FOLENA
«Un no per salvare la pace e l'Ulivo»
L'esponente del correntore: «Separiamo la guerra dal triciclo e colmiamo il vuoto a sinistra»
COSIMO ROSSI
«Per una volta fatemi spogliare dai panni di quello del correntone che parla più forte di tutti: nessuno usi la guerra per diatribe su tricicli o altre liste!». Pietro Folena respinge al mittente la lettera dei 30 senatori della Quercia che chiedono ai deputati di non smentire il loro non voto sull'Iraq. «Qui si parla di vite umane, di terrorismo, di fondamentalismo di ritorno - spiega riferito anche ai dolori del triciclo - Di questo passo di aprirà il problema di riempire lo spazio a sinistra: non dico di una sinistra massimalista, ma di una sinistra riformista».
Quella dei senatori, veramente, suona quasi come una minaccia di «strappo» interno ai Ds e al triciclo in caso di voto difforme alla camera...
Dal punto di vista formale è un appello sbagliato e inopportuno, perché ogni gruppo è autonomo. Ma c'è anche una questione politica di fondo: sia ben chiaro che non accetteremo una dinamica politica del triciclo, che decide prima dei partiti o dei gruppi parlamentari. Perché non c'è stato un congresso di scioglimento dei Ds: solo in quel caso, chi aderirà a un nuovo partito accetterà quelle logiche. Ma credo anche che il documento dei senatori esprima un grande malessere. Non sono solo le mail che arrivano: è il sentimento di gran parte del paese e dei nostri elettori, sorpresi e indignati per l'incomprensibile errore al senato. Ma per questo sarebbe sbagliato scaricare tutta la responsabilità sui senatori: la responsabilità è della leadership triciclo, che ha lavorato eludendo il nodo della missione in Iraq anche alla convention.
A maggior ragione, Fassino e Rutelli come possono fare marcia indietro?
Voglio pensare che quindici giorni di tempo siano utili. Questi giorni di battaglia sul decreto salva-Rete4 e contro la prepotenza del governo che ha imposto la fiducia sono stati la prova di cosa può fare l'opposizione. Alcuni deputati della maggioranza Ds lo hanno rilevato, altri sostengono esplicitamente che bisogna votare no. Credo che pacatamente, senza troppe pressioni, il gruppo Ds possa decidere in questo senso. E trovo singolari le argomentazioni di Rosy Bindi, che è pronta a sostenere il voto del senato: bisogna invece capire perché le parrocchie, Pax christi, Lilliput e tanti altre associazioni laiche e cattoliche ci chiedono di votare no.
Perché?
Non è un voto di coerenza con quello analogo che abbiamo dato tutti insieme a luglio. Significa dire che c'è un'altra strada, perché proseguire su questa porta solo la guerra civile, l'allargamento del conflitto, il giro di vite in Iran. Significa dire agli Stati uniti che c'è un'Europa che non segue Bush: è il modo migliore per aiutare i Democratici. E significa aiutare Kofi Annan: perché credo che possiamo arrivare alla famosa svolta dell'Onu solo quando anche l'Italia avrà santo il vulnus dell'anno passato, che è stato frutto di una campagna di bugie a cui ha partecipato anche il governo italiano.
Pensando al decreto sulle tv, pare che nei Ds si studi come tiare le cose in lungo cosicché il governo ponga una fiducia a cui votare no...
Non voglio stare alla tattica: la cosa sostanziale è la posizione politica. Il voto di fiducia risolve solo in parte i problemi, perché poi c'è il voto finale su cui bisogna esprimersi e dire no. La cosa importante è parlare al paese e fare in modo che la manifestazione del 20 marzo sia una grande manifestazione unitaria.
A questo proposito gli organizzatori hanno diffidato dal partecipare chi non voterà no...
E' inaccettabile porre veti, lo dice uno che voterà no, perché in democrazia si può anche prende i fischi. E' chiaro che l'oggetto della manifestazione è il ritiro truppe, e voglio immaginare che chi non lo chiede non venga.
Nonostante questo, la questione del voto sull'Iraq sta diventando una specie di prova di noviziato per chi vuol salire sul triciclo...
Che ci sia un nesso, a me non sfugge. Ma sia chiaro che non stiamo conducendo questa battaglia con lo strabismo di chi parla di Iraq e pensa alla lista. Ci sono migliaia di morti, ci sono caduti italiani, c'è il terrorismo: per noi è una questione politica di principio, non la battaglia su una lista per le europee. Osservando dal secondo anello del Palalottomatica mi è apparso chiaro che quanto si stava celebrando sarebbe stato messo alla prova della guerra. E' stato irresponsabile non definire una posizione.
Veramente è stata definita: il non voto.
L'Ulivo deve scegliere un'altra linea, anche con l'occhio politico a come si costruisce una coalizione. Invece si sta tirando la corda, e alla fine diventerà difficile avere un programma di valori e di governo condiviso da tutti. Perché alla fine un'alleanza con i comunisti, gli ambientalisti e tutta quella che viene definita in modo spregiativo «sinistra radicale» dovrà essere fatta. Per questo vorrei rivolgere qualche domanda a D'Alema, Fassino e Prodi.
Quali domande?
A Fassino e D'Alema vorrei chiedere: non vi sembra di aver dato la sensazione che la sinistra sia figlia di un dio minore che entra in punta dei piedi nel triciclo? Quelle dell'Eur sono state le giornate dell'orgoglio degasperiano, repubblicano e della «lotta di classe dei socialisti», come l'ha chiamata Boselli. E' stato sussurrato il nome di Berlinguer, cancellato quello del Pci. I «padri fondatori» sono stati nominati in Spinelli, De Gasperi, Adenauer, Havel, Annalena Tonelli, Ciampi. Come se le bandiere rosse, la storia del sindacato, il `68 fossero stati sbianchettati per celebrare la grande forza democristiana. A Fassino e D'Alema chiedo di fare qualcosa in queste settimane per dimostrare che non siamo figli di un dio minore. Che i Ds non hanno solo la forza degli eletti, ma anche quella dei valori, dei simboli e della storia. Che i principali detrattori dei movimenti non sono nella sinistra, com'è stato negli ultimi anni. Che non abbiamo bisogno di sentire Marini e Scalfaro per sentire le parole più di sinistra sul piano sociale e della pace. Oggi invece Fassino sente il bisogno di presenziare all'atto di nascita di una corrente che spacca la Cgil. «Uniti per unire», il primo atto politico è dividere l'Ulivo sulla guerra e la Cgil sul piano sociale. Ma dove stiamo andando? Fermatevi, compagni!
E a Prodi cosa chiedi?
Domenica Prodi ha dato la sensazione di un modello politico molto personalizzato, e Ilvo Diamanti ha segnalato il rischio che sposando il modello berlusconiano si possa perdere. Oggi c'è una grande domanda di partecipazione, di orizzontalità della politica: i lavoratori vogliono votare i contratti, gli elettori chiedono di scegliere i candidati, i cittadini pretendono di partecipare alla formazione dei bilanci comunali. Questa domanda all'Eur c'era poco. Invece Prodi - che era l'uomo della contaminazione delle culture, che è mancato nella stagione dei movimenti ma mostra sempre capacità di dialogo - deve fare questa apertura, questa scelta del «noi». Perché, se invece si farà il partito di Prodi, io chiedo: la democrazia sarà più forte o più debole? Noi dobbiamo costruire un grande Ulivo, partendo dalla partecipazione, rimettendo in discussione una politica fatta solo da chi fa parte di consigli di amministrazione o di giunte. Prodi è il candidato giusto. Ma se andranno avanti anche la personalizzazione e un indirizzo neodegasperiano, si aprirà clamorosamente il problema di chi riempie l'assenza di un indirizzo di sinistra: e non sto parlando di indirizzo massimalista, ma di orizzonte riformista.


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