Cari amici,

all’indomani della convenzione che ha presentato la lista Uniti nell’Ulivo, di cui facciamo parte, sento il bisogno di fissare alcune considerazioni e di diffonderle, affinché possano stimolare una riflessione e qualche dibattito tra noi.



Una scelta positiva per noi repubblicani.

Dopo due giorni di inebrianti celebrazioni è nata l’aggregazione elettorale per le prossime europee. L’assise ha regalato anche momenti di grande commozione e passione civile, culminati negli alti interventi di Oscar Luigi Scalfaro, di Enzo Biagi e di Vittorio Foa.
Malgrado il brillante esordio e i confortanti pronostici, non sappiamo quale sarà realmente il successo della lista unitaria appena presentata. Ma ciò che con certezza possiamo sin d’ora affermare, è che essa si è subito rivelata, per il nostro movimento, una scelta vincente.
La manifestazione è stata organizzata e condotta in maniera impeccabile. Il risalto sui media è apparso soddisfacente. Il momento politico favorevole. In questo contesto, l’accoglienza riservata al nostro piccolo e fragile movimento è stata più che calorosa, entusiastica, familiare, generosa. Oserei dire che siamo stati trattati alla pari di Boselli, talvolta preposti allo Sdi.
I motivi di tanta munificenza si possono ricondurre, a mio parere, a diversi fattori, alcuni dei quali attribuibili all’abilità e alla natura della nostra Luciana Sbarbati.
Una presenza femminile tra tanti uomini meritava attenzione e galanteria, specie in una sinistra così sensibile al gentilsesso e alla sue prerogative. Ma ovviamente c’è molto di più. La nostra segretaria politica ha saputo coltivare con profitto i rapporti con gli altri leader, ha speso bene il patrimonio del movimento, ha dimostrato anche un’affabilità e nel contempo una grinta ben diversi dalla suscettibilità e dall’alterigia che caratterizzarono nel centrosinistra il PRI di Giorgio La Malfa.
Oltre agli indubbi meriti da tributare alla Sbarbati, esiste a mio avviso un motivo in più per cui la presenza del MRE è stata così rimarcata dagli alleati e dalla stampa di sinistra. E cioè che il nostro movimento rappresenta l’unica vera novità in un’alleanza che altrimenti apparirebbe a tutti come la riedizione di vecchie sigle. Il valore aggiunto del nostro movimento, invece, è sia formale che sostanziale. Formale perché si tratta di un nome nuovo e ai più sconosciuto che si aggrega alla compagine. Sostanziale perché questo nome è portatore di una tradizione storica e di governo di tutto rispetto: quella repubblicana.
Per questi motivi il momento politico che viviamo rappresenta per noi una grande opportunità di crescita. Crescita non tanto elettorale, non direttamente misurabile, ma soprattutto strutturale. Sulla scia di questa eco il movimento può infatti catalizzare nuovi simpatizzanti, registrare maggiori adesioni, può trarre una rinnovata linfa vitale nella sua base.
Bisogna approfittare di quest’occasione per investire in visibilità, anche gettando il cuore oltre l’ostacolo, anche facendo tutti qualche sacrificio economico per finanziare prossime iniziative politiche.
Perdere questo treno sarebbe imperdonabile.

La sola attività autopromozionale, però, non è sufficiente. Per favorire e sostenere la crescita del movimento, servono contenuti. E serve la capacità di far pesare nell’alleanza i nostri princìpi, le nostre proposte, le nostre idee laiche.
Cosa che comporta anzitutto, da parte nostra, una rielaborazione delle tematiche a noi care alla luce di un mondo globalizzato e in cambiamento continuo e veloce.
A questo riguardo, mi sembra utile delineare sinteticamente alcuni argomenti che a parer mio dovrebbero caratterizzare una forza laica, liberaldemocratica e repubblicana, quale la nostra, saldamente schierata con l’Italia riformatrice.


La riscoperta del valore unitario degli italiani.

Un paese così variegato, unito da meno di un secolo e mezzo continua a marcare differenze geografiche, culturali e comportamentali. Diversità che costituiscono la nostra essenza e dovrebbero rappresentare una ricchezza prima che il motivo di dispute e di reciproche diffidenze.
All’Italia di oggi serve una classe politica che sappia incarnare i più autentici valori unitari.
Il pensiero di Giuseppe Mazzini non è stato solo il motore del Risorgimento, ma ha guidato il nostro destino fino a dopo la seconda guerra, rivelandosi il primo ispiratore dell’Italia moderna, democratica e repubblicana. Per questo noi, eredi diretti di questa tradizione, abbiamo una responsabilità e un compito fondamentali: quello di rigenerare e diffondere l’idea di Patria, il patriottismo.
E' questo un concetto spesso assente nella massa degli italiani, mentre dovrebbe rappresentare l'essenza di un popolo, la sua linfa vitale, il suo primo collante.
E’ noto come la natura del nostro Risorgimento sia stata élitaria e non popolare, come i princìpi ispiratori siano stati dettati più che da un impeto generale, da una consapevolezza colta del nostro passato, che ha ricercato e ritrovato le radici comuni nella lingua, nell'arte e nella letteratura, nella cultura, nei fasti dell'antichità, oltre che nella conformazione geografica del nostro Paese.
Dopo quasi un secolo e mezzo, questa coscienza si è solo parzialmente diffusa. Tra gli italiani sono rimasti gli stessi particolarismi, gli egoismi, i pregiudizi e le incomprensioni latenti e patenti da sempre. Di più. Non è mai esploso un vero e proprio "amor patrio". Anzi, spesso gli italiani gareggiano nel denigrare il proprio Paese, fanno confronti in negativo, alcuni addirittura "si vergognano di essere italiani". Mentre al nord da anni serpeggia una vocazione secessionista.
Io credo che la spiegazione di questa anomalia sia riconducibile ad un'evoluzione distorta della nostra coscienza nazionale.
L'Italia, dopo l'unità, ha avuto poco tempo per maturare spontaneamente, per essere gradualmente educata alla convivenza e al rispetto per le nuove istituzioni. Non ha fatto in tempo perché si è presto instaurato il fascismo. Fascismo non solo come dittatura, ma come insieme di retorica, di nazionalismo, di simbologia e di propaganda.
Il sentimento nazionale artatamente infuso in quel periodo era cosa ben diversa dal "patriottismo". Era un orgoglio nazionale, un delirio di potenza, una sovrastruttura aulica e ridondante, una costruzione artificiale.
L'amor di patria è ben altra cosa. Si manifesta nel rispetto per uno Stato e per le sue istituzioni, in quel sentimento di appartenenza ad una comunità che ci conduce a perseguire ideali di giustizia, di libertà, di etica civile. Chi ama la Patria, in sostanza, vuole solo il suo bene, in modo disinteressato, senza egoismi, nel rispetto degli altri cittadini e degli altri popoli e senza ambizioni egemoniche o prevaricatrici.
Purtroppo il fascismo e la sua caduta hanno condizionato i nostri sentimenti.
Così oggi, tra la massa indifferente, si distinguono da un lato i nostalgici, che vivono ancora le eco degli ideali nazionalisti, ben espressi da ampi settori della destra odierna in generale; dall'altro la sinistra comunista e post-comunista, quella che ha fatto la Resistenza col chiodo fisso dell'Unione Sovietica, dell'Internazionalismo, della negazione della vacua retorica fascista. Per costoro, ancora oggi, parlare di Patria è un tabù.
In mezzo ci siamo noi. Pochi testimoni, ereditieri di un passato nobile, democratico, antifascista e patriottico. I nostri padri politici l’Italia l'hanno propugnata, l'hanno perseguita, l'hanno creata davvero. E si sono battuti, durante la Resistenza, per restituirle la dignità e l'istituzione democratica e repubblicana (cioè di tutti) che meritava.
Noi rappresentiamo il nucleo da cui nel prossimo futuro si potrà diffondere una sincera coscienza nazionale, e potrà generarsi quell'"amor patrio" che finora è troppo spesso mancato.
Nell’alleanza con la sinistra socialdemocratica e riformatrice sarebbe opportuno rimpiazzare i “compagni” coi “compatrioti”.


Il pensiero laico per le sfide future.

Il presente e sempre più il futuro portano alla ribalta temi fino a qualche tempo fa sottotraccia o demandati alla coscienza individuale. La bioetica e la medicina, le nuove frontiere della ricerca scientifica, l’istruzione scolastica, l’integrazione tra i popoli in una società ormai cosmopolita, la ridefinizione della famiglia e dei nuovi nuclei sociali. Temi che segnano un solco netto tra la laici e cattolici, ma che, se ci pensiamo bene, rivestono una grande importanza in termini di sviluppo e di progresso, nel senso più ampio dei termini.
Le nostre scelte e la nostra azione discendono dalla ragione, convinti che la democrazia, per sublimarsi, prescinda dal dogma della fede e si possa estendere anche alla sfera spirituale, favorendo la libertà di scelta e il rispetto di tutte le confessioni, senza i pregiudizi figli di credenze e dottrine.
Su questi princìpi un partito laico richiede fermezza e intransigenza. Non solo per assecondare una nostra opinione, ma anche e soprattutto perché a ben vedere, questa si sta rivelando la chiave necessaria per leggere e gestire la complessità del mondo. Dobbiamo saperci fare interpreti di questo scenario.
D’altronde l’approccio integralista alla religione, tipico anche di molti occidentali, è causa di tensioni sociali, d’instabilità economiche, di terrorismo, di guerre. Non sbagliava affatto Marx, in questo senso, a parlare di “oppio dei popoli”.

Venendo ai temi concreti, ritengo che la nostra posizione debba essere chiara sui seguenti punti.

Globalizzazione e immigrazione.
Il pensiero dominante dell’occidente in questo momento storico si basa sulla presunzione che la nostra civiltà sia la migliore. Concetto anche condivisibile, quando si rivela solo un nostro legittimo giudizio, e non diventa una verità assoluta che ci autorizza ad imporre modelli, colonizzare paesi, esportare democrazie e religioni.
Se sognamo un mondo più pacifico, dobbiamo operare una rivoluzione copernicana nel processo di globalizzazione, che favorisca la tutela e l’integrazione tra culture diverse.
L’invadenza occidentale nel mondo è stata per certi aspetti “barbara”, indifferente a tutto. Di questo dobbiamo serenamente prendere atto.
Solo partendo da questi presupposti, possiamo trovare un equilibrio nel nostro rapporto con lo straniero. Possiamo rispettarlo e comprenderlo più facilmente. E pretendere altrettanto dalla controparte.
In un Paese laico questo è un processo non solo possibile, ma naturale. In Italia invece ciò avviene con maggiore difficoltà. Il nostro impegno dev’essere quello di accogliere l’idea di una società multietnica, di una contaminazione reciproca, frutto di un costruttivo e pacifico confronto tra popoli. D’altro lato bisogna richiedere ferma osservanza per le leggi del nostro Stato. Far comprendere all’immigrato che la qualità delle nostre conquiste civili può aiutare ad una pacifica convivenza. E bisogna puntare ad un inserimento progressivo, che eviti un impatto critico tra genti molto diverse. Regolato questo presupposto, accorciare il periodo di permanenza per ottenere la cittadinanza italiana può essere un gesto utile e amico nel percorso di dialogo.
In questo frangente, una riflessione più approfondita merita il nostro rapporto con l’Islam, cioè con una religione anti-laica per definizione, che mescola fede e azione politica.
Quale atteggiamento assumere di fronte a questo fenomeno?
Io credo che le posizioni possano essere due.
1) Un rifiuto per qualsiasi religione totalizzante e prevaricatrice, che operi pesantemente in campo politico. Posizione tipica della componente più radicale del laicismo, ma che finisce per scontrarsi con elementari princìpi democratici.
2) Un'accettazione di base dell'Islam in tutte le sue accezioni, in quanto religione di pari dignità rispetto alle altre. E' la scelta di un laicismo democratico, che deve però attuare delle contromisure che tutelino le fondamenta stesse della società laica.
Personalmente mi sento vicino a questa seconda tesi, e credo che dovremmo discutere su come creare le condizioni per un'integrazione che da un lato preservi la nostra società da una contaminazione snaturante, dall'altro garantisca agli immigrati un'integrazione in armonia con la propria tradizione.
Spetta proprio a noi laici sviscerare il problema e porlo nel modo giusto all'opinione pubblica.

Scuola.
L’istruzione è uno dei fondamenti della nostra vita sociale. Da essa dipendono la cultura e la coscienza delle generazioni presenti e future, in sostanza la qualità di un Paese. La scuola è un servizio troppo importante e delicato per essere demandato ad una gestione privata.
Detto questo, elenco i punti salienti che possono caratterizzare la nostra politica sul tema. Contrarietà al finanziamento statale della scuola privata e maggiori investimenti in quella pubblica. Favorire la pluralità nell’uso dei libri di testo, in particolare di storia. Ripristinare lo studio della geografia. Abolire i quiz in favore di prove più colloquiali. Applaudire, della riforma Moratti, l’istituzione di un più articolato spettro di studi superiori e l’innalzamento dell’obbligo scolastico. Battersi per la laicizzazione dell’insegnamento nelle scuole elementari e del decoro delle aule. Affiancare all’ora di religione, un’ora alternativa di storia delle religioni.
Infine, una personale postilla circa l’opportunità di rivalutare lo studio della sociologia e dell’educazione civica, quali importanti strumenti di comprensione da un lato del genere umano, dall’altro delle regole che ordinano la convivenza comune.

Scienza e medicina.
Le recenti vicende ci danno subito un’occasione per movimentare l’azione politica: sarebbe opportuno partecipare alla promozione del referendum contro la legge sulla procreazione assistita. Il metro che ci guida nell’etica scientifica è quello di porre limiti alla sperimentazione e alla ricerca esclusivamente sulla base di un’attenta valutazione del rapporto rischi-benefici per l’uomo. Se la legge non preclude sentieri sulla base di dogmi e dottrine, poi ognuno resta libero di scegliere secondo coscienza.
Un altro capitolo su cui puntare riguarda gli investimenti nella ricerca scientifica. Tale esigenza deve diventare una delle priorità per un Paese che su questo fronte ha perso gradualmente autorevolezza e competitività.

Famiglia e società.
Ripensare i nuclei familiari alla luce del nuovo panorama sociale, che vede sempre meno figli e un progressivo invecchiamento della popolazione. A questo si aggiungano i disagi delle giovani coppie, le difficoltà a trovare un lavoro stabile, la precarietà economica, il prolungamento degli studi e i dubbi e le insicurezze di generazioni che, a differenza dei padri, conducono un percorso meno segnato, meno scontato, meno inquadrato.
Per noi laici, scevri da imposizioni confessionali, è più facile accettare che a fianco della famiglia tradizionale nascano nuovi nuclei sociali: coppie di fatto, separati, divorziati e, perché no, coppie omosessuali. Naturalmente ciascuna con i propri diritti e i propri doveri.
E compito nostro è quello di tutelare le conquiste di libertà finora ottenute e rimesse in discussione: aborto e divorzio.

Personalmente, sono convinto che lo spazio politico per i laici sia da oggi enorme, e che dopo aver vinto la battaglia unitaria, la battaglia democratica e quella repubblicana, il nostro pensiero si scoprirà vincente anche sul fronte laico. E sarà dura, in Italia.


La costruzione dell’Europa.

Il partito repubblicano si è sempre distinto come alfiere filoamericano e filoisraeliano. Malgrado tra alcuni di noi esistano ancora queste pulsioni, in parte pure pienamente giustificate, dal canto mio credo che tutti dovremmo rimettere seriamente in discussione qualche certezza e qualche residuo ideologico. L’America di oggi non è più quella di ieri. Soprattutto il mondo è cambiato, e non ha più senso continuare a ragionare come se niente fosse. Atteggiamento questo, tipico del PRI, che si rivela un partito sempre più anchilosato sugli stessi cliché e sulle stesse persone.
Con la disgregazione del blocco sovietico, gli Stati Uniti sono pericolosamente diventati l’unica superpotenza. Non solo, ma la politica di Bush è volta ad affermare, esasperandola, questa posizione dominante. Con Bush il passo dalla mediazione alla pistola in faccia è brevissimo. Con chiunque.
Eppure, dietro l’angolo e all’orizzonte si profilano nuove insidie e nuovi nemici, che quest’amministrazione ha deciso di affrontare a viso aperto, finanche con arroganza: la complessità del mondo arabo; la nascente superpotenza cinese; i micidiali armamenti dei paesi orientali, India, Pakistan e Corea in primo luogo; il punto interrogativo, le ombre e le contraddizioni della Russia di Putin; i malumori del terzo mondo.
In questo scenario, l’Europa può avere un ruolo determinante e risolutivo.
Europa significa Europa, non succursale degli USA. Certamente amica degli americani, se possibile consigliera, ma autonoma nelle decisioni. Forte, fiera, laica.
Come ha detto recentemente il presidente Ciampi “Europa unita significa pace in Europa”. Ma non solo. Europa unita significa anche maggior equilibrio mondiale. E significa soprattutto il coronamento di un ideale. Un salto da una dimensione nazionale ad una sovranazionale, più moderna, più aperta, più solidale, più ricca.
E’ un processo ancora lungo e in balìa degli umori politici nazionali, ma è irreversibile. Come tutte le evoluzioni, ci sono forze reazionarie, interessi contrapposti, che rallentano un percorso difficile, ma comunque inesorabile. La Francia lo ha capito. E si erge come un solido pilastro.
Una posizione schiettamente europeista anche da parte dell’Italia può modificare molti equilibri. Da parte nostra serve tutta la convinzione per sostenere questa scelta strategica.


Quale futuro per i Repubblicani Europei.

Quanto scritto rafforza in me una convinzione. Al nostro Paese manca una formazione che incarni senza compromessi questa politica laica.
L’alleanza Uniti nell’Ulivo asseconda l’obiettivo di Prodi, vòlto ad una maggiore coesione bipolare. Poiché questa aggregazione ha una funzione elettorale efficacissima, quale testa d’ariete contro il potere berlusconiano, sono il primo a sostenerla. Estirpare questo tumore resta il primo problema.
Ma su questo progetto aleggiano inquietanti prospettive, che guardano alla costituzione di un unico, grande partito riformista. Esse sono confermate dal fatto che da un lato i registi dell’”operazione Margherita”, pur con qualche mal di pancia interno, tendono ad ingigantire il progetto, moltiplicando una sommatoria apparentemente semplificatrice; dall’altro i Ds, rinnegati i propri ideali e svuotati delle convinzioni più radicate, sono giunti ad una smaniosa, seppur contraddittoria rivalutazione del patrimonio culturale cattolico.
Ne consegue un processo di “democristianizzazione” della politica. Un processo da cui noi laici saremmo inesorabilmente travolti.
Non è questo il nostro destino.
Sono convinto che la scelta di aderire alla lista resterà vincente se sapremo resistere all’omologazione.
Sarà la battaglia più difficile. Ma se avremo la capacità, adesso che la visibilità è maggiore e il terreno è più fertile, di seminare bene e di proliferare, affronteremo il domani più maturi e più forti.



Vi ringrazio e vi saluto con affetto e amicizia.
Paolo Arsena