negli uffici della questura di Firenze.
    Ma, evidentemente, il contenuto dell’interrogatorio non è stato ritenuto sufficiente per rinunciare all’arresto”. E mentre Giorgio Bocca scrive su Repubblica del “doppio volto del poliziotto rosso”, Giuseppe D’Avanzo così commenta sul Corsera l’arresto del vecchio amico: “Abbandonati al loro destino su una frontiera in fiamme, spesso isolati dall’opinione pubblica e dall’interesse nazionale, questi uomini cedono alla tentazione di scegliere procedure di guerra, dimentichi che il conflitto senza regole serve ai banditi e non ai difensori della legge. E’ quel che è accaduto – forse – a un uomo come Francesco Forleo, fino a ieri un cittadino al di sopra di ogni sospetto”.
    Nel frattempo, rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea a Roma, il poliziotto vive giorni schizofrenici. Impotente, assiste sgomento alla vivisezione mediatica della sua immagine. E dalla disperazione di quelle giornate in cella riesce a salvarsi solo grazie alla necessità di rispondere per iscritto ai telegrammi e alle lettere di solidarietà dei cittadini e dei colleghi che in tanti anni ne hanno potuto apprezzare la sensibilità sociale e le indubbie capacità professionali.
    Non così il giudice Baffa, che per due volte si rifiuta di concedergli l’istanza di scarcerazione o quantomeno la misura degli arresti domiciliari. Sono passati ormai tre anni da quella notte ma evidentemente ritiene ancora troppo alto il rischio di
    un inquinamento delle prove.
    A preoccuparlo sembra soprattutto la “pericolosità sociale” dell’ex
    questore di Brindisi, Firenze e Milano: medaglia d’oro al valor civile, protagonista indiscusso della storica battaglia per la
    smilitarizzazione delle forze di polizia (dopo averlo fondato, è stato per diversi anni segretario nazionale del Siulp), da sempre restio – anche durante gli anni del terrorismo ll’utilizzo facile delle armi.
    Durante gli interrogatori Forleo si ostina a dichiarare di aver visto scomparire in mare tutti i colpi esplosi dalla sua pistola. Niente da fare. Il magistrato gli oppone certezze incrollabili e arriva a contestatagli la stessa presenza a bordo dell’elicottero: perché il questore quella notte aveva deciso di partecipare all’azione repressiva? “Ma io sono sempre stato letteralmente accanto ad agenti e graduati”, protesta il detenuto. “Li ho sempre sentiti colleghi, senza distinzione di grado e di ruolo. Mi domando in quale paese viviamo. Se un poliziotto che fa il suo lavoro nel rispetto della legge finisce alla sbarra, chi mai oserà assumersi le sue responsabilità?”.

    Il grottesco delle prove
    Sarà il Tribunale della libertà ad accogliere infine, il 21 dicembre 1998, il ricorso presentato dai suoi legali. Da quel giorno Francesco Forleo inizia la sua carriera di imputato (“una parola alla quale non sono mai riuscito ad abituarmi”) in un processo che, dopo i clamori delle prime settimane, non sembra più interessare a nessuno.
    Eppure le udienze nell’aula Metrangolo di Bari, iniziate il 5 luglio 1999, vivranno momenti grotteschi. L’ex ispettore di polizia Francesco Poci lo accusa di avere fatto costruire una personale armeria segreta, ricavandola dall’androne della caserma in cui era alloggiato: peccato che dal lontano Duecento l’immobile non abbia
    mai subìto rimaneggiamenti.
    La Corte ascolta anche le testimonianze di due pentiti, il contrabbandiere Salvatore Massaro e l’estorsore cocainomane Francesco De Fazio. Quest’ultimo – soprannominato Farfallone
    per la sua comprovata inattendibilità sostiene di aver ricevuto dall’imputato l’ordine di compiere attentati dinamitardi in tutto il paese, addirittura contro Massimo D’Alema. Quando viene chiamato a deporre il generale dell’esercito in pensione Aldo Piccinno, autore della perizia balistica sul proiettile che ha ucciso Ferrarese, si scopre invece che questi non solo si è tenuto in casa per anni il prezioso reperto (consegnandone alle autorità investigative solo l’ogiva) ma soprattutto che va descrivendo in udienza pistole del tutto diverse da quelle in uso ai funzionari di polizia. Una nuova perizia, disposta dalla Corte di Assise ed effettuata dai carabinieri del Cis di Roma, potrà così stabilire con assoluta certezza – ad “appena” due anni e mezzo dall’inizio del processo che il colpo mortale non è mai partito dalla pistola di Forleo ma da un mitra in uso al dirigente della Squadra mobile Pietro Antonacci.

    Il falso verbale del vice
    Tutto finito? Niente affatto. La logica e il buon senso spesso fanno a pugni con la giustizia italiana. Invece di scagionare completamente l’ex questore, l’accusa si è limitata a modificargli il capo di imputazione: concorso doloso in omicidio volontario con ignoti. In caso di condanna rischia almeno ventuno anni di carcere. Anche se il “becero pistolero” non ha ucciso, va comunque giudicato a parte per il concorso morale in un omicidio volontario tutto da dimostrare e che ancora oggi resta a carico di un ignoto.
    Nell’udienza dello scorso 29 gennaio il processo ha registrato un nuovo, clamoroso colpo di scena. La dottoressa Cosima Bernardi della questura di Brindisi non ha infatti riconosciuto come sua la firma in calce al verbale della riunione della commissione chiamata a dare atto dell’utilizzo dell’arma dell’allora vice capo della Squadra mobile Giorgio Oliva.
    Si è così scoperto che il grande accusatore di Forleo – presente anch’egli quella notte sull’elicottero e quindi coimputato nel processo aveva preconfezionato un falso verbale di scarico delle munizioni dalla sua pistola.
    “Oliva ha più volte dichiarato che il mio assistito lo costrinse a mentire e ad addossarsi la responsabilità di quanto accaduto”, ha commentato l’avvocato di Forleo, Marcello Petrelli.
    “Oggi emerge invece che tutta la questione relativa alla sua arma è falsa e che, se opera di falsificazione ci fu, questa venne fatta alle spalle e all’insaputa dell’ex questore. Questo documento giaceva negli atti sino dall’apertura del dibattimento e solo oggi, dopo aver ascoltato il teste, abbiamo potuto ottenere che la documentazione venisse trasmessa dalla Corte alla procura di Brindisi”.
    Comunque sia, anche questo nuovo tassello di verità non sembra sufficiente a chiudere la vicenda. l’imputato Francesco Forleo si rassegni: il suo processo deve continuare a procedere con lentezza, a singhiozzi e dimenticato dai media. Non importa se dalla fine del 1998 la sua vita sgocciola per inerzia, restando come sospesa nell’attesa di un verdetto. “Un processo che dura cinque anni è già una condanna”, commenta rassegnato. “A questo punto anche una sentenza di assoluzione sarebbe ben magra consolazione”. Impossibile dargli torto.

    Vittorio Pezzuto su iol Foglio di giovedì 12 febbraio

    avanti tutta con la grazia a Sofri

    saluti

  2. #2
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    in conclusione
    il cadavere c'è.........l'assassino no si trova..... e visto che l'accusato non è ben visto dall'entourage di sinistra,........ non può essere lui
    è proprio vero........ in italia non si trova più un colpevole neanche a pagarlo a peso d'oro
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  3. #3
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    In origine postato da antonio
    cciappas..sintesi perfetta
    poi cosa ha a che fare : avani tutta con la grazia a Sofri..mistero.
    sofri se ne stia pure in galera...e la smettano di rompere con questo piagnisteo continuo a favore del mandante dell'omiciod calabresi.
    ---------------------------
    A parte Ferrara e pochi altri quelli che sbavano per liberare Sofri stanno a sinistra.
    Questo non significa certo che volere una buona legge che facesse chiarezza sulla "grazia" sia cosa sbagliata, anzi.
    ma voi bamboccetti parlate...parlate...ripetete.

  4. #4
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    In origine postato da mustang
    ...ma voi bamboccetti parlate... parlate... ripetete.
    Abbiamo imparato da voi stronzetti e dai vostri portavoce, che portano sempre la stessa sinfonia....

  5. #5
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    Predefinito Misteri....

    ....siciliani

    Mentre la procura inseguiva il terzo livello, rifioriva il primo livello.Con nuovi boss

    Palermo. A forza di inseguire il cosiddetto “terzo livello”, a forza di imbastire processi politici e inchieste-contenitore, con cui scrivere o riscrivere la “vera storia d’Italia”, fatta di trame e collusioni di ogni tipo, a Palermo per qualche anno è stato perso il contatto con la realtà del “primo livello”: il più basso, il più difficile da estirpare, ma anche quello che maggiormente pesava e pesa su Palermo e sulla Sicilia.
    Negli anni dell’antimafia da prima pagina c’è stata quanto meno una distrazione.
    Forse perché il fior fiore degli inquirenti e degli investigatori avevano poco tempo per accorgersi di quanto andava cambiando,
    nella vita e nell’organizzazione di Cosa Nostra: erano mobilitati alla caccia di vassoi d’argento, di testimoni necessari per dimostrare incontri – con e senza baci di saluto - tra uomini dello Stato e capimafia.
    Ricordate gli interminabili processi a Giulio Andreotti, a Corrado Carnevale, a Francesco Musotto, a Marcello Dell’Utri?
    Intanto, però, Cosa Nostra si rigenerava nel massimo silenzio.
    Se il primo livello viene sottovalutato, se ottiene spazi e possibilità di crescere, è difficile contenerne l’espansione.
    Così è dimostrato da una storia palermitana, sfociata, sabato mattina, negli arresti di sei persone, sei presunti mafiosi, che, avendo la propria base nel quartiere del Borgo Vecchio, taglieggiavano a tappeto i commercianti del centro storico di Palermo.
    Fin qui, si dirà, nulla di nuovo sotto il sole siciliano.
    Ma gli inquirenti hanno scoperto che a comandare le cosche e a dettare la dura legge del “pizzo”, c’erano i figli di boss che erano stati uccisi negli anni scorsi, a causa dei contrasti con coloro che venivano considerati i nuovi capi dei mandamenti palermitani. Tommaso Lo Presti, Francesco Paolo e Davide Romano, rispettivamente figli di Salvatore Lo Presti e di Giovan Battista Romano, erano stati riammessi a gestire le leve del potere.

    L’industria della paura
    Qualche mese prima, nel novembre scorso, era stato arrestato un altro figlio d’arte, Francesco Paolo Bontade, figlio di Stefano, il Principe di Villagrazia, il cui omicidio scatenò – era il 23 aprile del 1981 – la prima, sanguinosissima guerra di mafia. Bene, anche Bontade junior era rientrato nel giro, in un traffico di stupefacenti tra la Sicilia e la Turchia. Posizioni di potere così non si mettono su dall’oggi al domani. Di Bontade, Lo Presti e dei Romano, però, negli anni 90 - gli anni eroici dell’antimafia militante - nessuno si era accorto.
    Il ritorno del clan Romano. La morte del padre, Giovan Battista, ucciso nel 1995, perché il boss Leoluca Bagarella lo considerava un traditore, non ha compromesso la carriera mafiosa dei figli, tornati in auge e ascesi al potere, al Borgo, dove erano i reggenti del mandamento.
    Davide Romano era diventato un pezzo grosso: il nuovo pentito, Davide De Marchi, colui che ha reso possibile questa operazione, ha tirato fuori una lista, quanto mai nutrita, di gente costretta a pagare il pizzo. A redigerla sarebbe stato proprio il ventottenne Romano.
    La saga dei Lo Presti. Dove non arrivò il padre, poté il figlio: nel 1997 Salvatore “Totuccio” Lo Presti, aspirava a prendere il potere nel mandamento di Palermo Centro. Un mezzoboss, Marcello Fava si mise d’accordo con i suoi nemici e lo fece fuori, sostituendosi a lui. Passarono pochi mesi e Fava, arrestato, si “pentì”, facendo ritrovare il cadavere del suo nemico. I boss riconobbero l’errore e Tommaso Lo Presti, il figlio, fu promosso capo del mandamento.
    Il figlio del “Principe”. Bontade junior è anche nipote di don Paolino Bontade, il vecchio boss che poté permettersi, negli anni 50, di schiaffeggiare un deputato regionale monarchico, reo di aver votato contro il governo Milazzo, un esperimento tutto siciliano, che vedeva un compromesso storico ante litteram, addirittura tra comunisti, missini e una parte della Dc.
    Paolo junior si è affacciato a poco a poco sulla scena criminale, si è ritagliato uno spazio tutto suo e, sebbene il padre ucciso fosse stato considerato il capo dei “perdenti”, il figlio è riuscito a riconquistarsi una propria posizione all’interno di Cosa Nostra. Non sarebbe stato difficile tenergli un occhio addosso.
    “Cosa Nostra – aveva detto nei giorni scorsi il pm Maurizio De Lucia – si rinnova e fa ricorso pure ai figli dei vecchi affiliati, anche se uccisi.
    Questa è una mafia pericolosissima, che esercita un controllo capillare sulle attività produttive”. “E’ l’industria della paura”, sintetizza in maniera efficace il procuratore, Piero Grasso.

    Riccardo Arena su il Foglio di martedì 17 febbraio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Antimafia e....

    ....politica

    I caselliani non gradiscono nuove assoluzioni prima delle elezioni.
    E i loro scrivani sono omertosi

    Palermo. Ufficialmente sono liberi. Liberi come l’aria, come il vento. In realtà sono impiccati. Impiccati ai loro processi. Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia, l’ha detto chiaro ai propri avvocati. “Usciamone. Assolto o condannato, poco importa. Purché ne usciamo”. Non ne può più, ed è difficile dargli torto. E’ dal ’96 che va e viene da Palermo per rispondere – prima ai pm, ora al tribunale – di concorso esterno in associazione mafiosa.
    “Un calvario lungo già otto anni”, dice. Ma appena il processo sembra lì per concludersi ecco arrivare i pm, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, con nuova carne da gettare nel fuoco.
    Non c’è pentito, nell’universo mondo, che non debba essere “escusso in aula” per “dedumere” – è successo con Nino Giuffrè, detto Manuzza – le sue “teorie circa la discesa in campo di Silvio Berlusconi nelle elezioni del ‘94”. E non c’è mezzopentito, nell’emisfero carcerario, che non venga convocato di urgenza – è successo con Salvatore Aragona, un medico già condannato per mafia – allo scopo di raccontare alla Corte, guarda un po’, i contrasti insorti nel suo paesello, ad Altofonte, quando si dovettero approntare le liste per le elezioni comunali. Raschiato il fondo del barile, dieci giorni fa, sembrava che i due pm stessero per mettere finalmente mano alla requisitoria, accettando così la chiusura del dibattimento. Macché.
    All’ultimo momento, dopo una rapida consultazione con il Servizio protezione, hanno scoperto l’esistenza di un pentiticchio di terza classe, Giusto Di Natale, noto alle cronache giudiziarie per avere rivelato che Totò Riina, negli anni del delirio stragista, voleva avvelenare, “come un Billaden qualunque”, gli acquedotti di tutta la Sicilia: “Così avrebbe insegnato allo Stato che con la mafia non si scherza”.
    Ma Di Natale ha fatto sapere, per due udienze consecutive di essere in preda a “una grave depressione”, e non si è presentato. Il presidente del tribunale, Leonardo Guarnotta, ha disposto una perizia medica. Con la conseguenza che il processo, in attesa del responso, resterà fermo per un altro mesetto ancora. A conti fatti, con questo ritmo, la sentenza scivolerà quasi certamente ai primi di luglio.
    In ogni caso a dopo le elezioni europee. E l’antimafia militante – dentro e fuori i palazzi di giustizia – potrà campare tranquilla.
    Un’eventuale assoluzione rischierebbe di trasformarsi in una gigantesca messa cantata non solo per Dell’Utri ma per tutto ciò che Dell’Utri politicamente rappresenta. Perché l’assoluzione arriverebbe dopo quelle, già consacrate dalla Cassazione, di Giulio Andreotti, Francesco Musotto, Corrado Carnevale: chi potrebbe mai allontanare dalla mente degli elettori il sospetto che dietro i processi intelaiati, tra il ’93 e il ’98, da Gian Carlo Caselli, ci fossero poche prove e tanta voglia di “riscrivere la storia” d’Italia?

    Per Mannino, stesso pm. Anche in appello
    I due rappresentanti dell’accusa respingono, ci mancherebbe altro, qualsiasi illazione e ribadiscono che le loro richieste nascono da un “anelito di verità e giustizia”. Ma dalla difesa di Dell’Utri si fa osservare che Ingroia e Gozzo – magistrati di formazione caselliana – hanno mostrato in più occasioni di “essere particolarmente affezionati” al processo. Il riscontro, dicono, “sta nello scandalo Ciuro”: quando si è scoperto che il maresciallo Giuseppe Ciuro, al quale Ingroia aveva delegato le indagini su Dell’Utri, lavorava a mezzadria tra mafia e antimafia “qualche conseguenza doveva pur essere tratta”. Invece i due pm “hanno preferito asserragliarsi nelle loro convinzioni”.
    Altro imputato appeso al palo del proprio processo è Calogero Mannino, ex ministro democristiano, arrestato il 13 febbraio del 1995. Caselli credeva, addirittura, che fosse tra i referenti politici di Riina e lo tenne in carcere un bel po’ di mesi: da febbraio a settembre.
    Nell’ottobre dello stesso anno cominciò il processo di primo grado e dopo 274 udienze – nonostante le pesanti richieste dei due pubblici ministeri, Vittorio Teresi e Teresa Principato, altri due caselliani di ferro arrivò finalmente la sentenza: assoluzione piena.
    Era il 7 luglio del 2001.
    Tutto finito? Macché. I pm presentano appello e Mannino, nel maggio del 2003, ritorna davanti a un collegio giudicante.
    Con una sorpresa: il sostituto procuratore generale chiamato a sostenere l’accusa è lo stesso Vittorio Teresi che era stato pm nel processo di primo grado. Il magistrato, nel frattempo, aveva chiesto il trasferimento e - per un capriccio del destino – si è ritrovato in un’aula d’appello, pronto a intercettare il suo vecchio imputato. Per la difesa di Mannino, fronteggiarlo non è stato e non è facile. Anche se i codici teorizzano che l’appello deve essere un giudizio costruito su fatti e prove già analizzati dai giudici di primo grado, Teresi ha chiesto di riaprire il dibattimento. E ha preteso la citazione del solito mezzopentito: quell’Aragona che Ingroia aveva chiamato a deporre contro Dell’Utri.
    Con un obiettivo: che Aragona ripetesse in aula le parole pronunciate nella primavera del 2001 a Brancaccio, in casa del boss Pippo Guttadauro, e intercettate da una microspia piazzata sotto il tavolo: Mannino - sostenevano i due - “era un cornuto” perché nel ‘93 aveva fatto in modo, con il suo finto impegno antimafia, “che a Palermo arrivasse Caselli”.
    Può una tesi del genere meritare un approfondimento? La Corte ha detto sì alla citazione di Aragona, ma ha precisato che la deposizione dovrà necessariamente riferirsi a fatti già esaminati in primo grado. Con la conseguenza però è che i tempi si allungano anche per Mannino. Considerando il ritmo delle udienze – sette, quelle utili, da maggio a oggi – la sentenza non arriverà prima di luglio. Dopo le elezioni.

    Arriverà certamente in autunno, invece, la sentenza per Bruno Contrada, il dirigente del Sisde arrestato da Caselli il 24 dicembre del 1992. Condannato a dieci anni in primo grado ma assolto in appello, Contrada è stato rispedito in un’aula di giudizio dalla Cassazione che ha disposto il rifacimento del processo di secondo grado. A undici anni dal suo ingresso nel carcere militare di Forte Boccea – c’è rimasto dodici mesi – va ancora cercando giustizia.
    “L’ attesa - dice - è peggio della galera: per un innocente, un processo è di per sé una condanna. E il mio sembra non finire mai”.
    Nei documenti circolati nei palazzi della politica in occasione della cosiddetta verifica di governo è stata riproposta la questione del giudizio di secondo grado. Ed è stato rilanciato il principio – sacrosanto, per esempio, in Inghilterra – in base al quale la sentenza di primo grado può essere appellata solo dall’imputato e mai dalla pubblica accusa, obbligata invece a un rispetto massimo della corte che l’ha emessa. Si accorcerebbero i tempi e si eviterebbero inutili crudeltà.
    L’ultima udienza del processo a Bruno Contrada sta lì a dimostrarlo.
    Si era deciso di ascoltare Nino Giuffrè. La testimonianza poteva essere resa in videoconferenza, ma la Corte ha preferito ascoltare il pentito nell’aula bunker di Milano: con un costo considerevole sia per lo Stato sia per l’imputato, costretto a pagare il viaggio per sé e per i suoi avvocati. Ne valeva la pena? Giuffrè ha tirato subito fuori la parolina magica: Contrada era “avvicinabile”. E fin qui, nessuna obiezione: quale sbirro non è avvicinabile da un delinquente, magari in vena di confidenze? La sorpresa è arrivata quando gli è stato chiesto di precisare da quali fonti avesse avuto l’eccezionale notizia.
    “Lo scrivevano pure i giornali”, ha risposto.
    I giornali, si sa, scrivono un po’ di tutto. Ma non sempre.
    Su Contrada hanno scritto milioni e milioni di pagine. Sul maresciallo Ciuro e su tutti gli spioni incistati nelle stanze dei magistrati antimafia - da Ingroia, a Gozzo, a Guido Lo Forte - hanno preferito l’omertà. Spezzata a sorpresa, la settimana scorsa, da Micromega, per dare addosso al Foglio, che ne ha scritto e riscritto, e spazio ad una difesa di Lo Forte: non era lui l’ “emerito professore aggiunto” del quale parlava Ciuro in una intercettazione - senza, tuttavia, attribuirgli alcuna responsabilità bensì Giuseppe Pignatone.
    E’ vero. Ma quando c’è la mafia di mezzo, meglio cento notizie che nessuna notizia.
    E le notizie, meglio anticiparle - ricordate il titolo del Foglio su Cuffaro, “Totò ‘o spione”, quando nessuno parlava ancora dell’avviso di garanzia?-che nasconderle.
    Se sfugge un’imprecisione, pazienza. Il silenzio, no. Quello, serve a proteggere i veri boss e i finti eroi. Lo sanno pure le pietre.

    Su il Foglio di venerdì 20 febbraio

    saluti

 

 

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